Joker (Phillips, 2019) ha recentemente suscitato un’ondata di critiche e opinioni contrastanti in seguito alla sua distribuzione nelle sale e soprattutto alla vittoria del Leone d’Oro all’ultimo Festival di Venezia: alcuni lo ritengono poco più di un pretenzioso blockbuster americano, mentre altri lo considerano una feroce critica contro le ingiustizie della società.

Non è lo scopo di questo articolo dare un giudizio di valore sul film, dinanzi al quale ogni spettatore è libero e autonomo nelle proprie interpretazioni, ma è pur sempre importante soffermarsi a riflettere su un’opera che produce un impatto così notevole sulle idee e sulle coscienze delle persone.

Il punto di partenza di questa riflessione è l’aspetto tecnico e formale di Joker, a cui fa seguito l’analisi del suo contenuto, di quello che si propone di comunicare agli spettatori. Con “aspetto tecnico e formale” si intende il modo in cui le immagini, tramite le quali si racconta la storia di Joker, sono strutturate e organizzate. Il discorso sulla struttura e sulla narrazione del film è fondamentale per una comprensione del suo contenuto: ogni film, infatti, racconta una storia, ma è il modo in cui ordina le sue immagini in sequenze, scene ed atti a determinare l’interpretazione degli spettatori. Si può dire che il suo involucro formale, costituito dalla struttura del racconto (sceneggiatura, regia e montaggio) e dalle competenze tecniche dei vari reparti (attori, musica, fotografia, costumi, scenografia, suono, ecc.), sia parte integrante del contenuto o del messaggio che l’autore vuole trasmettere a chi fruisce della sua opera. 

Per parlare di contenuto, quindi, bisogna necessariamente parlare di forma. Attraverso l’analisi di alcune scene si tenterà di spiegare il modo in cui Joker è stato raccontato e come questo ha influito sull’interpretazione del film. È proprio la scena d’apertura a fornire il primo esempio: una lenta carrellata in avanti introduce Arthur Fleck (Joker), intento a truccarsi mentre dalla radio la voce di un giornalista parla della grave emergenza rifiuti della città. Man mano che la scena si sviluppa ci avviciniamo sempre più ad Arthur, che inizia a fare delle smorfie piangendo davanti allo specchio. Per tutto il tempo udiamo alla radio il giornalista che intervista vari cittadini scontenti della gestione dei rifiuti.

Nella scena sono presenti 6 inquadrature (in realtà 5, ma una viene ripetuta), usate per raccontare in parte il personaggio e la città in cui vive, anche se tutte le informazioni sulla città non ci pervengono tramite immagini ma solo attraverso la radio. Confrontiamo ora questa scena con un’altra presa dal film Tempi moderni (Chaplin, 1936), che non solo serve da ispirazione ma è direttamente citato nel film di Phillips ed è addirittura proiettato durante una scena. Tempi moderni incomincia con un gregge di pecore che percorre uno stretto passaggio, di una fattoria o di un mattatoio, seguito poi dall’inquadratura di un folto gruppo di persone che esce dalla metropolitana. Invece delle 6 inquadrature usate in Joker, Chaplin ne utilizza 2. Invece di un minuto e trenta secondi, l’inizio di Tempi moderni ne dura solo trenta e in questo lasso di tempo Chaplin è riuscito a raccontare qualcosa sia dei personaggi e dell’ambiente in cui vivono che della situazione sociale e umana entro cui si muoverà tutta la storia. Va infine ricordato che Tempi moderni è un film muto e ciononostante è riuscito a spiegare molto più di quanto abbia fatto Phillips usando sia le immagini inquadrate che le parole trasmesse alla radio.

Un’altra scena, sempre all’inizio del film, vede Arthur scendere dal bus e dirigersi verso casa sua. La scena richiede 11 inquadrature in cui non si aggiunge nessuna nuova informazione sul protagonista o sulla sua vicenda: Arthur cammina per strada, sale delle scale, entra nell’androne del suo palazzo, controlla la posta e poi apre la porta di casa. Le immagini non aiutano a far progredire la storia o ad arricchire la narrazione, si limitano solo a descrivere quello che lo spettatore sta vedendo o conosce già. Sembra avvertirsi la preoccupazione da parte degli autori di rendere tutto il più chiaro e lineare possibile, senza lasciare spazio a nessuna lettura alternativa. Come se non bastasse, nel film si fa ricorso più volte a inquadrature di materiale scritto, come il diario di Arthur Fleck o il biglietto dov’è spiegata la sua malattia, col solo fine di convogliare velocemente molte informazioni nella maniera più diretta possibile. L’uso della radio o di scritte all’interno di un film non può che risultare un facile espediente per dire in poco tempo quello che non si riesce a raccontare con le immagini.

Joker propende per una sovrabbondanza di informazioni ridondanti che non facilitano lo svolgimento della storia, ma lo interrompono con ripetizioni continue e lo rendono inevitabilmente più noioso. Inoltre, tutto questo non permette una libera interpretazione degli avvenimenti da parte del pubblico, anzi sembra quasi che gli si voglia imporre una visione ben definita e delimitata. Il momento più emblematico, che esemplifica perfettamente questa tendenza, è la scena in cui la vicina trova Arthur seduto sul suo divano e gli chiede di andarsene. Di per sé questa scena non presenta alcun problema, ma la serie di flashback che segue, dove si vede Arthur con lei e poi lo stesso episodio con lui da solo, forza sullo spettatore una lettura degli avvenimenti univoca e annulla completamente qualsiasi ambiguità o dubbio che si sarebbe potuto creare sulla natura della relazione tra i due personaggi. In poche parole si è azzerata qualsiasi possibilità di una fruizione libera e fantasiosa dell’opera. Ed è proprio questo il problema centrale di Joker: una struttura narrativa che funziona per accumulo di informazioni didascaliche e ridondanti che finiscono per soffocare l’autonoma interpretazione dello spettatore. Infatti, a causa dell’inadeguata struttura formale del film, non è possibile per il pubblico estrapolare alcun messaggio, sia esso politico o sociale, in quanto non gli viene mai dato lo spazio necessario a sviluppare idee o opinioni proprie.

In altri termini, Joker manca del fine ultimo di ogni opera d’arte: dialogare con chi ne fruisce.