I primi concetti fondamentali cui abbiamo accennato nel mese di ottobre riguardano, da un lato, il rapporto tra la moneta e i beni e servizi che essa permette di acquistare (il prezzo di beni e servizi) e, dall’altro, il rapporto di scambio tra le monete dei vari paesi (i tassi di cambio).

L’inflazione è un aumento del livello medio dei prezzi in un determinato periodo di tempo. Porta a una riduzione del valore della moneta (con la stessa quantità di denaro si possono comprare meno beni e servizi). Viceversa, la deflazione è una riduzione del livello medio dei prezzi. Dato che i prezzi non cambiano mai alla stessa velocità (dire che i prezzi sono aumentati in media dell’1% non significa che siano aumentati tutti insieme contemporaneamente dell’1%), inflazione e deflazione possono avvantaggiare alcuni soggetti e svantaggiarne altri a seconda delle circostanze.
A questo link potete trovare informazioni e statistiche sull’inflazione di varie nazioni dagli anni ’50 a oggi.

Guardando invece ai tassi di cambio, si ha una svalutazione (o deprezzamento) di una moneta quando il suo valore diminuisce rispetto a quello di un’altra. Specularmente si ha una rivalutazione (o apprezzamento) quando il suo valore aumenta. Prendiamo ad esempio i valori di euro e dollaro all’inizio e alla fine di ottobre 2019. Il 1 ottobre un euro valeva circa 1,09 dollari, viceversa un dollaro valeva circa 0,92 euro. Il 31 ottobre, invece, un euro valeva circa 1,12 dollari e un dollaro circa 0,90 euro. Questo significa che nel mese di ottobre il valore dell’euro rispetto al dollaro è aumentato di circa il 3% (l’euro si è apprezzato rispetto al dollaro), mentre il valore del dollaro rispetto all’euro è diminuito di circa il 2% (il dollaro si è deprezzato rispetto all’euro).
Sul sito della Banca d’Italia potete visualizzare serie storiche e altre informazioni sui tassi di cambio tra le diverse valute.

Abbiamo parlato anche di commercio internazionale, cioè dello scambio di prodotti e servizi tra i vari Paesi. Le esportazioni sono i beni che un Paese produce per venderli all’estero (ad esempio il vino italiano venduto in Francia o negli Stati Uniti), mentre le importazioni sono i beni che un Paese compra dall’estero (ad esempio le automobili prodotte in Giappone o in Germania e acquistate in Italia). La differenza tra i valori totali di esportazioni e importazioni di un Paese è chiamata saldo della bilancia commerciale, che è in attivo (o surplus) quando le esportazioni superano le importazioni e in passivo (o deficit) nel caso opposto.
Potete consultare statistiche e approfondimenti sull’argomento nella sezione Osservatorio sul commercio internazionale del sito del Ministero dello sviluppo economico.

Infine, si è fatto cenno a temi di politica commerciale, che è l’insieme di azioni con cui i Governi possono stimolare o contrastare il commercio con l’estero. Due approcci agli antipodi in questo ambito sono il liberoscambismo e il protezionismo. Per il primo, il commercio internazionale è un fatto positivo che comporta benefici sostanziali per l’economia, e per questo è necessario che il Governo non lo ostacoli in alcun modo (questa visione si inserisce nel più ampio contesto liberale e liberista sintetizzato dal celebre motto laissez faire, laissez passer). Per il secondo approccio, invece, gli effetti socialmente dirompenti del commercio internazionale vanno mitigati o contrastati proteggendo le produzioni nazionali (nella sua forma più estrema, il protezionismo sfocia nell’autarchia, cioè la chiusura totale a ogni forma di scambio con l’estero).
Un interessante approfondimento del tema è fornito dall’Enciclopedia Treccani.