Kirk Douglas è noto al grande pubblico, specialmente a quello di oggi in particolare per i due ruoli da protagonista sotto l’egida di Stanley Kubrick. Due capolavori “schierati” Orizzonti di Gloria e Spartacus. Due interpretazioni, s’intende, profondamente segnate da un codice morale, o quantomeno da un impegno civile. E ancora: il grande pubblico, questa volta di altra generazione – e non di meno quello talvolta non impegnato da un punto di vista intellettuale, anzi tutt’altro – lo ricorda spesso in coppia con un altro gigante del periodo d’oro di Hollywood, Burt Lancaster. Memorabili in Sfida all’ OK Corral e Sette giorni a maggio.

Accanto alla figura del divo finito in rovina che Vincente Minnelli gli regala nella Roma di Cinecittà in Due settimane in un’altra città, però, due sono i personaggi nella carriera di Douglas senior che vorrei ricordare, perché quelli che ne tratteggiano meglio lo spirito libertario e truffaldino, sornione e anarchico: L’occhio caldo del cielo e Solo sotto le stelle. Sono i titoli dei lungometraggi indiziati e, per una volta, fosse anche l’unica nella vita, bisognerà ammettere che il titolo italiano tradotto è addirittura superiore agli originali: evoca in ambo i casi due personaggi trancianti, impossibili a dimenticarsi. Come lo era sempre Douglas nel caratterizzare con carisma i vinti, i perdenti.

L’occhio caldo del cielo

In camicia nera e foulard giallo, il Bren o’Malley di Kirk Douglas è un’incantevole minaccia per tutto il western il cui titolo nostrano si rifà al Sole, evocato anche in quello originale (The last sunset). Criminale? Incestuoso? Tortuoso? Omicida? Oppure un avventuriero dal cuore d’oro? Sceneggiatore: Dalton Trumbo, nella lista nera di Hollywood per simpatie comuniste, durante il maccartismo. Coprotagonista: Rock Hudson, omosessuale e divo fragile (costretto a nascondersi, per la vita intera). Da un western diseguale e pretenzioso, Douglas tirò fuori per la regia di Robert Aldrich un personaggio memorabile che gli stava addosso come un vestito su misura: un amatore passionale (Dorothy Malone al culmine del suo fulgore vi contribuiva come oggetto del desiderio), romantico nel senso letterario del termine, prigioniero del passato e insieme capace di un riscatto, di una catarsi nei modi e nei toni della tragedia greca. Così il suo O’Malley è un personaggio che sta dentro e fuori della storia, esattamente come Spartaco: un eroe, ma anche un perdente, un rifugiato. Un uomo che verrà ricordato da chi resta, tra luci e ombre.

Personaggi bordeline, ai limiti della legalità, non sono mancati nel profluvio di capolavori e grandi film cui ha preso parte la stella maschile più longeva della vecchia Hollywood. Uno in particolare, però, eguaglia per lo spirito di indipendenza e per un soffocato grido di dolore quello sopra descritto. Alla stessa maniera, dunque, il suo Jack Burns di Solo sotto le stelle, un film che è tutta un’elegia sulla ruralità del West che fu- e che non è più – ricalca in fondo nello stile il protagonista dannato di L’occhio caldo del cielo: un uomo non al passo coi tempi, un indomabile solitario che non si rassegna al progresso: l’individualista americano che sogna di rimanere cow-boy per sempre in un mondo che non ne ha più bisogno. Kirk Douglas allo stato puro: buono o cattivo, con la legge o contro di essa, bello o brutto, degno e indegno, è sempre un “tipo” che sta al di fuori, che si muove sul perimetro della società organizzata e della collettività, senza mai entrarvi.

Solo sotto le stelle