L’uomo si è spinto sempre verso l’ignoto, colonizzando tutto il pianeta appena ha potuto. L’apice della colonizzazione sfrenata è stato il Far West, nel quale la nuova terra era talmente grande da sembrare illimitata. Il suolo non è però infinito, e cementificarlo porta molti più danni di quanti ci immaginiamo.

Dal Far West alle metropoli

Nel giro di poco tempo le poche case isolate sono diventate villaggi, poi città. L’unico limite alle città, almeno nel vecchio mondo, furono le mura cittadine. Chi restava fuori non aveva nessuno dei servizi della città. Ne è un esempio Via di Pré a Genova, esclusa dalle mura medioevali e sviluppatasi in base alle necessità di coloro che attendevano il permesso per entrare in città (a quei tempi per ottenere la cittadinanza si doveva dimostrare di avere un lavoro). Una volta dismesse le mura, le città iniziarono a dilagare senza confini. Grandi colpevoli sono i precursori di consumo di suolo. Un confine ben definito tra urbanizzato e suolo vivo non invita a costruire oltre quella linea.

Dati di consumo di suolo dal 2000 al 2006. ©Copernicus Land Monitoring Service

Una casa isolata attirerà servizi (strade, illuminazione, linee elettriche, etc..), attirerà case adiacenti, e così via. Lo stesso vale per il contrario: una porzione di suolo ancora non urbanizzato difficilmente resisterà allo stato naturale, se immerso nel tessuto urbano. Anche una strada disegnata a tavolino poco distante dal tessuto urbanizzato creerà una “area residuale” tra la strada e le case. Facilmente, questa verrà urbanizzata alla pianificazione successiva. I peggiori meccanismi di espansione urbana sono costituiti da sprawl e sprinkling urbano. In entrambi i casi si tratta di case basse, lontane dai servizi, in cui avere un’auto personale è strettamente necessario per usufruire di qualunque servizio.

Esempio di sprawl urbano: case basse e disegnate a tavolino, senza servizi. ©Government Technology

Un bel tentativo: gli oneri di urbanizzazione

Il suolo non è in grado di difendersi da solo, deve essere tutelato. La grande minaccia che incombe su di esso è la rendita che può generare. Terreni urbanizzati possono essere un investimento molto invitante, a meno che la legge non metta i bastoni tra le ruote. 

Un bel tentativo è stato fatto con la Legge Ponte (n. 765) del governo Moro II. Qui entrano in gioco gli oneri di urbanizzazione. L’intento è dei migliori: se urbanizzi, e quindi sottrai suolo e le sue risorse alla comunità, allora restituisci qualcosa alla comunità stessa. Le restituzioni erano previste tramite realizzazione di lavori pubblici (giardinetti, parchi giochi, asili, strade, etc..). Seguirono una serie di condoni, con i quali veniva giustificato chi costruiva senza dare nulla in cambio alla comunità. Con il governo Berlusconi II (finanziaria 2005 L. 311/2004) si diede la stoccata finale: gli oneri di urbanizzazione possono essere convertiti in spesa corrente. Con questa mossa, ogni terreno reso edificabile diventa un bancomat per i comuni. Preservare un terreno al suo stato naturale sembra quasi un danno erariale allo stato. E invece tutto era iniziato con le migliori intenzioni.. 

Lezioni dal mondo

In Italia sono state messe in atto le mosse più subdole per riuscire a urbanizzate fino all’ultimo centimetro quadrato. Falle legislative vengono sfruttate a proprio vantaggio, come i consumi di suolo “temporanei”, formalmente legali, che rendono comunque il suolo inutilizzabile, legge o non legge. 

Per evitare il dilagare delle città e dei fenomeni come sprawl e sprinkling, nel mondo si stanno iniziando ad attuare con efficacia alcune misure. 

Esempio della pianificazione della Green Belt di Londra.©Standard.co.uk

Nel Regno Unito sono state ideate le Green Belts (cinture verdi), sperimentate già nel 1935 a Londra. In questi casi la città viene circondata da una fascia verde di alcuni chilometri. Qui sono permessi solo edifici a scopo agricolo e silvo-culturale, in ogni caso sotto stretto controllo. Anche in Olanda sono state implementate e, dopo un periodo di poca efficacia, la popolazione reagì per rafforzare questi strumenti e migliorare la pianificazione urbanistica nazionale. In Italia un vano tentativo è stato fatto con il Parco Agricolo Sud di Milano, ma non si è riusciti a mantenere la cintura verde al sicuro dall’urbanizzazione. 

Altri strumenti sono stati utilizzati con successo: limite massimo all’urbanizzazione, confini oltre i quali qualunque servizio è a carico del proprietario terriero, etc.. Dove ormai il suolo è stato consumato, si può ancora fare qualcosa: con i Green Roof, parte delle proprietà del terreno originale possono essere trasferite sul tetto.

Alla base di tutti questi strumenti c’è la cultura del suolo che, specialmente in Italia, manca. Finché la popolazione vedrà nel suolo una risorsa da sfruttare senza scrupoli, lo Stato sarà sempre visto come il cattivo di turno e le leggi verranno aggirate, anche se scritte con le migliori intenzioni.

Fonti

Che cosa c’è sotto. Paolo Pileri – Altraeconomia, 2016