Se ci venisse chiesto a bruciapelo quali immagini associamo alla parola economia, probabilmente le risposte più gettonate sarebbero pile di banconote, grafici e tabelle di vario genere; qualche smart tech innovator con gli occhiali che lavora per una startup della Silicon Valley (rigorosamente in un coworking open-space); oppure uno squalo della finanza alla Gordon Gekko o alla Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street. Forse qualcuno più in là con l’età potrebbe pensare a una enorme fabbrica con ciminiere fumanti e tute blu ai cancelli, mentre un giovane più social potrebbe rispondere con un semplice stonks.

Stonks

Difficile, per non dire impossibile, che ci possa venire in mente il lettino di uno psicanalista. Eppure, il legame tra economia e psicologia è più stretto di quanto sembri, e ha anche portato al fiorire, negli ultimi decenni, di una disciplina nota come economia comportamentale. Com’è potuto succedere?

Andiamo con ordine. Abbiamo accennato al fatto che gran parte della teoria economica di base si fonda sull’idea che il comportamento delle persone sia razionale. Questa razionalità può essere intesa in due modi.

Il primo è quello della razionalità perfetta, per cui ogni individuo compie le proprie scelte al fine massimizzare il proprio benessere, rappresentato da una funzione matematica detta funzione di utilità. L’uomo sarebbe sempre in grado di calcolare il benessere che gli procura ciascuna possibile alternativa, e dispone di una perfetta informazione su ogni stato di cose presente e futuro. È insomma una specie di calcolatore onniscente interessato esclusivamente a perseguire il proprio interesse con la massima efficienza.

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Questa visione si è senz’altro rivelata utile per costruire modelli economici eleganti sul piano formale e (relativamente) semplici sul piano matematico. È però abbastanza evidente che elevare una simile astrazione (diventata nota col nome di homo œconomicus) a modello generale del comportamento umano, è quantomeno esagerato.

Per questo, già dalla fine degli anni ’40, si è cercato di costruire un modello diverso che rispecchiasse più da vicino la natura umana. Una forte spinta in questa direzione è stata data da Herbert Simon, pioniere della scienza delle decisioni, dell’intelligenza artificiale e della psicologia cognitiva. A lui si deve la teorizzazione del secondo tipo di razionalità, detta razionalità limitata.

Herbert Simon (1916-2001), Nobel per l’Economia nel 1978 «per le sue ricerche pionieristiche sul processo decisionale nelle organizzazioni economiche». – Nobel Foundation

Secondo questo modello, l’uomo agisce sì in maniera razionale, nel senso che cerca di orientare le proprie scelte e organizzare le risorse di cui dispone verso un determinato obiettivo, ma nel farlo è limitato da una serie di vincoli – oggettivi e soggettivi – che fan sì che il risultato finale delle proprie azioni non sia necessariamente quello ottimale. Esempi di questi vincoli sono la mancanza di informazioni complete e perfette sulle possibili alternative da scegliere, incapacità di formulare o risolvere problemi complessi, insufficienza di tempo per prendere una decisione. L’abbandono delle ipotesi di razionalità perfetta consente, secondo Simon, di spiegare meglio il comportamento delle grandi organizzazioni, viste non come agenti economici a sé stanti orientati alla massimizzazione del profitto, ma come insiemi di più soggetti, ciascuno mosso da un proprio obiettivo che cerca di raggiungere in un contesto, appunto, di razionalità limitata.

Ma questo non è che l’inizio: negli anni ’70, il lavoro di Amos Tversky e Daniel Kahneman, due psicologi israeliani trapiantati negli Stati Uniti, ha cominciato a prendere a cazzotti l’idea stessa di razionalità come paradigma del comportamento umano. E seppure quest’ultima non sia mai stata messa definitivamente al tappeto, si è comunque aperto un nuovo importante percorso verso un approccio più ricco e multidisciplinare agli studi economici.

Tversky (1937-1996) e Kahneman (1934). Quest’ultimo riceve il Nobel per l’Economia 2002 «per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica» – corriere.it (concessione di Barbara Tversky)

In Judgement under Uncertainty: Heuristics and Biases (1974), i due studiosi evidenziano come le persone commettano sistematicamente errori di valutazione quando si trovano di fronte a scelte in condizioni di incertezza (cioè quando sono possibili diversi scenari ma non è possibile prevederli tutti e tantomeno calcolarne in modo preciso la probabilità). Il processo decisionale delle persone non consiste in un calcolo, ma in euristiche, cioè insiemi di strategie, tecniche e procedimenti di vario tipo finalizzate a risolvere un problema. Queste euristiche, che in molte situazioni quotidiane consentono di evitare calcoli complessi e onerose ricerche di informazioni, creano problemi quando si devono valutare situazioni incerte, e causano comportamenti apparentemente irrazionali. Nel 1979, elaborano anche un modello del tutto nuovo, che prende il nome di Prospect Theory, per rappresentare in modo più aderente alla realtà le decisioni dei soggetti economici in condizioni di incertezza.

Il lavoro di Tversky e Kahneman ha avuto una tale influenza da far meritare a quest’ultimo – ricordiamolo: uno psicologo, non un economista – il Premio Nobel (Tversky era mancato pochi anni prima, e il premio è assegnato esclusivamente a persone viventi). E negli ultimi dieci anni, per due volte l’onorificenza è stata assegnata a studiosi del nuovo campo dell’economia comportamentale.

Richard Thaler con Selena Gomez nel film La Grande Scommessa (2015).

Robert Shiller (1946), padre della finanza comportamentale, ha intitolato uno dei suoi libri più noti in modo a dir poco emblematico: Euforia irrazionale (2000). In esso, gettava ombre sull’ondata di ottimismo che pervadeva i mercati finanziari appena prima dello scoppio della bolla di internet e pochi anni prima della Grande Recessione. Richard Thaler (1945) è invece diventato celebre, oltre che per aver spiegato cosa sono i debiti cartolarizzati usando come esempio una mano di blackjack giocata da Selena Gomez, per aver formulato la teoria del nudge – in italiano La spinta gentile (2008). Secondo tale teoria, il fatto che le scelte delle persone dipendano in modo sostanziale da come vengono presentate le diverse opzioni (cosa che per l’homo œconomicus sarebbe inconcepibile) rende fondamentale il ruolo di chi architetta queste scelte. Per esempio, chi stabilisce la disposizione di cibo sano e cibo spazzatura in una mensa scolastica può influenzare di molto il pesoforma e la salute degli alunni, senza per questo renderli meno liberi di scegliere. La visione di fondo in cui si inserisce la teoria del nudge è chiamata da Thaler paternalismo libertario (dai suoi critici è invece chiamata paternalismo punto e basta).

Non si è ancora riusciti a mettere una pietra sopra l’idea della perfetta razionalità degli agenti economici. Tuttavia, lo sviluppo degli studi comportamentali ha permesso di ampliare molto gli strumenti analitici a disposizione degli economisti. E, va detto, ha fatto sì che anche loro per una volta dessero ascolto a chi nella vita ha scelto di intraprendere altri studi.

Per approfondire, una lettura imprescindibile è Pensieri lenti e veloci (Thinking: fast and slow, 2011) di Daniel Kahneman, che compendia in maniera divulgativa il suo lavoro con Tvesky.