Dallo stretto di Gibilterra fino a quello del Bosforo, toccando le coste meridionali dell’Europa, quelle settentrionali dell’Africa e quelle occidentali dell’Asia. Il Mediterraneo è un mare che bagna bagna tre continenti. La geografia lo divide in due macro settori, quello occidentale e quello orientale, ognuno dei suoi molteplici settori assume una denominazione locale: mar delle Baleari, di Sardegna, Tirreno, Egeo. Questa divisione toponomastica è la cartina di tornasole che fa del Mediterraneo un luogo di contatto tra stati regionali, attori di scacchiere, e potenze globali. Un mare d’interessi.

fonte limesonline.com

Il Mediterraneo è da sempre un crogiolo di lingue, popoli e religioni, ma mai come in questo periodo sembra al centro delle diverse mire espansive di potenze che non si affacciano sul nostro piccolo “lago salato”. Pur essendo un mare semichiuso presenta dei Choke points (colli di bottiglia, stretti, canali di rilevanza strategica) che attirano l’attenzione di numerosi attori statali, ma anche commerciali: si ricorda che nel Mediterraneo vi è un vivace circolo di idrocarburi da continente a continente. Canali artificiali, stretti, porti e un arcipelago sterminato di isole, il Mediterraneo è ricco di importanti punti di approdo per merci, persone e ovviamente unità navali.

Questa rubrica cercherà di analizzare la “geopolitica degli stretti”, partendo dalla definizione delle norme che ne regolamentano la navigazione e l’accesso ai punti di approdo. Il diritto del mare è da tempo sulla cresta dell’onda, le sue convenzioni non solo determinano le modalità in cui soccorrere gli esseri umani in difficoltà ma determinano pesi e contrappesi del rapporto di forza tra le potenze in acqua, distinguendo il diritto di passaggio di un’imbarcazione che batte una particolare bandiera.

Guardando la mappa e le alleanze si nota che la maggior parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo appartengono all’Unione Europea e alla NATO, ma non sempre le direttrici d’azione sono unidirezionali, anzi la complessità e la differenza degli attori delle due organizzazioni sovranazionali genera attrito da cui spesso a trarne vantaggio sono attori affacciati alla finestra, pronti ad intervenire. Oggi il Mediterraneo ha tre direttrici principali di interessi, così sintetizzati: il contenimento dei flussi migratori sub-sahariani e mediorientali (fenomeni complessi che non vanno visti solo alla luce della fuga da conflitti, ma anche dall’ospitalità dei territori a causa dei cambiamenti climatici); la risoluzione delle crisi libica, siriana e del mai terminato conflitto arabo-israeliano; Freedom of navigation ovvero il contrasto alla pirateria e ai traffici illeciti. 

Trattandosi di alleanze esse vanno viste nell’alveo dei loro atti costitutivi e dal peso all’interno del consesso di stati che non hanno interessi diretti nel Mediterraneo.

L’Unione ha come obiettivi costitutivi il mantenimento della pace e il benessere dei suoi cittadini, sicurezza e giustizia all’interno dei confini dell’Unione, cooperazione scientifica e lotta alle disuguaglianze e rispetto della diversità culturale e linguistica,  il rafforzamento della cooperazione internazionale e lo sviluppo ed il consolidamento della democrazia. Il metodo più utilizzato è la penetrazione economica e la costituzione di maritime o peace keeping task forces all’occorrenza e a discrezione degli stati membri. Questo approccio sarebbe più incisivo se la politica estera dell’Unione fosse unica, in quanto in termini assoluti di valore economico, sociale e militare l’UE potrebbe attuare quello che in altre epoche Mahan definiva il Dominio del mare. Questa aspirazione non deve essere vista come un nuovo imperialismo europeo, ma come tutela degli interessi continentali tesi alla cooperazione del bacino dalle sponde marocchine fino agli stretti turchi. L’auspicio di politica comune contrasta con evidenti attriti tra gli stati membri a causa di risuscitati istinti revanscisti. La sfida per una totale integrazione passa anche dalle acque del Mediterraneo.

Infografica di InsideOver

La NATO si configura come un’alleanza politica e militare tesa a garantire la libertà e la sicurezza dei Paesi membri attraverso mezzi politici o militari. I mezzi politici sono la promozione e l’agevolazione della democrazia, la cooperazione nella risoluzione dei problemi, prevenzione dei conflitti. I mezzi militari sono delle forze dedicate sempre pronte ad agire (Stand by forces) nei casi previsti dallo statuto o a seguito di risoluzioni delle Nazioni Unite. A differenza dell’Unione l’Alleanza Atlantica ha avuto degli obiettivi strategici certi dalla sua fondazione ad oggi: il contenimento dell’URSS e la lotta al terrorismo negli anni duemila. In questi paradigmi il Mediterraneo si trovava e si trova  in una posizione più che strategica. Oggi sembra che l’azione dell’alleanza stia mutando verso un approccio diverso: fronteggiare una minaccia simmetrica (scontro tra stati), verosimilmente individuata sul confine orientale dell’Europa, dove sono state incrementate le forze; fronteggiare la minaccia asimmetrica (terrorismo), ma ciò che manca è come fronteggiare altre minacce, intermedie e più subdole, perché la garanzia di  stabilità, sicurezza e libertà dei Paesi membri passa per il continente africano e il vicino oriente. La presenza USA in nord Africa e nel Mediterraneo è ancora massiccia, benché il Mediterraneo sia un fronte secondario rispetto al Pacifico e ciò comporta anche attriti all’interno della NATO, dove i paesi europei mediterranei vorrebbero una presenza maggiore soprattutto per contrastare i flussi migratori.

Quando si passa dalle parole degli statuti delle alleanze alle azioni degli stati sembra essere tornati nel secolo scorso! La Francia è impegnata massicciamente nel Sahel,  la Russia, sostenitrice del governo Haftar,  che sogna la posizione dell’Unione Sovietica ai tempi di Gheddafi, ha rinnovato la propria volontà di potenza,  accompagnata alla volontà turca di recuperare le terre “irredenti” del vilayet (unità amministrativa ottomana, equiparabile ad una regione)  di Tripoli a cui appartenevano i Sanjak (unità amministrativa ottomana, equiparabile ad una provincia)di Bengasi e del Fezzan. Il ribelle Egitto rimane una spina nel fianco di Istanbul, a cui contende  la leadership regionale. I due litiganti sono spalleggiati dalle monarchie del Golfo al fine di guadagnare posizioni importanti nei giacimenti libici e ciprioti, le due aree più scottanti se si esclude la polveriera del vicino  oriente. Infatti il Quatar supporta il governo di Tripoli e la componente della fratellanza musulmana, mentre Arabia Saudita, Emirati supportano l’Egitto che protegge il governo Haftar nel tentativo di contenere l’estremismo islamico, ovviamente questo pacchetto è sotto l’ombrello statunitense.

Tre dei più caldi dossier che hanno turbato il mondo delle relazioni internazionali ne nuovo millennio si affacciano sulle calme acque del nostro mare: Crimea, Siria e Libia. La posta in gioco nel Mediterraneo è altissima, non a caso anche la Cina cerca di guadagnare terreno in una zona ricca di idrocarburi e fondamentale per la Belt and Road Initiative, la Via della Seta. Pechino cerca di sostituire l’influenza USA dall’Egitto, Marocco e Algeria cercando di imbrigliare il Maghreb nella via della seta.   

Oggi le acque del mare vostrum sono molto agitate e piene di insidie in quanto è un punto di raccordo di risorse energetiche che fanno gola e rientrano nei piani strategici dei contendenti.