Is there a time for keeping your distance?
A time to turn your eyes away?

Nel 1992 non si poteva distogliere lo sguardo dalla realtà dei fatti.
Dopo meno di ottant’anni, la città dell’omicidio dell’arciduca Francesco Ferdinando, pretesto travestito a motivo scatenante della Prima Guerra Mondiale, diventava teatro di una tremenda lotta fratricida.
I venti di guerra tornavano a soffiare in Europa: Sarajevo, metropoli di croci e di moschee, si preparava a subire un assedio di 44 mesi nella cornice di una delle più sanguinarie guerre civili del secolo passato.

Il 5 aprile 1992 comincia l’assedio a Sarajevo. Immagine tratta da La Difesa del Popolo

«Prima della guerra studiavo alle superiori e mi stavo godendo la mia adolescenza. Quando presi parte al concorso di Miss Sarajevo avevo diciassette anni. Mia madre decise di farmi partecipare. All’inizio mi arrabbiai con lei, ma cambiai idea grazie ai miei amici» (Inela Nogic).

Spesso bastano l’intraprendenza di una madre e la casualità degli eventi per spalancare le porte della storia. E così, a una diciassettenne di nome Inela Nogic, bastò una sfilata di bellezza per diventare da un giorno all’altro il simbolo di genti oppresse, paladina di un popolo che al fuoco delle bombe rispondeva con la bellezza della sua gioventù.

Servizio realizzato per la CNN “Miss Sarajevo Under Siege Beauty Contest 1993”

Is there a time to be a beauty queen?

Il 23 maggio 1993, mentre trascorreva il primo anno di assedio della città, le autorità locali decisero di organizzare un concorso di bellezza al quale avrebbero partecipato le ragazze di età compresa tra i 15 e i 20 anni.
Si presentarono in 12, scambiandosi tacchi e vestiti. Le cicatrici della guerra, ben visibili sulla loro pelle, non ne avevano scalfito la bellezza.
La sfilata venne organizzata nel sottosuolo di Sarajevo dove una giuria di persone avrebbe decretato quale tra le partecipanti si sarebbe aggiudicata il titolo di Miss Sarajevo-sotto-assedio.
Venne scelta Inela Nogic, ma la vittoria fu collettiva: sul palco tutte le partecipanti si fecero fotografare esibendo uno striscione che recitava “Don’t let them kill us”: non lasciate che ci uccidano.

Le partecipanti alla sfilata esibiscono l’iconico striscione che recita la frase “Don’t let them kill us”.
Immagine tratta da Phoshlost Books.

Il regista americano Bill Carter arrivò a Sarajevo nel 1993 per prestare aiuto come volontario. Capì subito la necessità di raccontare al mondo quello che stava succedendo. La politica liquidava la questione come esito inevitabile di un secolare scontro tra etnie, i media riportavano informazioni non complete o di parte. Bill Carter comincia a girare con una camera a mano, sotto a proiettili e bombardamenti raccoglie testimonianze. E’ determinato ad accendere i riflettori su una guerra vergognosa che il mondo stava colpevolmente ignorando ed ebbe la folle, geniale idea di coinvolgere Bono degli U2. Non era facile contattarlo né accreditarsi, ma a Bill Carter non manca l’iniziativa: inviò un fax (quasi nessuno era riuscito a inviare un fax da Sarajevo in un anno e mezzo di assedio) fingendosi l’editore di un emittente televisiva bosniaca, scriveva: « Vogliamo solo registrare un’intervista con quelli che per noi sono degli eroi della cultura, non vogliamo che ci diate dei soldi. Io non posso venire perché verrei ucciso al check point. Manderemo un nostro inviato straniero, Bill Carter ». Appena riceve la risposta vola in Italia, dove gli U2 sono in tour. Riesce ad aggirare la sicurezza, incontra Bono, che si innamora del progetto e decide di finanziare la produzione del suo documentario. « ….E se lo chiamerai Miss Sarajevo ci scriverò pure una canzone » lanciò la sfida e mantenne la promessa.

Supportato da Bono, Bill Carter va a Dublino per montare Miss Sarajevo, un documentario di 33 minuti che racconta lo straordinario e surreale sforzo di sopravvivere in una città massacrata, dove il fuoco nemico non dà respiro, colpisce chiunque e ovunque, senza distinzione né senso. Racconta la resistenza di musicisti che suonano in rifugi sotterranei per mantenere viva l’umanità e la speranza; di ragazzini che giocano per strada; di dodici bellissime ragazze in costume da bagno che sorridono per sfidare l’inferno. Scriveva Paolo Rumiz che non capiva perché le televisioni di tutto il mondo andassero a Sarajevo per cercare immagini di morte, mentre la città veniva bombardata. « Non hanno capito nulla. In guerra, la vera immagine di Sarajevo era la vita. Il suo centellinare ogni residuo comfort, il suo attaccamento testardo ai riti di un’antica vita borghese. A due passi dal rancido delle trincee, i teatri funzionavano, la gente sapeva di sapone, le donne mettevano il rossetto e facevano la messa in piega. Sarajevo è un signore in giacca e cravatta che esce perfettamente sbarbato da un rudere che è casa sua, è il vecchio Mujo Kulenović che aggiusta il tetto della bottega, è un musulmano che in centro quasi si inchina davanti a un parroco cattolico » .

Il documentario si conclude sul viso di una ragazzina che parla sicura, guarda dritta in camera: « Sono musulmana ma ogni tanto vado in chiesa, vado alla moschea, credo in Dio. In un solo Dio. E Dio è… Dio. »

Stralcio degli ultimi 5 minuti del documentario Miss Sarajevo di Bill Carter

“Miss Sarajevo”, nasce dalla collaborazione tra U2, Brian Eno e Luciano Pavarotti, sarà cantata per la prima volta il 12 maggio 1995 al parco Novi Sad di Modena.

Quando si incontra una band che ha consacrato il suo percorso artistico alla solidarietà verso le ingiustizie del mondo e Luciano Pavarotti, un tenore di fama mondiale che dal 1992 presiede un festival, “Pavarotti and friends”, il cui ricavato fa in favore dei bambini che vivono in luoghi di guerra, il risultato non può che essere un dirompente inno di pace.
A collaborare con gli U2 nella scrittura dell’album “Original Soundtrack 1”, dove si trova la traccia “Miss Sarajevo”, c’è poi l’inventore della musica Ambient: Brian Eno.

Brian Eno, Bono Vox e “Big Luciano” Pavarotti sul palco dell’arena Novi Sad di Modena, settembre 1995.
Immagine tratta da Digilander.libero.it

In quell’anno il gruppo irlandese e l’artista inglese collaborano con il nome di Passenger a un progetto di musiche per film mai scritti.
Ed effettivamente, le immagini del reportage di Bill Carter che scorrono sulle note del brano, contribuiscono a fare del videoclip ufficiale di “Miss Sarajevo” un vero e proprio trailer di un film drammatico.
Soggetto principale del cortometraggio è il concorso di bellezza, ma ciò che risalta sono senza dubbio i personaggi secondari: uomini che corrono nelle strade cercando riparo tra palazzi in fiamme e macerie di edifici distrutti.

Videoclip originale di “Miss Sarajevo”

Is there a time to keeping your mouth shut?
Is there a time for human rights?

Il 1993, l’anno della sfilata, rappresenta l’acme del conflitto: il 22 luglio vengono sganciate sulla città quasi 4000 bombe.
In una situazione del genere, dove i cecchini sono appostati a ogni angolo di una città che è a corto di elettricità e acqua corrente, è impraticabile realizzare il desiderio del frontman degli U2.
Già in quel 1993, infatti, il gruppo aveva chiesto il permesso di inserire nel ZooTv Tour, una tappa a Sarajevo. La risposta non può che essere negativa: impossibile esibirsi in una tale situazione di pericolo.
Ma non è nemmeno possibile tenere la bocca chiusa: l’esibizione a Modena insieme a Pavarotti fu un primo grande passo verso la realizzazione del sogno.

Non sono molti gli esempi di una canzone che unisca il genere pop e la lirica. Il caso di Miss Sarajevo è interessante proprio per la volontà di creare un autentico inno di pace, che risulta ancora più prorompente se associato a un’immagine, quello di una reginetta di bellezza, in grado di esprimere l’innocenza di un popolo intero di fronte alle barbarie dell’uomo.
Ad imprimere ulteriore simbolicità all’esibizione del 1995 ci pensò Bono che, tra le ultime note del brano, intonò più volte la prima strofa di un antico canto di libertà, il poema “Himna Slobodi”, scritto nel XVII secolo da Ivan Gundulic.

O lijepa, o draga, o slatka slobodo.
O bella, o cara, o dolce libertà

Un componimento in lingua stocavo, dialetto serbo-croato, ma molto caro anche ai bosniaci. Probabilmente una volontà di unire in un messaggio di pace tutta la penisola balcanica scossa dal conflitto.

Here she comes to take her crown

Il desiderio di Bono di suonare a Sarajevo verrà realizzato nel 1997: il concerto nello Stadio Kosevo della capitale bosniaca liberata, contribuirà a porre per sempre la parola fine alla guerra in Bosnia.
A quel concerto, tra le cinquantamila persone presenti, c’era anche lei, Inela Nogic, per sempre Miss Sarajevo.

In una città che ancora oggi mostra le cicatrici di ferite troppo profonde per rimarginarsi, si cammina su strade tappezzate di fiori che incorniciano edifici trivellati dai proiettili. Le ferite della città sono diventate bellezza, i buchi lasciati dai mortai dei soldati serbi sono stati dipinti di rosso. Sono le rose di Sarajevo, rose rosse di sangue che ricordano a chi passa che proprio lì è stato ucciso qualcuno.
Dieci anni dopo l’inizio dell’assedio, tra i fiori di Sanremo, Enrico Ruggeri canta Primavera a Sarajevo, scritta insieme alla moglie Andrea Mirò che dirige l’orchestra durante l’esibizione. E’ la storia di due amanti in una città finalmente in pace, a braccetto sotto un cielo libero dalle nuvole della guerra.

Dieci anni dopo l’inizio del conflitto in Bosnia, nel 2002 Enrico Ruggieri canta a San Remo un brano dall’aria folk balcanica, “Primavera a Sarajevo”, composto insieme alla moglie Andrea Miró.