«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Per quanto le prime nove parole della Costituzione siano state frutto di un iter parlamentare non semplice, il loro messaggio suona chiaro oggi come allora: almeno sulla Carta, per lo Stato italiano il primo interesse da tutelare è quello di chi lavora.

Eppure ci sono voluti vent’anni perché questo principio trovasse applicazione sotto forma di legge: vent’anni di radicale trasformazione per il nostro paese, di boom economico e migrazione di massa dei lavoratori meridionali, di contestazioni e conseguente reazione, a partire dalla strage di Piazza Fontana.

Altri tempi, oggi inimmaginabili. (Fonte: Wikipedia)

Così si arriva, il 20 maggio del 1970, alla promulgazione dello Statuto dei lavoratori, ancor oggi principale fonte normativa del diritto del lavoro in Italia. I suoi quarantuno articoli regolamentano la libertà e dignità del lavoratore, la libertà e attività sindacale e il collocamento. Grande peso viene dato alle rappresentanze dei lavoratori, un riflesso della battaglia unitaria portata avanti da CGIL, CISL e UIL, che nel corso degli anni Settanta fanno fronte comune unendosi in una Federazione, pur trattandosi di un equilibrio delicato.

Le tensioni interne al movimento operaio in quegli anni sono ben rappresentate da Elio Petri ne La classe operaia va in paradiso (1972), liberamente visibile su Youtube.

Negli anni Ottanta, le rivendicazioni dei lavoratori segnano infatti una netta retromarcia. Esempi di questo trend sono la marcia dei quarantamila quadri FIAT, che il 14 ottobre 1980 chiedono la fine dei picchetti ai cancelli di Mirafiori al grido di “No al sindacato padrone“, e il referendum del 1985 per il taglio della scala mobile, cioè il meccanismo di adeguamento dei salari all’inflazione. Anche lo Statuto diventa bersaglio di attacchi sempre più insistenti, e una misura in particolare diventa oggetto di scontro per anni: il famigerato articolo 18, che impone il reintegro con risarcimento dei lavoratori nei casi di licenziamento illegittimo. Dalla imponente manifestazione che la CGIL organizza al Circo Massimo il 23 marzo 2002, la difesa di questa norma si indebolisce progressivamente, con la legge Biagi nel 2003, la riforma Fornero del 2012 e, soprattutto, il Jobs act del governo Renzi che lo ha sostanzialmente cancellato.

Come mai questa misura ha assunto un valore simbolico così grande, tanto per i suoi difensori come per i detrattori? Dal punto di vista economico, il vecchio articolo 18 rappresentava una tipica misura di irrigidimento del mercato del lavoro, in quanto rendeva estremamente oneroso il licenziamento di un lavoratore (nell’ipotesi che un giudice lo reputasse illegittimo). E la rigidità del mercato del lavoro è ancora oggi considerata, in alcuni ambienti, un male peggiore della peste bubbonica.

Ambienti senza dubbio influenti: la necessità di riforme strutturali volte a flessibilizzare il mercato del lavoro è infatti uno dei più noti mantra del mainstream economico e tra le principali linee guida suggerite negli ultimi decenni da istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale. Il ragionamento sottostante lo fornisce il manuale Macroeconomics di Olivier Blanchard, professore del MIT di Boston e Capo economista del FMI dal 2008 al 2015.
(Nota: l’edizione a cui si fa riferimento è la traduzione italiana curata da Alessia Amighini e Francesco Giavazzi: Macroeconomia: Una prospettiva europea, Il Mulino, 2011).

Olivier Blanchard © EPA

Questa la teoria in sintesi: a prescindere dagli effetti di breve periodo delle azioni di politica economica intraprese dal governo, l’economia converge nel medio termine a un livello naturale di produzione, che dipende dalla capacità produttiva del Paese. Questa, a sua volta, è determinata da fondamentali come forza lavoro, stock di capitale e progresso tecnologico, e dal potere di mercato di imprese e sindacati. Al livello naturale di produzione corrisponde un tasso naturale di disoccupazione, l’unico compatibile con una situazione di stabilità di salari e prezzi dei beni. Significa che, ad esempio, un salario maggiore di quello di equilibrio naturale produrrà automaticamente un aumento dei prezzi, e dal punto di vista del salario reale (cioè della quantità di beni che il salario permette di acquistare) non cambierà nulla. Tu guadagni di più, ma tutto costa di più, quindi alla fine della fiera non sei diventato più ricco perché compri esattamente le stesse cose di prima.

Ma non finisce qui: le pretese dei sindacati sono esse stesse la causa della disoccupazione. Richiedendo salari reali più alti di quelli che le imprese sono disposte a offrire, i lavoratori si danno la zappa sui piedi, perché l’unica cosa che aumenta è il tasso naturale di disoccupazione. Viceversa, abbassare la cresta e eliminare le rigidità del mercato del lavoro può facilitare l’assunzione di un maggior numero di persone.

Questo modello vale a una condizione fondamentale: che il potere di mercato delle imprese e quello dei sindacati rimangano costanti. In gergo, che essi siano considerati esogeni. Se invece fossero liberi di variare, il ragionamento cambierebbe radicalmente, come illustrato da Emiliano Brancaccio nel suo Anti-Blanchard – Un approccio comparato allo studio della macroeconomia (FrancoAngeli, 2012). Due esempi possono spiegare meglio in che senso:

  • Esempio 1: il fatto che un aumento dei salari provochi inflazione è dovuto, nel modello di Blanchard, esattamente al fatto che il profitto delle imprese non si muove: eliminando quest’ipotesi, sarebbe la contrattazione tra le parti sociali a determinare l’eventuale movimento dei prezzi (un esito alternativo potrebbe essere quindi l’aumento dei salari reali a spese del profitto delle imprese, con una redistribuzione a favore dei lavoratori).
  • Esempio 2: la traduzione di più basse pretese salariali in minore disoccupazione è vera solo se si ipotizza che le imprese non aumentino il margine di profitto. Ma a fronte di un minor costo del lavoro, le imprese potrebbero essere incentivate ad aumentare i propri profitti piuttosto che ad assumere nuova forza lavoro. Perciò, aumentare la flessibilità del lavoro potrebbe non comportare grossi benefici in termini occupazionali. Questo, oltre ai fattori istituzionali, potrebbe forse spiegare come mai in realtà, a detta dello stesso Blanchard, «Le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi».
Emiliano Brancaccio © L’Espresso

Quale che sia il modello corretto con cui interpretare i fenomeni economici, le restrizioni imposte dallo Statuto dei lavoratori cinquant’anni fa sono state via via ridotte. Ma complici anche le numerose crisi avvenute nel frattempo, gli effetti sull’occupazione sono stati ben minori di quelli sperati. Forse, seguendo la teoria standard, dovremmo considerare naturali i livelli spaventosi della disocuppazione italiana (dato che l’inflazione nel frattempo è quasi nulla), ma probabilmente sarebbe più utile un esame critico delle teorie che hanno ispirato le riforme degli ultimi decenni, anche se fatto ex post.