Il 1° aprile 1992 lo Stato del New Jersey approvò una legge che incrementò il salario minimo da 4,25 (il livello minimo fissato a livello salariale) a 5,05 dollari all’ora.

L’episodio diede agli economisti un’occasione unica di verificare sul campo se la teoria macroeconomica diffusa – cioè che l’aumento del salario minimo provoca disoccupazione (ne abbiamo parlato qua!) – stesse in piedi.

Per verificare (o confutare la teoria) Alan Krueger e David Card intervistarono oltre 400 fast food, in New Jersey e nella vicina Pennsylvania, prima e dopo l’entrata in vigore del nuovo salario minimo.

Alan Krueger, 1960 – 2019. Economista, professore a Princeton e Consigliere economico di Barack Obama fra il 2011 e il 2013 © New York Times

L’idea di base dell’esperimento era semplice: se l’aumento del salario minimo crea disoccupazione, il tasso di disoccupazione in New Jersey aumenterà più di quanto non succederà in Pennsylvania, dove tutto rimane immutato. New Jersey e Pennsylvania sono due Stati vicini e relativamente simili e i fast food hanno l’eccellente proprietà di essere uguali in tutto il mondo, quindi non c’erano fattori esterni che “sporcavano” i risultati.

Nel 1993 sono stati pubblicati i risultati: il salario minimo non genera disoccupazione, ma proprio per niente. Anzi: rispetto ai fast food in Pennsylvania, quelli nel New Jersey aumentarono l’occupazione del 13%. Dal 1993 ad oggi il paper di Krueger e Card è stato citato in altri 3.438 lavori, dando il via ad un filone di pensiero macroeconomico che mette in dubbio uno dei fondamenti del pensiero liberale.

Il salario minimo, comunque, per quanto chimera degli economisti, non era un costrutto teorico, ma una realtà in diversi Paesi: la Nuova Zelanda lo introdusse addirittura nel 1894, gli Stati Uniti nel 1938, la Spagna nel 1963, i Paesi Bassi nel 1969, la Francia nel 1970, il Portogallo nel 1974, la Grecia nel 1991, il Regno Unito nel 1999 e la Germania nel 2015. In Europa, attualmente, gli unici Paesi senza un salario minimo sono Italia, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia.

Capiamoci, però: un salario minimo non è a prescindere un bene. Un salario minimo ben strutturato è un bene (per i lavoratori, che non si troveranno costretti ad accettare contratti in cui sono pagati cinque goleador all’ora; per gli industriali, perchè la gente che guadagna cinque goleador all’ora non compra niente). Un salario minimo mal pensato può essere dannoso: se, ad esempio, fosse troppo basso potrebbe spingere al ribasso i salari in generale. Se fosse troppo alto ci sarebbero delle classi di lavoratori – sottoqualificati, o con delle mansioni in un certo grado sostituibili da macchine – che verrebbero completamente tagliate fuori dal mercato.

In Italia, ora, il salario mediano è 11,2€ all’ora, anche se con delle differenze a seconda dell’area geografica (11,9€ nel Nord-ovest, 10,2€ al Sud) e della classe dimensionale dell’azienda (10,1€ per le aziende con meno do 10 dipendenti, 13,1€ per quelle con più di 250 dipendenti).

Ad oggi esistono sul tavolo due proposte di legge sull’introduzione del salario minimo, una sottoposta dal Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo (M5S) e una dal Senatore Tommaso Nannicini (PD). Entrambe le proposte sono state presentate il 2 luglio 2019. Si doveva parlare di salario minimo nella Legge di Bilancio 2019 ma non se n’è fatto niente e ora l’attenzione politica è su altri temi.

Le prima proposta introdurrebbe un salario minimo fissato a 9 €/ora (lordi, cioè ancora da tassare), la seconda estenderebbe i valori minimi previsti dai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro anche a i lavoratori che non rientrerebbero nelle fattispecie previste (ad esempio, perchè non assunti con un contratto “normale” ma a partita IVA, a progetto, o con il neoschiavismo dei contratti dei rider).

La proposta del Ministro Catalfo non ha trovato il benestare del grande pubblico – nè sul fronte imprenditoriale, nè su quello sindacale.

L’opposizione di Confindustria è facilmente spiegabile: un salario minimo fissato all’80% del salario mediano è alto (in Germania siamo al 48,4%, nel Regno Unito al 58,1%, in Spagna al 46,6%). La combinazione salario alto + tassazione sul lavoro non incontra il favore degli industriali, in maniera poco sorprendente.

Perchè anche i sindacati avversano il salario minimo? Per capirlo bisogna addentrarsi (poco) nella complessa giungla della giurisprudenza in materia di lavoro.

In origine, i dipendenti in Italia ricevevano una retribuzione fissata da determinati Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro (CCNL), stipulati fra associazioni di lavoratori (cioè i sindacati) e associazioni di datori di lavoro, singolarmente o a livello di settore. L’idea originaria è di dare la possibilità ai lavoratori di sedersi al tavolo delle trattative con un po’ di potere contrattuale: non è il singolo lavoratore che discute, ma la totalità, unità.

Passano gli anni e succedono due cose:

  • il lavoro dipendente non è più l’unica forma contrattuale esistente – anzi, se hai meno di 35 anni è più probabile che tu sia un co.co.co, una partita IVA, un lavoratore a chiamata, o una creativa forma legislativa
  • il sindacato ha smesso di essere una struttura a tutela dei lavoratori ma è diventata una struttura a tutela dei pensionati (la maggioranza degli iscritti a sindacati sono pensionati)

Un salario minimo restringe, e di molto, il peso dei sindacati: non sono più loro ad avere il “monopolio” della tutela dei lavoratori (o, almeno, della tutela retributiva) e i CCNL sarebbero, parzialmente, depotenziati. Da questo nasce il mancato giubilo nei confronti della proposta del Ministro Catalfo.

Nella proposta di Nannicini, invece, invece, i sindacati continuano ad avere un ruolo importante e i CCNL continuano ad essere la base del sistema contributivo.

Si apre però un tema importante – ed è un tema che dovrebbe toccare da vicino ogni under-35, ma nessuno è ancora sceso in piazza – legato alla rappresentanza: se i CCNL diventano la base della tutela retributiva anche per i lavoratori con contratti da terzo mondo, e se i CCNL sono trattati dai sindacati, i lavoratori con contratti da terzo mondo non dovrebbero entrare nei sindacati?

In Italia non c’è mai stato bisogno di occuparsi di salario minimo perchè, grazie ai sindacati, i lavoratori dipendenti erano tutelati (o, almeno, più tutelati che in altre parti del mondo). Da quando si è smesso di assumere la gente come dipendente, passando a forme contrattuali più creative, si è aperto il vaso di Pandora: se hai un sistema basato sulla rappresentanza, chi tutela chi è al di fuori dei rappresentati? Forse è veramente il momento di parlare, seriamente, di salario minimo per tutti.