La rubrica Il Rinoceronte africano  ha messo in luce quanto per la nostra società l’Africa sia ancora un continente sconosciuto. Questa mole di terra emersa vive solo attraverso miti e dicerie: perché, come accadde per i primi italiani (intendiamo avventurieri, esploratori, colonizzatori dopo l’unità ndr), che vennero a contatto con quelle coste, siamo intrisi di superficialità e altezzosità che ci fanno ritenere quel mondo inferiore e senza storia. 

A partire dal Corno d’Africa, l’area d’oltremare che è costata all’Italia più di quanto avesse investito in termini di vite umane e di finanze pubbliche e (poco) private. 
Se cercassimo di spiegare l’avventura coloniale italiana solamente con la lente del nazionalismo post-risorgimentale, fomentato dallo scontro continentale che porterà alla Prima Guerra Mondiale, non assolveremo in pieno alla missione che ci siamo dati come blog, forniremo una visione parziale ed incompleta. La tematica non si esaurirà in queste poche righe, ma tornerà periodicamente ogni volta sottolineando aspetti diversi, al fine di dare un quadro quanto più completo ed esteso. 

Il Corno d’Africa è un lembo di terra bagnato a est e a sud est dall’Oceano Indiano, a nord est dal Mar Rosso e dal Golfo di Aden, situato in un crocevia di commerci tra le Indie e il mondo Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Attualmente possiamo considerare lo Stato federale della Somalia come l’ entità politica più grande, anche se in forte difficoltà per questioni interne, come lo stato del Corno. 
Le città principali sono: Mogadiscio (capitale), Chisimaio, Brava, Merca, Obbia, Berbera nell’ex Somaliland britannico.  

Library of Congress

Risulta necessario conoscere la struttura sociale dominante di questo paese perchè è alla base degli odierni scontri. La società somala si è generalmente identificata con il gruppo etnico o tribù o cabila tra cui le più importanti rimangono: i Dighil, i Rahawin, gli Hawiye, i Darod, gli Isaaq e i Dir. I primi due sono sono esclusivamente agricoltori e artigiani nella vasta zona tra Giuba e Scebeli (unici due fiumi somali che scorrono prevalentemente nella parte meridionale), mentre gli ultimi quattro sono prevalentemente pastori nomadi lungo il corso del medio Scebeli. La popolazione si compone anche di alcune minoranze, come quella Bantu, che abita prevalentemente la parte meridionale del paese, e la cui presenza risale all’incirca all’inizio del diciannovesimo secolo. Tutti i clan fanno risalire la loro discendenza “mitica” dagli arabi. La discendenza familiare si basa sul ramo maschile. La religione principale è l’Islam, introdotto dalle popolazioni arabe migrate dalla penisola arabica. I somali sono musulmani sunniti di rito sciafeita. Per i somali, la legge Sharia rappresenta la totalità degli ordinamenti tratti dal Corano e dalla Sunna. La Sunna è la raccolta di ciò che Maometto ha detto, fatto e accettato; la Sharia è un sistema normativo, di natura spirituale. I ragazzi somali vengono istruiti nella religione musulmana nelle scuole coraniche, in lingua araba, dirette da un santone o da un maestro. La lingua somala è prevalentemente solo parlata. Comprende tre gruppi di dialetti: darot parlato in Migiurtinia, nella parte nord e centrale dell’Obbia e dell’Oltregiuba; dial hauwji nella parte meridionale dell’Obbia, nel medio Scebeli e nella regione dei Gagial; dighil tra Uebi Scebeli e Giuba. 

Library of Congress

Molto simile è la struttura etiope. La popolazione del paese è molto diversificata, che contiene più di 80 gruppi etnici diversi: l’Oromo è il più grande gruppo etnico in Etiopia, il 34,4% della popolazione nazionale. L’Amhara rappresenta il 27,0% degli abitanti del paese, mentre Somalis e Tigrayani rappresentano rispettivamente il 6,22% e il 6,08% della popolazione. Altri gruppi etnici prominenti sono i seguenti: Sidama 4,00%, Gurage 2,52%, Welayta 2,27%, Afar 1,73%, Hadiya 1,72%, Gamo 1,49% e altri 12,6%.
Le minoranze etniche del Nilo-Saharan abitano le regioni meridionali del paese; Particolarmente nelle aree della regione di Gambela che confina con il Sud Sudan. I più grandi gruppi etnici tra questi includono il Nuer e Anuak. L’Etiopia ha stretti legami storici con tutte e tre le principali religioni rivelate, il cristianesimo copto rimane il rito più diffuso, a cui segue l’Islam soprattutto nella zona a confine con l’Eritrea.

In questa regione nella seconda metà del XIX secolo si rivolse lo sguardo delle grandi potenze europee eccitate per lo scramble for Africa. A questo orgasmo imperiale non voleva mancare la classe politica dell’Italia liberale. 
La costa dei somali o terra degli aromi chiamata così dagli antichi per via del commercio di incenso fu considerato un ottimo avamposto per il controllo dei traffici con l’Oceano Indiano: i britannici controllavano Aden, sulla costa della penisola arabica, e il territorio settentrionale del Corno (British Somaliland). La Francia nel 1859 acquisì il porto di Obock, l’odierna Gibuti. Contemporaneamente si affacciava in Africa orientale il Secondo Reich tedesco, forte della vittoria del 1870 sulla Francia. Ma ciò che aveva aumentato il valore strategico dell’area fu l’apertura del canale di Suez nel 1869.

©  Collection Sirot-Angel/leemage

Di fatto degli europei avevano già controllato quelle aree, con l’arrivo dei portoghesi. Installatisi ai tempi di Vasco da Gama, i lusitani furono costretti a lasciare i domini compresi tra Mozambico, Mombasa e Zanzibar a seguito di un conflitto con le truppe dello Scià di Persia aiutato dalla Gran Bretagna. Quando l’Italia si affacciò in Africa le coste somale erano suddivise tra sultanati locali. I sultani più importanti furono quello di Mascate e di Zanzibar con cui gli italiani avrebbero trattato per le coste del Benadir (regione meridionale della Somalia).

Guardando la mappa sorge spontaneo il dubbio del perché l’Italia non avesse sfruttato la sua centralità mediterranea e volto lo sguardo verso mete più vicine e accessibili dal navigli. Le risposte alla domanda sono molteplici.

L’Italia arrivò in ritardo negli ultimi venti anni dell’ottocento alla corsa imperiale. Il discorso politico interno era vivace e acceso, non vi fu unanimità tra le anime politiche italiane; i militari erano divisi sull’opportunità di impegni in paesi lontani, e gli affaristi interessati erano veramente pochi, tra questi vi era il genovese Rubattino. Quando il governo Depretis decise che era giunta l’ora, fu perché l’impulso di Londra aveva amalgamato le spinte imperialistiche interne italiane facendo sì che la classe dirigente sentisse il bisogno di dotare l’Italia di terre coloniali. Inserire una media potenza, o l’ultima delle grandi, consentiva alla Gran Bretagna di continuare la sua politica di contenimento dell’espansionismo francese, ma soprattutto del nascente imperialismo tedesco.

L’Italia si avviava alla conquista di terre coloniali fuori tempo massimo, senza un disegno strategico. La ragione principale addotta per giustificare l’azione era quella di limitare le migrazioni di italiani all’estero, ma nelle colonie dell’oltremare italiano i migranti saranno sempre inferiori al numero di italiani presenti nelle terre francesi o inglesi. Infatti una grossa comunità di italiani viveva a Tunisi e Orano, terre conquistate dalla Francia, dando uno schiaffo alla politica incerta dell’Italia (il più famoso è lo smacco di Tunisi del 1881); non diversa era la situazione in Egitto, per il cui controllo la Gran Bretagna invitò anche il Bel Paese, ma il governo rifiutò l’invito. Le fonti riportano che nel 1881 più di sessantamila italiani vivevano in Africa. La comunità italiana d’Africa più estesa era quella che viveva in Tunisia, qui la stragrande maggioranza svolgeva umili lavori, così come in Egitto, la parte più colta era quella legata alle attività consolari. Queste comunità si erano ormai stabilite, ma non sempre erano integrate. Numerosa era anche la presenza in Marocco. Queste comunità all’inizio della penetrazione francese nel nord ovest dell’Africa erano più numerose di quelle transalpine. Fu solo la legge di naturalizzazione obbligatoria, imposta dalla Francia, che fece perdere il contatto con i numeri degli italiani all’estero. Si ricordò di loro solamente il Fascismo, ma per rivendicare le terre dove vivevano a danno della Francia.

Rimanevano senza un padrone europeo i territori della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan in mano ad un traballante impero Ottomano e i territori dell’Africa Orientale dove spiccava il più grande impero continentale: l’Etiopia.
Se per il nord Africa vi furono spedizioni e contatti volti ad approfondire la conoscenza del territorio da conquistare, non fu esattamente così per il corno d’Africa. Si erano susseguite missioni scientifiche, ma non vennero utilizzate come appoggio di conoscenza per operazioni militari oltremare.
Nel 1882 l’Italia si mosse per la creazione di un impero, supportata dalla stampa che esaltava l’opera civilizzatrice europea a cui l’Italia stava per contribuire.

Fonte Nazioni Unite

L’Italia ebbe l’accesso al mar Rosso scortata dalla Royal Navy. Le truppe italiane raggiunsero il porto di Assab senza le necessarie mappe e con il naviglio caricato senza tener conto delle funzioni operative del carico (i cannoni si trovavano in fondo alla stiva).
Questo atteggiamento di superficialità e di scarsa percezione della minaccia causerà all’Italia pesanti umiliazioni, come accaduto anche ad altre potenze coloniali, britannici in primis: tutto a sottolineare ancora una volta l’atteggiamento di altezzosità e superiorità nei confronti di altre civiltà che ha condizionato parte del periodo definito coloniale!

Una volta stabilitasi in Eritrea, l’Italia, sempre sotto l’ala protettrice britannica, iniziò la penetrazione nel territorio dei somali. Questa penetrazione avvenne per gradi. L’area del Benadir (regione dove si trova Mogadiscio) era sottoposta al sultano di Zanzibar, con il quale le prime ambascerie italiane trattarono per ottenere concessioni commerciale. Quasi contemporaneamente venero strette relazioni con i sultanati dell’Obbia e della Migiurtinia (parte settentrionale del Corno). Al termine delle trattative venne stipulato un contratto con il sultano di Zanzibar. A circa dieci anni dall’acquisizione di Assab l’Italia ottenne in affitto i porti del Benadir che non furono inglobati come colonia, ma vennero ceduti alla Società Filonardi &C. Successivamente la società Filonardi venne sostituita dalla società del Benadir (1900) che perse il controllo a causa di scandali legati alla tratta degli schiavi, commercio bandito dall’accordo di Bruxelles del 1890.

Tra la penetrazione in Eritrea e quella in Somalia si inserisce la questione etiope. L’Etiopia a fine ottocento era l’unico regno africano indipendente. Le mire coloniali italiane si mossero verso quei territori al fine di ingrandire e rendere più sicuro il territorio costiero dell’Eritrea. Questo desiderio portò allo scontro di Dogali (26 gennaio 1887) dove una colonna di 500 italiani fu sopraffatta dall’esercito abissino. Questa sconfitta portò ad un cambio di rotta della politica coloniale dell’Italia, che di lì a qualche anno siglò con il Negus il trattato di Uccialli (2 maggio 1889) con il quale l’Etiopia accettava l’Italia come interlocutore verso le altre potenze europee. Questo trattato dopo qualche tempo manifestò l’inesperienza del governo italiano nel gestire le questioni africane, infatti dai cavilli delle traduzioni, i diplomatici italiani credevano che il Negus avesse accettato il ruolo di protettore italiano, cosa che non avvenne; infatti il Negus era in rapporto diretto con Londra. Tale situazione portò il governo italiano ad accettare l’azione militare contro il Negus, che fatalmente portò alle note vicende di Adua.

Francesco Crispi – Mary Evans Picture Library / AGF

La presenza italiana nel Mar Rosso, secondo la propaganda governativa, avrebbe dovuto costituire la chiave per il Mediterraneo, ma quella chiave non avrebbe aperto nessuna porta, se consideriamo gli ingombranti vicini. Il programma politico del più grande fautore dell’avventura coloniale italiana, Francesco Crispi, prometteva all’Italia non solo un posto al sole, ma un ruolo di potenza attiva che avrebbe ottenuto vantaggi commerciali e strategici e che avrebbe convogliato le energie della popolazione più povera costretta ad emigrare in Paesi stranieri, al fine di far fiorire nella civiltà le zone conquistate. I decenni successivi alla nascita della colonia dell’Eritrea metteranno in luce i limiti di un’azione portata avanti sull’onda dell’emozione più che sul calcolo costi benefici, ma questo sarà un altro capitolo di questa storia poco conosciuta.