Nel calcio dei valori cristallizzati, dei gap tra grandi e piccole profondi come un canyon e che per la prima volta si prepara a sperimentare l’assenza del pubblico a lungo termine, le imprese improbabili sono gli eventi ancora in grado di smuovere qualcosa di forte negli stomaci degli spettatori, annoiati davanti alle tv che mostrano l’eccellenza stare quasi sempre dalla stessa parte.

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Immaginate di avere un piano dettagliato e i mezzi necessari per portare un nuovo club a sfidare l’élite. Per quanto ambiziosi possiate essere, se la scelta del terreno di conquista ricade sulla Turchia e in particolare sulla città di Istanbul qualcuno che vi vuole bene dovrebbe spingervi a guardare ad altri lidi. Non fosse altro che dalla nascita della Süper Lig, nel 1959, solo due squadre al di fuori delle Big Three dell’antica Costantinopoli – Galatasaray, Fenerbahçe e Beşiktas – sono riuscite a vincere il titolo nazionale, sommando sette trionfi contro i 54 festeggiati a Istanbul.

Nel calcio vero e non immaginato però sono anche gli aspetti che trascendono lo sport a poter fare la differenza. Accade quindi che alla ripresa post-Covid della Süper Lig 2019-2020 in testa alla classifica ci siano il Trabzonspor, penultima società a rompere l’egemonia calcistica di Istanbul nel 1984, e il Başakşehir, che dalla capitale invece viene e da qualche anno sgomita per allontanare i pregiudizi che si porta appresso praticamente dalla nascita, duri da scardinare almeno quanto la storica concorrenza cittadina. 

Una delle recenti sfide tra Başakşehir e Beşiktas ©Needpix.com

Nella prima metà del 2014, Recep Tayyip Erdoğan sta vivendo gli ultimi mesi da primo ministro della Turchia, di cui da agosto sarebbe diventato il primo presidente eletto direttamente e non dal Parlamento. Prima dell’estate, però, è un’altra la novità che tiene banco a Istanbul, città natale del futuro presidente: l’Istanbul Büyükşehir Belediyesi ha conquistato l’accesso in Süper Lig, sebbene non per la prima volta.
Nota anche con l’abbreviativo IBB, la quarta squadra che Istanbul porta nel massimo campionato turco è in realtà la sezione calcistica della polisportiva nata nel 1990 e di proprietà del comune di Istanbul. All’epoca, la capitale della Turchia e l’intero Paese si apprestavano a vivere anni di grandi cambiamenti: nel 1994 proprio Erdoğan venne nominato sindaco di Istanbul come candidato del Partito del Benessere, che puntava a ridare voce alla popolazione musulmana, reduce da decenni di repressione. Il mandato di Erdoğan durerà fino al 1998 ma sarà semplicemente il preludio alla fondazione (2001) dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di orientamento islamico e conservatore che avrebbe segnato il ventennio successivo a partire dalla vittoria delle elezioni parlamentari del 2002.

Il ritorno dell’IBB in Süper Lig del 2014 non è accolto con particolare entusiasmo in città. Galatasaray, Beşiktas e Fenerbahçe si sono già accaparrati e spartiti praticamente tutti i cuori dei tifosi di Istanbul, che sembra non avere spazio o bisogno di un altro club che, oltre a poter vantare poco sostegno, ha vivacchiato per più di vent’anni tra terza e prima serie del calcio turco, ottenendo al massimo un sesto posto e arrivando a essere definito uno spreco di soldi dei contribuenti.

Qualcuno interessato alle sorti dell’Istanbul BB, però, c’è. Nel giugno che fa seguito alla promozione, un consorzio formato da alcuni influenti uomini d’affari decide di acquistare il ramo calcistico della polisportiva IBB pagando poco più di cinque milioni di euro, un prezzo piuttosto vantaggioso per un club sì privo di tradizione ma comunque nella massima divisione nazionale.
Più che fondata da zero, la società calcistica viene tolta al comune e “rebrandizzata”, ma persino l’atto che tenta di distaccare la nuova entità dal potere istituzionale conferisce immediatamente una pesante eredità. Il club viene ribattezzato İstanbul Başakşehir Futbol Kulübü, in riferimento alla sua nuova casa, il distretto Başakşehir. Piuttosto distante dal centro della capitale, l’area aveva iniziato a svilupparsi quasi vent’anni prima, quando il comune allora guidato proprio da Erdoğan sfruttò una raccolta fondi organizzata tramite reti di solidarietà islamiche per costruire una nuova zona residenziale periferica con oltre 5.000 unità abitative. Come spiega John McManus su The Blizzard, i destinatari del nuovo quartiere erano persone che affermavano di volersi separare da gente che «beveva alcol, vestiva in modo inappropriato o possedeva cani domestici», tutti comportamenti o abitudini mal visti dal mondo musulmano. In altre parole, scrive McManus, Başakşehir era un progetto di politicizzazione dell’architettura urbana, un modo di costruire – insieme agli edifici – una nuova identità nazionale dando maggiore spazio alla cultura islamica.

“L’esordio” di Erdogan con la maglia del Başakşehir

Agli occhi più attenti, quindi, l’intera operazione svela fin dall’inizio connessioni non casuali. Alla scelta del quartiere Başakşehir, diventato qualche tempo prima una municipalità autonoma, si somma la vendita generosa di un comune che da diversi anni era in mano a sindaci del partito di Erdoğan, l’AKP, e aveva approvato nel 2011 la costruzione del quinto stadio più grande di Istanbul. Che sarebbe stato intitolato a Fatih Terim e sarebbe nato, ovviamente, nel distretto di Başakşehir: proprio lì, durante una cerimonia organizzata per inaugurare il campo e celebrare la nascita della nuova squadra, Erdoğan avrebbe vestito la maglia numero 12 del Başakşehir poco prima di essere eletto 12° presidente della Repubblica turca. Quella maglietta sarebbe poi stata ritirata dal club.

Lo stadio Fatih Terim, casa del Başakşehir ©WikimediaCommons/Sakhalinio

Infine, si passa al fattore umano. A capo del consorzio di businessmen che rileva il Başakşehir c’è il presidente Göksel Gümüşdağ, già fortemente legato all’AKP e – in più – genero di Erdoğan. Altri legami famigliari si rintracciano in Ahmet Kenetçi, anch’egli membro del board, la cui sorella ha sposato uno dei figli di Erdoğan. La società che dal 2015 sponsorizza il club, modificandone il nome in Medipol Başakşehir FK, è stata fondata da Fahrettin Koca, dottore personale di Erdoğan e dal 2018 Ministro della Salute.

Ma oltre che ingiusto, sarebbe proprio sbagliato ridurre il Başakşehir – e il suo successo – a una serie di comode connessioni con il potere. Il modello di gestione scelto dal board di otto membri che controlla il club è in effetti rivoluzionario per il calcio turco, abituato a una sorta di azionariato popolare che lega i destini delle società alle elezioni presidenziali consentendo quasi sempre soltanto una visione a breve termine, che favorisce l’accumulo di debiti. Come ci racconta Bruno Bottaro, massimo esperto di calcio turco in Italia che ha fatto visita alle strutture del Başakşehir nel 2017, Mustafa Erogut, direttore esecutivo della società, ha spiegato di «essere stato in visita ai maggiori club d’Europa, a cui ha avuto accesso grazie ai suoi buoni rapporti con molti dirigenti europei, in modo da ispirarsi ai migliori per costruire in Turchia ciò che non è mai stato fatto prima, ovvero un club calcistico che si regga sui propri ricavi e non sull’iniezione di denaro del presidente-eletto di turno, con inevitabile indebitamento successivo».

È quindi innegabile che il Başakşehir vanti un progetto sportivo lungimirante e all’avanguardia. Al timone del club nato nel 2014 è stato messo Abdullah Avci, maestro di tattica e noto per l’utilizzo dei dati che aveva già guidato l’IBB durante le migliori stagioni della sua breve storia. Avci ha lasciato la guida del Başakşehir dal 2019 all’ex giocatore dell’Inter Okan Buruk, non prima però di aver costretto Istanbul a fare i conti con una nuova forza in ascesa, seppur poco fortunata. In cinque stagioni, dopo due quarti posti di riscaldamento, i blu-arancioni (stessi colori dell’AKP) hanno inanellato un secondo, un terzo e di nuovo un secondo posto, nelle ultime due occasioni restando in corsa per la vittoria finale rispettivamente fino all’ultima e penultima giornata.

Tali risultati, che includono anche una finale di Coppa di Turchia persa ai rigori e le prime storiche qualificazioni in Champions ed Europa League, sono stati resi possibili anche dalle scelte in sede di mercato. Come le tre big di Istanbul, anche il Başakşehir ha puntato negli anni su grandi nomi in uscita dall’Europa che conta. A gente come Adebayor, Clichy, Robinho, Demba Ba, Inler e Arda Turan è stata alternata però l’esperienza di giocatori come Emre Belozoglu e uno scouting pregiato che ha portato giovani come Cengiz Ünder, già venduto alla Roma per una cifra pari circa a 20 volte quella spesa, e più recentemente Irfan Can Kahveci e Enzo Crivelli, pedine chiave della squadra attuale. Tutto ciò, fatto mantenendo i conti in ordine.

Paradossalmente, si può dire che il progetto Başakşehir stia facendo molta più fatica fuori dal campo, perlomeno a costruire l’immagine voluta. I buoni risultati non sono ancora sufficienti a pareggiare la tradizione vantata dagli altri club della capitale turca, i cui tifosi guardano alla giovane società come una creatura fake, spinta fin lì solo dalle connessioni con il governo. Per intenderci, non sono rari i sostenitori di Beşiktaş, Galatasaray o Fenerbahçe che si rifiutano per ora di definire derby quello con il Başakşehir. La base ridotta di tifosi e gli spalti poco frequentati dello Stadio Fatih Terim non aiutano, tanto che la squadra sta già puntando sulle prossime generazioni di appassionati di calcio, scontando ad esempio i biglietti ai ragazzi delle scuole locali e cercando di attirare le famiglie. Questo perché, come ammesso dallo stesso Erogut nell’intervista rilasciata a Bottaro,

Le persone cambiano nome, religione, ma non cambieranno mai la loro squadra di calcio

Va inoltre sottolineato come, anche in Turchia, il calcio tenda tradizionalmente a opporsi al potere politico, piuttosto che esserne assoggettato. Nel 2013 i tifosi delle tre grandi di Istanbul hanno messo da parte la rivalità per manifestare insieme contro l’AKP di Erdoğan ed esprimere il proprio dissenso verso il piano che avrebbe previsto la costruzione di un centro commerciale nel polmone verde cittadino Gezi Parkı. Anche in questo senso, quindi, il Başakşehir rappresenta un’eccezione in quanto club fortemente pro-AKP (dagli spalti al distretto che lo ospita), una componente che non aiuta la reputazione della società, che già in qualche occasione ha peccato di poca trasparenza e ci tiene a ribadire, in maniera un po’ forzata, la propria indipendenza dalle alte sfere governative. Un aspetto sul quale c’è da lavorare: McManus ha spiegato di non aver ottenuto alcuna risposta ufficiale dal club a fronte di una richiesta, stessa cosa peraltro accaduta a The Pitch.

Galatasaray 2-0 Başakşehir (2018)
Emre Belozoglu rincorre un avversario del Galatasaray in un derby del 2018 ©Flickr/l3o_

Ma la ripresa del campionato turco successiva alla pandemia offre al Başakşehir una grande occasione. Nel giugno del 2019, il partito laicista CHP ha sconfitto l’AKP nella ripetizione delle elezioni municipali che hanno sancito la vittoria di Ekrem İmamoğlu, da allora nuovo sindaco di Istanbul. İmamoğlu ha fin da subito annunciato severe ispezioni per portare alla luce eventuali connessioni che favorirebbero il Başakşehir, già criticato ancora prima del voto, quando il politico disse che con tre club già presenti in città «non dovremmo preoccuparci di un’altra squadra a cui dare soldi, contratti e sponsorizzazioni».

Nell’Istanbul strappata dalle mani di Erdoğan dopo molti anni, però, i blu-arancioni hanno continuato a stupire. Okan si è dimostrato tecnico preparato e ha guidato i suoi al primo posto, condiviso con il Trabzonspor, dopo 26 giornate e ai sedicesimi di finale di Europa League, congelati dopo la vittoria turca (1-0) dell’andata sul Copenhagen.
Dopo stagioni di titoli sfiorati, se non gettati al vento nel finale di stagione, sarebbe simbolicamente incredibile vedere il Başakşehir trionfare proprio nell’anno in cui chi ne starebbe fabbricando il successo ha perso il controllo politico dell’antica Costantinopoli.

Vorrebbe dire che forse hanno davvero ragione, dal club, a insistere sul fatto che non siano certi legami (esistenti o meno) ad aver fatto decollare un progetto nato appena sei anni fa.
E potrebbe voler dire che sì, con buona pace delle Big Three, a Istanbul si può iniziare a parlare veramente di quattro squadre.