E mentre marciavi con l’anima in spalle / Vedesti un uomo in fondo alla valle / Che aveva il tuo stesso identico umore / Ma la divisa di un altro colore.
Fabrizio De André

Madrid, 21 giugno 1964. Sono le 18:30 quando Francisco Franco entra in un Santiago Bernabeu gremito da 80.000 persone. Il suo ingresso è accompagnato dall’urlo «Franco! Franco!». La partita non è più una semplice finale degli Europei di calcio, è lo scontro tra due mondi diametralmente opposti: la Spagna, fascista e ultracattolica, e l’URSS, comunista e proletaria. La presenza del Generalísimo è stata in dubbio fino all’ultimo, perché c’è il gigantesco rischio di dover consegnare la Coppa nelle mani degli acerrimi nemici. Ma Franco la sua vittoria l’ha già ottenuta dando al mondo un’immagine della Spagna forte, moderna e produttiva.

Illustrazione di Caterina D’Amato

All’inizio degli anni ’60, gli spagnoli vedono finalmente allentarsi il giogo della dittatura, dopo la carneficina della Guerra Civíl che ha sconvolto la nazione. Franco si è ormai reso conto dell’impossibilità di continuare con l’assoluto isolamento in cui vive il paese e la decisione di aprire le frontiere alla nuova realtà del turismo e agli investimenti stranieri porta, analogamente a quanto accade in Italia, al milagro económico. Intanto il calcio funge da straordinario veicolo dell’immagine spagnola in Europa. Il fútbol iberico sta vivendo un periodo d’oro: il Real Madrid vince le prime cinque edizioni della Coppa Campioni (1956-1960) e la prima Coppa Intercontinentale contro il Peñarol (1960). Vittorie che s’inseriscono in una cornice di dominio più ampia, che va dalle due Coppa Latina del Barcellona (1949 e 1952) alle sei Coppe delle Fiere conquistate da Barcellona, Valencia e Real Saragozza tra il 1958 e il 1966, passando per la Coppa delle Coppe dell’Atletico Madrid (1962). Per vivere un altro periodo tanto abbondante di successi, il calcio spagnolo dovrà attendere i primi due decenni del nuovo millennio, durante il quale Real Madrid e Barcellona si spartiranno dieci delle venti Champions League a disposizione e Siviglia e Atletico Madrid vinceranno nove Europa League. Il tutto mentre la Roja conquisterà due Europei ed un Mondiale.

Picasso Pablo. “Guernica”. 1937. Olio su tela. Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid.
Il dipinto rappresenta il bombardamento della cittadina basca di Guernica da parte dell’aviazione italo-tedesca in appoggio ai franchisti durante la Guerra Civile spagnola.

Nel 1960 Franco si rende, però, protagonista di un incidente diplomatico che macchia l’aperturismo appena inaugurato. Il sorteggio dei quarti di finale della prima edizione degli Europei mette di fronte la Spagna e l’URSS. Proprio quei sovietici che, quasi trent’anni prima, avevano dato il loro sostegno alle forze antifasciste impegnate contro la Falange franchista. Il Caudillo non vuole assolutamente che i comunisti mettano piede a Madrid, né tantomeno che gli spagnoli vadano in trasferta a Mosca, per cui si impegna in un asfissiante pressing sulla Federazione perché ritiri la nazionale. È un’epoca in cui è impossibile mettersi contro il Generale, così l’URSS trova la strada spianata per la fase finale da disputare in Francia che li vedrà poi vittoriosi.

L’edizione 1964 prevede ancora tre turni di qualificazione e una final four da disputare in uno dei paesi che si sono guadagnati l’accesso alle semifinali. Al primo turno si assiste, però, ad un altro caso di boicottaggio politico, sulla falsariga di quanto avvenuto tra Spagna e URSS: la Grecia si rifiuta di giocare il doppio incontro con l’Albania, un paese con cui è ancora ufficialmente in guerra visto che nessun armistizio è stato firmato al termine del conflitto mondiale. Agli ottavi c’è da registrare il clamoroso exploit del Lussemburgo che riesce a eliminare l’Olanda, una squadra ancora ignara della rivoluzione calcistica che sta per abbattersi sul paese. I Leoni rossi dovranno aspettare fino al 1995 per centrare un’altra vittoria nelle qualificazioni europee, questa volta contro Malta.

I turni eliminatori sono fatali anche per l’Italia di Edmondo Fabbri. L’esordio contro la modesta Turchia si gioca a Bologna, dove la Nazionale s’impone per 6-0 anche grazie alle prime due reti azzurre di Gianni Rivera. Il ritorno ad Istanbul finisce per 1-0, una partita che non è restata negli annali se non per l’esordio di Facchetti. Al turno successivo l’Italia si trova di fronte la corazzata campione in carica. Allo Stadio Lenin di Mosca ci sono 100.000 sovietici pronti a sommergere di fischi gli Azzurri, che infatti vengono tramortiti dal «cinismo dei russi» – scrive Brera. È il 13 ottobre 1963, l’URSS s’impone per 2-0, ma la partita passerà alla storia per il “pugno di Mosca”. L’atteggiamento dei sovietici è aggressivo ed intimidatorio, «hanno usato i tacchetti in duralluminio e questo non è consentito dal regolamento» dirà Fabbri nel dopopartita. All’ennesimo fallo del difensore Dubinsky, Ezio Pascutti, lanciato a rete, reagisce: mostra il pugno, gli mette le mani al collo, lo spintona. L’epilogo è scontato: cartellino rosso. Il ritorno all’Olimpico di Roma finisce 1-1, con gol di Rivera e Gusarov, mentre Mazzola si fa parare un rigore da Jašin che spegne definitivamente le velleità di rimonta.

Entrai da solo negli spogliatoi, mi misi a piangere così forte che cadevo sotto la doccia. Avevo intuito il seguito. Perché quella non era solo una partita. Era la prima sfida Urss-Italia, con noi erano venuti dieci parlamentari. La stampa mi inchiodò: «Vergogna». Anche Brera, che dopo i due gol di Vienna all’Austria aveva scritto che ero l’ala sinistra più forte del mondo, chiese una punizione. Sul volo di ritorno mi misero in prima classe con i parlamentari, per evitare contatti con i giornalisti: nessuno mi rivolse la parole, solo un Senatore comunista di Reggio mi fece coraggio, mi pare si chiamasse Ferioli. La Uefa non mi squalificò, la Federazione invece, pressata dai politici e giornalisti, mi inflisse tre mesi di sospensione.

Ezio Pascutti
Nando Martellini racconta la sconfitta degli Azzurri allo Stadio Lenin di Mosca

Nel corso del 1963, per la Spagna matura seriamente l’eventualità di ritrovarsi costretta a sfidare una compagine del blocco comunista. La politica di Franco si ribalta completamente rispetto al 1960. Il Generalísimo decide di candidare la nazione come paese ospitante della fase finale. Ad accedere all’Europeo vero e proprio sono quattro squadre: la sorprendente Danimarca del capocannoniere Ole Madsen, “l’Armata Rossa” guidata dal Pallone d’Oro in carica Jašin, la rediviva Ungheria che avrebbe poi vinto gli ori olimpici 1964 e 1968 e la Spagna padrona di casa. Le Furie Rosse sono guidate dal c.t. José Villalonga, che alla vigilia del torneo ha deciso di lasciare a casa i “grandi vecchi” del Real Madrid Puskas, Di Stefano e Gento, che già aveva guidato alla conquista delle prime due Coppe Campioni della storia. L’allenatore preferisce puntare su una rosa di giovani dai muscoli d’acciaio e dalla fame di vittorie, che possono essere plasmati ad un gioco fondato sull’agonismo e sulla coesione di squadra. Gli unici due fuoriclasse sono il giovane talento meruenges Amancio e Luisito Suarez, che qualche settimana prima al Prater di Vienna ha guidato l’Inter alla conquista della sua prima Coppa Campioni.

Il 17 giugno si giocano le semifinali. Alle 20 va in scena al Bernabeu la sfida che vede di fronte i padroni di casa e l’Ungheria di Flórián Albert, futuro Pallone d’Oro nel 1967. Al termine dei 90’ il risultato è di 1-1, servono i supplementari per decretare l’accesso alla finale, ma mentre sul campo già aleggia lo spettro della monetina, – all’epoca in caso di pareggio non erano ancora previsti i calci di rigore e solo la Finale veniva ripetuta – a 8’ dalla fine ci pensa il giovane Amancio a decidere la sfida in favore della Roja. La partita tra Spagna e Ungheria è finita da pochi minuti quando in un Camp Nou vestito di rosso va in scena l’altra semifinale, che vede l’URSS strapazzare per 3-0 i semidilettanti danesi. La Catalogna è da sempre antifranchista, non sorprende, quindi, che l’intero stadio si schieri dalla parte dei “compagni” sovietici. Il sostegno catalano, però, non si ferma qui: sono tantissimi i pullman che partono da Barcellona per sostenere la squadra ospite nella finalissima del Bernabeu. Ecco facilmente spiegato il motivo per cui, in una Spagna fascista e anticomunista, all’inno nazionale sovietico risuoni nello stadio un rispettoso applauso.

Il caldo torrido che avvolge la capitale spagnola è reso ancora più afoso dall’umidità dovuta alla pioggia di metà pomeriggio. Si preannuncia una partita spettacolare e, infatti, dopo appena 6’ minuti la Roja passa in vantaggio con un gol di Pereda, che da pochi metri scarica un tiro di terrificante potenza che non lascia scampo a Jašin. La partita sembra già incanalarsi sui binari della Spagna, ma appena due minuti dopo i sovietici trovano la via del pari grazie a Khusainov. Il match prosegue sempre più impregnato dell’afa madrilena e i russi, abituati a giocare nel rigido freddo di Mosca, cedono al caldo e alla fatica. È il minuto 85’ e i tempi supplementari si avvicinano, quando Marcelino regala il definitivo vantaggio alla Spagna.

Le immagini storiche della Finale di EURO ’64 tra Spagna e URSS

Le immagini che i Noticieros y Documentales (i cinegiornali dell’epoca) diffondo il giorno successivo alla vittoria parlano chiaro: si vede un cross partire dalla fascia destra dai piedi del 7 spagnolo, Amancio, e Marcelino a centro area che, con un colpo di testa in tuffo, manda la palla alle spalle dell’incolpevole Jašin. La realtà dei fatti, però, è leggermente diversa. A regalare l’assist all’eroe di quella notte è Pereda, autore del primo gol, ma la scarsità dei mezzi audiovisivi spagnoli non permette di registrare tutte le azioni, ma solo quelle salienti. E quel cross non è stato registrato. Dire il contrario, nella Spagna franchista del 1964, avrebbe significato mettersi contro il Regime, per questo Pereda rimase un eroe nascosto. Solamente nel 2008, in un’intervista a RTVE, Antonio García Valcáler, montatore per il NO-DO in quegli anni, svelò che aveva montato un’azione simile, dove Amancio crossava in direzione di Marcelino sempre dalla fascia destra. Fortunatamente, dopo qualche anno venne reso noto un video della stessa azione, dove si vedeva chiaramente Pereda lasciare sul posto il laterale russo ed effettuare un cross diretto al cuore dell’area.

RTVE svela il montaggio truccato dal NO-DO (2008)

Il Generale può così simbolicamente consegnare la Coppa nelle mani del capitano Olivella, che lo ringrazia così: «Dedichiamo questa vittoria innanzitutto al Generalísimo Franco, che stasera è venuto a onorarci della sua presenza e incoraggiare i giocatori, i quali hanno fatto l’impossibile per offrire al Caudillo e alla Spagna questo eccezionale trionfo». Un successo che permette a Franco di celebrare la superiorità politica della Falange in campo internazionale, in particolare sui nemici sovietici. Un successo che non ha però mai goduto di un grande eco nella memoria spagnola. Lo stesso c.t., l’andaluso Villalonga, è stato dimenticato, complice il suo passato da militante nella División Azul falangista durante la Guerra Civíl. Il grande marchio propagandistico impresso dal Generalísimo sulla vittoria ha fatto si che il trionfo venisse cancellato, come del resto tutto ciò che riguarda il periodo franchista.

Il Presidente della UEFA, Gustav Wiederkehr, consegna la Coppa Henri Delaunay al capitano spagnolo – © Marca