Vikìngar

Non sempre gli Scandinavi vennero identificati come Vichinghi. In origine si guadagnavano da vivere onestamente come mercanti, ma le generazioni successive notarono come fosse molto più redditizio continuare il commercio senza dare nulla in cambio. Con navi veloci e basse si potevano risalire i fiumi, e applicare la tecnica del “saccheggia a scappa”: nessuno riusciva a raggiungere la velocità delle navi vichinghe. Era l’8 giugno del 793 quando gli Scandinavi saccheggiarono il monastero dell’Isola di Lindisfarne, e da qui iniziarono a chiamarsi Vichinghi, dal norreno Vikìngar, ovvero “predone”.
Inizia l’era in cui i Vichinghi terrorizzano l’Europa intera: i monasteri erano prede facili e molto ricche, ma una volta affermati come temibili pirati, passarono direttamente alle minacce di attacco, ricavando preziosi tesori senza sporcarsi le mani.

L’abbazia di Lindisfarne, sede del primo attacco dei predoni del nord. ©David Mark – Pixabay

Oltre che a queste brevi visite, i Vichinghi si integrano con le culture locali, sia linguisticamente che geneticamente, il più delle volte tramite stupri, nel periodo più violento. Alcuni iniziano anche a convertirsi al cristianesimo, e in breve anche in Islanda e in Groenlandia arriva la nuova religione. Nulla di particolarmente spirituale: il Re di Norvegia capisce che far parte della comunità cristiana porta notevoli vantaggi commerciali, e il gioco è fatto. Lo stesso Re, acquisendo potere tra i Vichinghi, incanala nuovamente le energie dei predoni in più rispettabili attività commerciali.

Stile di vita che vince, non si cambia

Le navi vichinghe non sono solo le più veloci dell’epoca, ma anche le prime ad avventurarsi nell’Atlantico Settentrionale. Più precisamente, molto spesso andavano fuori rotta, scoprendo per caso isole nuove. Per loro fortuna con il clima del tempo, l’Atlantico era privo di ghiacci. Nel 870 gli Scandinavi si insediano in Islanda, restando stupefatti di fronte ai geyser e ai paesaggi vulcanici. Per il resto, il paesaggio era identico a quello di casa. O almeno così sembrava ai loro occhi..

Geyser e paesaggi vulcanici incantano i turisti di oggi come i primi esploratori. ©Francesco Chirico

Lo stile di vita viene applicato pari pari. I boschi di betulla dei bassopiani vengono abbattuti per farne pascoli per le mucche, e nel giro di un secolo l’80% delle foreste scompare. In Norvegia non ci sono mai stati problemi perché le foreste hanno un tasso di crescita sufficientemente alto, ma qui non funziona così, e i Vichinghi non potevano saperlo. Tagliando gli alberi, viene scoperto il suolo islandese, molto fertile perché formato da cenere, ma anche molto leggero, facilmente erodibile dal vento. Come se non bastasse, la cenere delle eruzioni vulcaniche, che molto lentamente ricrea il suolo fertile, avvelena i pascoli, e nel 1783 un quinto della popolazione muore di fame, a causa dell’eruzione del vulcano Laki.

Il vulcano Laki in Islanda. © jackmac34 – Pixabay

Nel frattempo, i danni più gravi avvengono sui pascoli montani, dove il prato conserva gelosamente pochi centimetri di suolo, anche qui vulcanico. Gli animali allevati dai Vichinghi riducono questa coltre erbosa e lasciano spazio all’erosione. A questo punto l’acqua piovana crea facilmente dei profondi solchi nel terreno, che a sua volta genera un abbassamento della falda. La terra rimasta più in alto del solco secca molto velocemente e risulta inconsistente. Gli Islandesi iniziano ad assistere a continue frane, intere porzioni di terreno che cadono nell’oceano, e l’inizio dell’attuale deserto.
Una volta capito il problema, gli allevatori si organizzano per limitare i danni. I pascoli delle terre alte, di proprietà comune, vengono gestiti in modo che solo un certo numero di capi di bestiame, ritenuto sostenibile, salga a brucare. Anche l’uso della legna viene limitato al minimo, ma non basta: quando i Vichinghi approdarono in Islanda, un quarto della superficie era occupato da foreste, oggi il 96% delle terre è privo di alberi.

Sugli altopiani orientali islandesi, a poca distanza si incontrano vasti prati e il tipico deserto. Oggi sappiamo che all’arrivo dei Vichinghi, dove ora c’è il deserto, era tutta campagna. © Francesco Chirico

Oggi gli Islandesi, ancora diretti discendenti dei primi Vichinghi, hanno un ministero dedicato alla conservazione dei pascoli e alla riforestazione. Come mentalità invece, la storia ha imposto uno stile molto conservatore: si è ormai capito che se una cosa funziona in quell’ambiente così delicato, è meglio non modificarla.

Il grande nemico dei Vichinghi

La storia ci insegna che i Vichinghi non hanno avuto terribili nemici, eppure le saghe della Groenlandia ci mostrano un grande nemico, il clima.

Mappa degli spostamenti dei Vichinghi nell’Atlantico settentrionale. @FocusTech

Una volta esiliato dall’Islanda, nel 980 Erik Il Rosso approda in Groenlandia, durante un periodo climatico particolarmente caldo. Qui trova due profondi fiordi con il clima adatto allo stile vichingo. Anche in questo caso, viene mantenuto in maniera assolutamente inefficiente lo stesso stile di vita. Agricoltura e allevamento di mucche li costringono a passare l’estate a fare il fieno per l’inverno, e sperare che l’inverno finisca prima del fieno. La mancanza di legno della Groenlandia li spinge finalmente in America, dove fondano, nell’anno 1000, la colonia di Vinland (terra del vino). Qui trovano tutto il necessario: clima temperato, latitudine minore, vaste foreste, salmoni, selvaggina, erba alta e inverni miti per il pascolo tutto l’anno. Abbandonarono Vinland dopo una decina d’anni, a causa di indigeni troppo ostili. Non si può certo dire che abbiano tentato un approccio diplomatico: dei primi 9 uomini incontrati, ne uccisero 8. Questa temporanea base su suolo americano gli conferisce comunque il titolo di primi occidentali a scoprire l’America.
Nel frattempo in Groenlandia si continua ad usare il ferro per qualunque cosa. Il metallo viene estratto dalle paludi, processo altamente inefficiente, e che necessita di molta legna per produrre il carbone, che a sua volta permette di raggiungere le alte temperature. Per il legname si affidano quindi alla madrepatria, a cui mandano stoccafisso, per ricevere legna o anche direttamente ferro. 

Rispetto agli scandinavi, qui viene introdotta una novità, che non viene però sfruttata al meglio, la caccia ai trichechi. I cacciatori affrontano annualmente un lungo viaggio verso nord, nei territori del Nordseta, in cui spesso vengono perse navi e uomini. I trichechi qui abbondano, e con loro l’avorio. Il prezioso materiale bianco viene venduto sui mercati europei, ma i ricavi vengono quasi tutti usati per mantenere la dieta a base di carne di manzo del vescovo, e abbellire le chiese. Una questione di moda e status sociale che li perseguita, e che li porterà a morire di fame piuttosto che adattarsi.

Durante la loro permanenza in Groenlandia, pochi sono stati gli incontri con gli Inuit. Anche in questo caso si iniziò subito con il piede sbagliato, e ci furono solo morti a causa dei rari incontri tra i due popoli. Gli Inuit sopravvissero senza problemi in Groenlandia, con kayak di pelle di foca e ossa di balena, caccia e pesca al posto di agricoltura e allevamento. I Vichinghi avrebbero potuto imparare molto da loro, e invece testardi, continuarono imperterriti come se fossero ancora in Norvegia.

Un esempio di kayak fabbricato su misura dagli Inuit © Artic Museum – Wikimedia commons

Per anni non si seppe nulla degli insediamenti in Groenlandia. Negli ultimi incontri si narra di navi groenlandesi arrivate in Islanda con chiodi di legno, perché di ferro non ne avevano più neanche per i chiodi. Per i temibili guerrieri, avere strumenti fatti di ossa e legno, invece che di ferro, dev’essere stato un terribile smacco. Dopo anni, si tornò alla ricerca dei fantomatici insediamenti groenlandesi: l’orientale e l’occidentale. Peccato che entrambi si trovavano sulla costa occidentale, cosa che causò anni e anni di vane ricerche, fino a rassegnarsi al fatto che i primi esploratori avessero sbagliato qualcosa nelle carte, e che di orientale ci fosse solo un nome frutto di un errore.

Quando si mise di nuovo piede in Groenlandia, lo scenario apparve quindi agghiacciante. Un solo uomo rimasto sul terreno, gli altri tutti sepolti. Animali mangiati fino agli zoccoli, vitelli compresi, cosa che segnava un momento di estrema necessità. Potrebbe essere stato un anno particolarmente freddo, o uno in cui gli iceberg intasarono più del solito l’ingresso al fiordo. Qualunque sia stato il motivo, gli abitanti si riversarono sulle fattorie più grandi, abbandonando le fattorie meno ricche, e qui finirono tutte le risorse.

I Vichinghi vennero sconfitti per il freddo, dopo una vita sul filo del rasoio, senza mai chiedersi se non fosse il caso di adattare lo stile di vita al clima diverso da quello a cui erano abituati. Per diversi motivi, anche noi ci troviamo in un momento in cui lo stile di vita e il clima non vanno d’accordo. Abbiamo dalla nostra parte la storia e i dati scientifici che ci fanno vedere bene quale potrebbe essere il nostro futuro. Dall’altra parte c’è la resistenza al cambiamento, come per i Vichinghi in Groenlandia, ma la loro fine già la conosciamo.

Fonte: Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere – Jared Diamond