«A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã:
Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io»
Alcides Ghiggia

Estado Novo: le origini del “Maracanazo”

Getulio Vargas – Pinterest

Nel 1929, la crisi economica dovuta al crollo della borsa di Wall Street colpisce anche il Sudamerica. Gli introiti provenienti dall’Europa calano del 50% e molti paesi, Brasile su tutti, sono in ginocchio. Nascono le prime favelas e cresce la criminalità. Per reagire alla crisi, alcuni governi dell’America Latina virano verso il nazionalismo. Capitola la democrazia, negli anni Trenta al potere salgono i militari per sedare il dilagante dissenso politico. In Brasile vince Getúlio Dornelles Vargas.

O meglio, teoricamente le elezioni le avrebbe perse a favore di Júlio Prestes, un Paulista (Vargas è un Gaucho, nato sul Rio Grande do Sul, come Ronaldinho). I brasiliani però sono divisi sull’esito delle urne e nel marasma generale viene freddato a colpi di pistola il candidato alla vicepresidenza di Vargas, João Pessoa. Getúlio coglie la palla al balzo per effettuare il suo piano B: imbracciare le armi e andare al potere.

Il 3 Ottobre del 1930 entra trionfante a cavallo a Rio de Janeiro: sarà l’inizio di una ferrea dittatura. Instaura l’Estado novo. Viene ripristinata la pena di morte, abolito il diritto allo sciopero e diventa sempre più asfissiante il controllo sulla stampa e la propaganda. Getúlio è il presidente che inaugura la statua del Cristo Redentore che domina Rio, suggellando l’alleanza Stato-Chiesa. Il Brasile scivola nella spirale in cui cadono molti paesi europei tra gli anni Venti e Trenta, compreso il Portogallo in cui Salazar avvia un altro Estado Novo. Tutte le dittature tra le due guerre hanno come comune denominatore il modello del fascismo italiano. Anche Vargas è un ammiratore di Mussolini, ma a differenza del Duce non pronuncia i suoi discorsi da un balcone. La sua vera passione è il calcio e così parla ai brasiliani dalla tribuna dello stadio São Januário, casa del Vasco da Gama di cui è grande tifoso.

Curioso, visto che il Vasco fu la prima squadra brasiliana a permettere ai neri di scendere in campo. I suoi tifosi sottolineano questo aspetto, chiedendo a Vargas una maggiore apertura culturale. Il presidente, che deve utilizzare il calcio come strumento di propaganda per ottenere consensi, si trova costretto ad accettare. La Seleçao ha già vinto numerose Coppe America, ma, pur avendo preso parte a tutte e tre le edizioni, ai Mondiali non ha mai fatto una gran figura, tantomeno a Italia ’34. Ma è proprio a casa dell’amico Mussolini che in Vargas scatta la scintilla.

Per dare all’Estado Novo maggiore visibilità, bisogna organizzare una grande manifestazione sportiva. La Germania nazista è in ascesa e dopo le Olimpiadi vorrebbe anche i Mondiali, ma siamo sul finire degli anni Trenta. Due edizioni della Coppa Rimet saltano per eventi bellici e in Europa nessuna nazione è in grado di ospitare il primo Mondiale del dopoguerra. Allora, il Brasile ne approfitta.

Nel frattempo il paese è nuovamente in fermento, Getúlio è stato esautorato dagli stessi militari con cui era salito al potere, al suo posto c’è il generale Eurico Gaspar Dutra.
Di fatto il piano del nuovo regime militare è questo: a Luglio si diventa campioni del Mondo e sull’onda dell’entusiasmo popolare si va a nuove elezioni. Per l’esercito è scontato: vinceranno, insieme alla Seleçao. Il Mondiale è alle porte e i fondi stanziati da Dutra servono per costruire case, strade e, soprattutto, stadi. Dopo il “Pacambù” di São Paulo, arriva l’immenso “Maracanã“, che prende il nome dal fiume che scorre ai suoi piedi. Uno stadio capace di ospitare 155 mila persone, anche se ad assistere alla finale, probabilmente, sono molti di più.

Le partecipanti

Il vero grande assente del Mondiale 1950: il Grande Torino che ha reso grande l’Italia – Pinterest

Il Brasile è un serio candidato alla vittoria finale, per vari motivi. Alle inevitabili motivazioni extrasportive di una dittatura “padrona di casa”, si aggiunge l’assenza dei rivali continentali: gli argentini non hanno più la squadra degli anni Trenta e, arrabbiati per la mancata assegnazione del mondiale a Buenos Aires, non si sono presentati.

Sono venuti invece gli inglesi, finalmente. La squadra della Regina è quella che suscita più curiosità, si definiscono gli inventori del calcio e quindi di conseguenza, proprio come i padroni di casa, si considerano i favoriti per la vittoria finale. Il mondo non li ha praticamente mai visti calciare un pallone. Fino al 1947 non hanno partecipato a nessuna competizione FIFA, poi sulla panchina dei Three Lions si è seduto un tecnico con la faccia da attore americano, si chiama Walter Winterbottom, che in patria è considerato il padre del calcio moderno. Educato alla Oldham Grammar School e arruolatosi con la RAF, l’aeronautica britannica, ha straordinarie doti di insegnante di educazione fisica ed è un uomo che vede oltre. La sua nazionale gioca con il Sistema (WM), una piramide rovesciata, con 2 difensori, 3 mediani e 5 attaccanti. La rosa è davvero competitiva.
In difesa c’è Alf Ramsey, che sostituirà proprio Winterbottom guidando l’Inghilterra al suo unico Mondiale. A centrocampo c’è Bill Nicholson, che scriverà la storia del Tottenham, e Stan Mortensen – per anni in Italia un gol direttamente da calcio d’angolo divenne “gol alla Mortensen“. Infine, in attacco c’è “The wizard of dribbling“, il mago del dribbling: Stanley Matthews. Un soprannome datogli direttamente da Winston Churcill. La finale annunciata sembra essere Brasile-Inghilterra.

Anche perché l’Italia ha perso la squadra italiana più forte di tutti i tempi. In un maledetto giorno di nebbia e pioggia, mercoledì 4 Maggio 1949 alle 17:05, un aereo Fiat della compagnia “Ali” precipitò sul Colle di Superga. Era il Grande Torino.
La Nazionale che va in Brasile ha ben poco di una squadra di calcio. Non c’è più Vittorio Pozzo, che solo pochi mesi prima ha dovuto riconoscere tra le lacrime i corpi dei suoi ragazzi. Allena uno stranissimo triumvirato: il presidente di quel Grande Torino, Ferruccio Novo, che non ha mai fatto l’allenatore; Aldo Bardelli, che è un giornalista; Roberto Copernico, un dirigente della FIGC. Il blocco della squadra si forma attorno a Boniperti, Carapellese e Parola.
La psicosi di Superga aleggia ancora sull’Italia e allora Bardelli decide di fare il viaggio in nave. Circa due settimane di traversata oltreoceano con la squadra che arriva al Mondiale stremata, e coi palloni persi in mare. Egisto Pandolfini, uno dei convocati, ricorderà di essere ingrassato tre chili durante quella traversata, forse anche per la noia. Vista la mancanza di palloni, gli allenamenti sono esclusivamente atletici. L’unica partita amichevole si gioca a Las Palmas, dove la nave, la Sises battente bandiera italiana, si ferma per i rifornimenti. Alcuni calciatori soffrono il mal di mare: Amedeo Amedei (più giovane calciatore a segnare in Serie A, assieme al più recente Pellegri) vomita l’anima due volte al giorno.

Ci sarebbe anche l’India, la squadra asiatica più forte dell’epoca. Dopo la qualificazione, gli indiani ricevono però una chiamata da parte della FIFA: è obbligatorio portare le scarpe, non si può scendere in campo scalzi. Un un po’ per motivi religiosi e un po’ per motivi economici, gli indiani rifiutano. «Sarà per la prossima volta», che ancora attendono dalle parti di Mumbai.

A completare il quadro ci sono gli uruguaiani, gli eterni sottovalutati. Il palinsesto è composto, in virtù dei ritiri, da 13 nazionali. Quattro gironi: due da 4 squadre, il nostro da 3, e l’ultimo da 2. Le prime qualificate vanno a formare un nuovo girone dove chi fa più punti vince la Coppa. Un regolamento mai visto, in sostanza il Maracanaço non sarà una finale. Prima della partita inaugurale tra Brasile e Messico, il presidente Dutra, per mostrare al mondo la magnificenza del suo governo, effettua un lungo discorso. Dopodiché centinaia di colombe vengono liberate e fatte volare sopra il campo, prima che ventuno colpi di fucile e una serie di fuochi d’artificio diano il via alla manifestazione. Il Brasile vince l’esordio 4-0.

Usa-Inghilterra: God Save the Queen

Larry Joe Gaetjens portato in trionfo – Pinterest

È la partita più iconica della storia dei Mondiali. Quella più rocambolesca, “Davide che batte Golia”. Perché gli americani capitano nel girone con gli inglesi, che sono più forti e devono vendicare il Tea Party di Boston del 1776. All’esordio hanno battuto 2-0 il Cile, mentre gli States ne prendono 3 dalla Spagna. Arriva il derby della lingua di Shakespeare, che si gioca allo stadio Gerais di Belo Horizonte. La squadra statunitense sembra più una cooperativa di amici del calcetto. Il capitano non è nemmeno americano, ma scozzese, si chiama McLlvenny. Tra i pali c’è un imprenditore di pompe funebri probabilmente emigrato dall’Italia nei primi del Novecento, Franck Borghi. Poi c’è il vero protagonista di questa partita: un meticcio di nome Larry Joe Gaetjens. È di origini haitiana, emigrato a New York, dove diventa cameriere e lavapiatti di un ristorante locale. Ma Larry ci sa fare anche col calcio, soprattutto di testa. Ai Mondiali non ci potrebbe nemmeno andare, perché la cittadinanza americana ancora non l’ha presa. L’usanza della squadra è di bere tutto quello che trovano in giro. E infatti, alla partita con gli inglesi ci arrivano ubriachi.
La sfida comincia e gli inglesi sottovalutano gli americani, che però sudano l’alcol. Si salvano grazie a due pali e ai miracoli dell’imprenditore di pompe funebri. Poi improvvisamente, il capitano scozzese butta alla viva il parroco una palla dentro l’area e sbuca la testa del bisnipote del servitore del Re di Prussia Gaetjens che buca gli inglesi. Il match finisce così, gli americani vincono la partita più importante della loro storia e portano Larry in trionfo. I giornali britannici inizialmente non ci credono, poi una volta constatata la verità titolano: «La morte del calcio inglese».
Gaetjens alla fine torna ad Haiti dove è accolto come un’eroe. Più tardi, nel 1957, il dittatore François Duvalier prende il potere, Gaetjens viene rapito e successivamente muore in una delle prigioni della dittature. Gli inglesi perderanno anche la partita dopo con gli spagnoli e non riusciranno mai più a vendicare il Tea Party.

L’Italia viene eliminata dal suo gironcino a 3 dalla Svezia dei futuri “italiani” GRE-NO-LI: perdiamo 3-2 ma è un dominio scandinavo. Prendiamo in fretta e furia le valigie, e torniamo, ovviamente sempre in nave, a casa.

Il cammino fino alla finale

Juan Alberto Schiaffino – Pinterest

Non abbiamo ancora parlato della Celeste, che non ha giocato i due Mondiali europei e quindi ha finora disputato solo il Mondiale casalingo, vincendolo.
All’esordio massacra i boliviani per 8-0. Ha una squadra qualitativamente devastante. In prima linea c’è el Fútbol“, Juan Alberto Schiaffino. Un calciatore elegante che spesso non ci mette tutto sé stesso perché sa di essere superiore a tutti. Verrà anche al Milan ed entrerà nel testo di una famosa canzone di Paolo Conte: “Sudamerica“. Il capitano è Obdulio Varela che solo un anno prima ha diretto lo sciopero che ha fermato il calcio uruguagio (la Huelga), chiedendo maggiori diritti per i calciatori e cominciando a tracciare la strada per il professionismo. Il portiere Máspoli e Alcides Ghiggia sono originari del cantone svizzero del Ticino. Approdano nel girone finale e, prima del Maracanaço, fanno solo 3 punti.

Il Brasile risponde con una rosa di una qualità fantascientifica. Il portiere è Moacir Barbosa, considerato pressoché imbattibile alla vigilia. Il giocatore più rappresentativo è probabilmente Zizinho, il più forte mai visto in Brasile secondo la definizione di Pelé. È l’inventore della classica finta a rientrare dall’interno all’esterno, il tutto muovendosi perfettamente col bacino. Questo i meticci sudamericani l’hanno imparato grazie alla Capoeira, oltre che al regolamento dei primi del Novecento: i bianchi potevano picchiare i neri dopo un normale contrasto di gioco, senza nessuna ripercussione disciplinare. Zizinho porta al Mondiale tutte queste doti e contro la Jugoslavia si vede annullare un gol segnato esattamente con questa “mossa”. Ne segnerà una identica, questa volta valida, venti minuti dopo. L’allenatore Flávio Costa sembra essere promesso sposo alla politica di Dutra e il suo calcio è semplicemente spettacolare. La Seleçao rischia solamente contro la Svizzera. Una squadra rivoluzionaria quella rossocrociata, il tecnico Rappan da vent’anni ha introdotto il Verrut, il catenaccio. Gli elvetici bloccano sul 2-2 i verdeoro e rischiano anche di vincere. Vengono eliminati, ma a testa altissima, perché hanno portato un’idea di gioco che farà le fortune di molte squadre, soprattutto italiane.

I Brasiliani si qualificano per il girone finale e scherzano con Svezia (7-1) e Spagna (6-1). Hanno 4 punti, uno in più dell’Uruguay, e giocheranno l’ultima partita proprio contro i Charrúa con due risultati su tre a disposizione, basta un pareggio e saranno campioni del mondo.

Maracanaço

Albino Friaça Cardoso segna l’unico gol per il Brasile nella finale dei Mondiali del 1950 – Wikipedia

E venne il giorno, il 16 luglio 1950. La stampa locale non conosce il termine scaramanzia: «I campioni del mondo siamo noi», «A vitoria è nossa», «Gli undici giganti» sono solo alcuni titoli messi in vendita per le strade di Rio. L’arrivo dei Charrúa allo stadio è tranquillo, sanno che dovranno far di tutto per vincere, ma allo stesso tempo sanno che la sconfitta non sarà una tragedia. I brasiliani fanno un viaggio dalla sede del ritiro (un attuale albergo a 5 stelle) piuttosto controverso: il loro pullman ha un’incidente e il loro capitano, Augusto, prende una botta alla testa. Quando gli uruguaiani entrano nello spogliatoio ricevono il benvenuto a suon di petardi dai tifosi verdeoro. Ma non si scompongono, addirittura alcuni giocatori si addormentano per due ore prima della gara. La forza della Celeste è questa.

La partita è fissata per le 15 locali e nel nuovo stadio da 155mila persone gli spettatori sembrano essere quasi 200mila. Dopo un lungo discorso fatto dal solito Dutra – «Fate capire al mondo che qui non ci sono i serpenti» – entrano in campo le squadre. Varela salendo gli spogliatoi esclama: «Quelli fuori sono dei pali», e comincia la finale.

Il 1° tempo finisce a reti bianche, ma nello spogliatoio uruguaiano si decide tutto. Varela dice a Schiaffino di svegliarsi e far vedere a tutti chi è “el Fútbol“. Mentre Ghiggia va dal suo compagno di reparto Pérez dicendogli: «tua-mia», facciamo il nostro uno-due. C’è un problema, che non è da poco, dopo due minuti dal rientro in campo passa il Brasile con gol di Friaça e lo stadio esplode. Varela raccoglie il pallone dalla porta e, senza sbraitare né agitarsi, ma con estrema pacatezza, pronuncia questo al guardalinee: «Off-side». E’ certo che il guardalinee per pochi secondi abbia alzato la bandierina.

L’Uruguay non si scompone, il Tuya-mia funziona, e Ghiggia mette la palla in mezzo per el Fútbol: 1-1. La schiena del Brasile non è percorsa da alcun brivido, sa che anche col pareggio è campione del mondo e il piano politico funzionerebbe. Ma siamo in America latina e qualcosa deve succedere. La Seleçao sbaglia un passaggio a metà campo e Schiaffino in contropiede buca Barbosa (il portiere imbattibile) sul suo palo. 2-1, ora i brasiliani di brividi sulla schiena ne hanno eccome. I restanti 10 minuti sono infiniti, il tempo si ferma, il Cristo Redentore guarda impassibile, il Brasile piange. È finita, ha vinto l’Uruguay.

L’Uruguay vince di nuovo, il secondo Mondiale su due, che, uniti alle due medaglie d’oro olimpiche nelle sue uniche partecipazioni del ’24 e del ’28, fanno sì che fino a quel momento la Celeste è uscita vittoriosa da ogni manifestazione giocata. Varela alza così la Coppa Rimet al cielo di Rio, morirà in povertà come molti suoi connazionali dell’epoca, ma pochi anni dopo i giocatori uruguaiani divennero a tutti gli effetti professionisti. Obdulio ottenne ciò che voleva.

Per il Brasile invece comincia un lutto nazionale. Se è vero che dopo quella finale diventeranno pentastellati, quel pomeriggio è indelebile nella memoria.
Ancora oggi in Brasile, ogni incidente domestico e non, viene etichettato col termine “Maracanaço“. Ad esempio, se cadi accidentalmente in una pozza di fango è probabile sentirsi dire da qualcuno questa parola. Un termine entrato ufficialmente nel vocabolario generale del popolo carioca. Ancor peggio del più recente “Mineiraço” con la Germania nel 2014. Quel 16 luglio 1950 ci fu un numero assurdo di infarti e suicidi dentro e fuori lo stadio, tutti causati da quell’atroce dolore per la sconfitta della Seleçao.

Un dolore incomprensibile, a maggior ragione per Moacir Barbosa. Il “portiere imbattibile” è morto biologicamente nel 2000, ma per anni ha dovuto vivere come un fantasma agli occhi della sua gente. I nonni che riuscivano a riconoscerlo lo consideravano un assassino. Il Maracanaço non fu una semplice sconfitta sportiva.

I giocatori uruguagi festeggiano la vittoria del loro secondo Mondiale – Pinterest

Breve postilla sulle elezioni. Si sono regolarmente svolte, e ovviamente il piano improvvisato dai militari è saltato. Il nome del nuovo capo di stato? Getúlio Vargas.
Arieccolo, si direbbe da queste parti.