Credo sia accaduto a tutti, ad un certo punto della propria vita, di percepire in modo differente lo scorrere del tempo. Da prima, il nostro passo all’interno della bolla dell’essere procede piano, una fitta messe di singole giornate dall’indefinito numero di ore. Di mesi equivalenti ad intere stagioni, per non parlare degli anni, saldi monoliti nel giardino del dio Kronos. Più vorresti accelerare il corso degli eventi, il susseguirsi della routine della vita, più l’esistere si spalma come lento burro sul pane dell’accadere.

Poi, tutto a un tratto, le evoluzioni del pianeta sembrano susseguirsi ad un ritmo folle e sconosciuto, costringendoti così all’inseguimento perpetuo di quel tempo che ora ti sfugge. Non riesci più ad avvertire il gusto, né le sfumature di una esistenza che si è riempita di cose da avere e da fare, di persone, luoghi, sapori e suoni, ma dalla consistenza sfuggevole, tutto della densità di un graffio sulla pelle. Quando riesci a tirare il fiato, voltandoti a guardare chi e cosa ti sei lasciato alle spalle, è proprio quello il momento in cui ti accorgi di essere più vecchio di decine di anni. Per la precisione di 20 anni, nell’istante in cui scopri in un misto di sgomento e malinconia, che oggi 20 anni fa Marco Pantani coglieva la sua ultima vittoria.

Al Tour de France del 2000 si presenta un Pantani lontano dalla forma migliore. Porta i segni leggibili, seppur invisibili, del dramma di Madonna di Campiglio, quando fu escluso dal Giro d’Italia 1999 che stava dominando. Da quel giorno la ruggine dei cattivi pensieri iniziò a erodere il suo animo, accompagnandolo fino all’uscita dal portale della vita. La bicicletta era divenuta una sporadica distrazione, il mezzo utilizzato per tentare la fuga da sé stesso. Se sia stata la vergogna o il senso di ingiustizia ad alimentare il male interiore in cui si è smarrito, non ci sarà mai dato sapere. Pantani comunque è al via del Tour. Lance Armstrong, vincitore l’anno precedente, sarà prima il suo rivale, poi decisamente il nemico, come vedremo in seguito. L’avvio però, è a dir poco stentato. Accumula molto ritardo dopo la prima tappa a cronometro, in seguito tenta l’assolo appena la strada si impenna sotto le ruote, ma Armstrong che sulle prime sembra subire i suoi scatti, d’un tratto rimonta, andando a vincere la tappa e conquistando la maglia gialla. È la prima volta che Pantani viene staccato in salita.

All’inizio dell’ultima settimana di corsa Pantani è cresciuto di condizione, ha vinto una tappa sul Mont Ventoux il 13 luglio, è decimo in classifica generale e vuole conquistare altre posizioni, nella speranza di salire sul podio. Sul Mont Ventoux, in realtà, Pantani e Armstrong arrivano in cima appaiati, ma ubbidendo a una di quelle vetuste e diciamole pure, brutte regole non scritte del ciclismo, secondo cui chi indossa la maglia di leader della corsa deve cedere la vittoria al compagno di fuga, Lance cede il successo al romagnolo. Marco non è contento, Armstrong neppure, visto che dichiara pubblicamente di avergli fatto un regalo. Il Pirata a maggior ragione non gradisce, e da quel momento la rivalità tra i due si inasprisce.

Il 16 luglio, giorno della quattordicesima tappa, l’arrivo è situato in salita, a Courchevel. Le pendenze non sono proibitive ma comunque severe. L’ascesa finale comincia a 15 km dal traguardo. Quando ne mancano ancora 9, sono rimasti solo Pantani, Armstrong, il colombiano Botero e lo spagnolo Heras, a contendersi la vittoria. Subito dopo un curva a destra, Pantani scatta in faccia ad Armstrong, pochi metri dopo aver adocchiato a lato della carreggiata mamma Tonina, con indosso una improbabile mise di colore rosso. Chi conosce Marco, sa quanto sia viscerale il rapporto con la madre, quanto importante sia per lui vederla ancora e sempre al suo angolo. Lance non ci prova nemmeno a seguirlo, questa volta. Il Pirata si accorge di non essere più tallonato dall’insistente ombra della maglia gialla, questo alimenta in lui il fuoco della motivazione e scatena un incendio di volontà e determinazione. Non si farà nuovamente raggiungere, pensa, non vi sarà il bis di quella che considera certamente una umiliazione, subita proprio sul suo terreno. Pedala con agevole forza, all’apparenza un ossimoro, ma è ciò che meglio descrive il suo stile. Noi davanti alla tv, già ebbri di gioia nel rivederlo spiegare le ali e salire in alto come solo i rapaci sanno fare, vanamente tentiamo di fare ordine nel cassetto del nostro caos emozionale. E se cade? Se Armstrong lo riprende? Non è che fora? Un patimento continuo, anche alla luce della rogna che da sempre lo marca a uomo. Si alza sui pedali e si ingobbisce, inarca il tronco, afferrando il manubrio con ferocia. Il busto è immobile ma la bicicletta dondola come un pendolo, ondeggia pericolosamente sotto le sue vorticose, fendenti pedalate. Il volto è scolpito in una espressione che è un perfetto connubio di furia e fatica. Gli occhi stretti in fessure guardano dritto avanti a loro, impossibile però capire cosa stiano vedendo in realtà. La bocca spalancata, i denti ben visibili, pronti a mordere, come quelli di uno squalo prossimo ad addentare la preda. Quando manca solo un km al traguardo, nessuno può più fermarlo. La gente ai lati della strada lo accoglie con voluttuosi osanna, che sono un delicato e lenitivo balsamo sulle sue ferite, che in realtà non si rimargineranno mai. Alza le braccia solo dopo aver superato il traguardo. Armstrong giunge con più di un minuto di ritardo. Quel giorno tutti noi pensammo che Marco fosse tornato, ma fu solo la sua ultima, indimenticabile fatica generosamente offerta al mondo.

Gianni Mura, il grande giornalista da poco scomparso, ricorda: «Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: “Perché vai così forte in salita?”. E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: “Per abbreviare la mia agonia”».
Questa brillante risposta diventerà idealmente il suo epitaffio. Tutti coloro che l’hanno amato ricordano questa frase come un doloroso presagio. Il giorno che segue il successo di Courchevel sarà costretto al ritiro, causa dissenteria. Gli organizzatori della Grande Boucle, dopo che Pantani gli aveva salvato il giocattolo nel 1998, quando la corsa fu travolta dallo scandalo doping della Festina, vilmente e proditoriamente non lo inviteranno più. Questo farà ancora più arrabbiare, alla luce di quanto si apprenderà su Armstrong, negli anni successivi, quando a fronte della sua positività all’epo, tutto il mondo del ciclismo decise di bendarsi gli occhi: troppi interessi in ballo, lo spettacolo doveva continuare.

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Giuseppe Di Girolamo
Per gli amici Gius. La passione per lo sport e la scrittura hanno tracciato un indelebile solco che non ha solo segnato la mia vita, ma l’ha decisamente indirizzata e caratterizzata. Da due anni scrivo sul sito il corsivosportivo.it, portale di interviste ed editoriali prevalentemente di calcio e l’atletica leggera. Da poco, all’interno del sito ho aperto la rubrica OFF PEAK, che tratta di argomenti vari, quali ad esempio, costume, politica, società e cultura e spettacoli. Nel corso degli anni alcuni dei miei articoli sono apparsi anche sul sito www.gazzetta.it, inoltre fino a due anni fa ero un collaboratore del loro inserto cartaceo domenicale “FUORIGIOCO”. Ho recentemente conseguito un master giornalismo sportivo, proprio in Gazzetta dello Sport, ora mi sono felicemente lanciato a capofitto in questa avventura con The Pitch. Lo sport oltre a raccontarlo, lo pratico: sono un podista, ho corso molto della maratone più importanti al mondo tra le quali: Boston, New York, Berlino, Londra, Roma, Valencia e Siviglia