L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede
[Anna Stepanovna Politkovskaja]

#Rel1=ON, rely on, “ci puoi contare”. Un semplice sms è il codice che ha innescato a distanza un ordigno. Tre assassini si sono coraggiosamente affidati a mezzo chilo di tritolo in perfetto stile mafioso per mettere a tacere la voce dell’occupante di una Peugeot 108. Una giornalista di 53 anni che indagava sul coinvolgimento in traffici illeciti da parte dei potenti del suo paese. Quella conchiglia barocca in mezzo al blu del Mediterraneo che da tempo si tinge di rosso. Malta, un crocevia di cultura e storia, come testimonia il Malti, il sincretismo tra inglese e dialetto siculo-arabo che è la lingua locale. Malta e i suoi misteri nascosti nella pietra calcarea, tratti di splendore come le opere del Caravaggio dell’ultimo periodo e tratti di miseria umana. Il secondo stato più piccolo dell’Unione Europea può vantare 50mila società registrate, la metà di proprietà straniera. Un paradiso fiscale, come ha spiegato il consorzio giornalistico European Investigative Collaborations nei Malta Files.

© REUTERS – Yara Nardi

Cinquantatré anni, tre figli e tanto coraggio. Quello che le ha permesso di andare fino in fondo nella sua indagine sulla corruzione nel Paese, sui Panama Papers, sui meccanismi di aggiramento della legislazione europea sull’offshore, sul narcotraffico e sul riciclaggio di denaro sporco con la collusione della politica locale. Un’ostinazione che le è valsa una condanna a morte, di cui Daphne si è resa conto e per la quale non si è scoraggiata: al contrario, ha accelerato la pubblicazione del suo ultimo libro. «Ci sono corrotti ovunque, la situazione è disperata» è l’ultimo post che ha affidato al mondo, alle 14.35 del 16 ottobre 2017. Pochi minuti dopo l’sms è stato inviato e la condanna pendente a eseguita. Alle 14.58 Daphne è stata uccisa per aver adempiuto al suo dovere, per aver ricercato la verità.

A distanza di due anni, abbiamo più di una ragione per credere al coinvolgimento del governo maltese nell’omicidio. Ieri il premier Joseph Muscat è stato ricevuto da Papa Bergoglio in Vaticano. Il primo ministro aveva annunciato in un messaggio televisivo al Paese che si sarebbe dimesso dopo l’elezione del nuovo leader del partito laburista, un procedimento che prenderà il via il 12 gennaio. «È quello che serve in questo momento. Ho sempre detto che un premier non dovrebbe servire per più di due legislature», ha affermato. La realtà è che sul suo governo si è abbattuto lo scandalo. Una serie di funzionari pubblici – dai servizi segreti fino a Keith Schembri, braccio destro del premier del cui governo era capo del gabinetto – avrebbero coperto esecutori e mandanti dell’omicidio.

Da quando è stato costituito nel 1993, l’Osservatorio UNESCO ha contato 1370 giornalisti uccisi © UNESCO

Nel mondo si possono contare i giornalisti caduti nell’adempimento della loro missione: la ricerca della verità. Da quando è stato costituito nel 1993, l’Osservatorio Unesco per i giornalisti uccisi ha inserito nel suo database 1370 nomi. Caduti per realizzare reportage da guerre che da decenni infiammo le regioni calde del mondo, dal Medio oriente all’Africa sub-sahariana, o in scenari lontani dall’attenzione mediatica come le Filippine e il Centro America. «I guardiani della libertà – come li ha definiti la rivista Time che a dei giornalisti perseguitati nel 2018 ha dedicato la copertina di “Person of the Year” – cadono nel 55% dei casi in “Paesi in pace”». Cadono anche nel cuore del Vecchio Continente, culla della democrazia.

I “guardiani della libertà”, eletti persone dell’anno dalla rivista Time: il giornalista saudita Jamal Khashoggi, la direttrice del sito filippino Maria Ressa, la redazione americana di Capital gazette che non ha smesso di scrivere neppure dopo una sparatoria e i giornalisti birmani Wa Lone e Kyav Soe Oo che sono stati condannati a sette anni di carcere per la denuncia del genocidio rohingya © Time

Come Ján Kuciak che il 22 febbraio 2018 è stato assassinato insieme alla fidanzata nella sua abitazione a pochi chilometri da Bratislava, capitale della Slovacchia. Il reporter investigativo lavorava per la testata online Aktuality e stava indagando sulle possibili connessioni tra il governo e alcuni esponenti della ‘ndrangheta calabrese. O come Lyra McKee, 29enne reporter e attivista, colpita da un colpo di pistola vagante mentre testimoniava i disordini tra repubblicani e forze dell’ordine nella sua città, Derry, in Irlanda del nord. «La pace in Irlanda del Nord che stiamo vivendo è un’illusione, i nostri genitori ci hanno sempre detto che saremmo stati la prima generazione senza la guerra civile. Ma il fatto che non ci sia ufficialmente una guerra non vuole dire che l’ombra dell’assassino armato abbia smesso di aggirarsi tra noi». Cinque giorni dopo la sua morte, datata 19 aprile 2019, la New Ira ha ammesso le proprie responsabilità per l’omicidio.

Candele di fronte al ritratto del reporter Jan Kuciak e della fidanzata Martina Kusnirova nel centro di Bratislava
© VLADIMIR SIMICEK/AFP/Getty Images

Anche il nostro paese può contare un elevato numero di martiri della causa della ricerca della verità. Dal dopoguerra ad oggi sono 28 i giornalisti italiani uccisi. Vittime di mafia, del terrorismo rosso, di quello nero, di quello islamico di quello di stato. Undici hanno perso la vita sul territorio nazionale, nomi impressi nella memoria collettiva come Mino Pecorelli, Walter Tobagi e Peppino Impastato. Ma anche nomi meno noti come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Fava e Mauro Rostagno, tutti uccisi in Sicilia dalla mafia. O come Giancarlo Siani, freddato per le sue inchieste sulle alleanze criminali a Torre Annunziata dalla camorra nel 1985, a soli 26 anni.

Tanti sono i giornalisti italiani uccisi mentre svolgevano il loro lavoro all’estero. Straordinari reporter come Ilaria Alpi, uccisa insieme all’operatore triestino Miran Hrovatin, mentre indagava in Somalia su un traffico di armi e di rifiuti tossici che avrebbero visto la complicità dei servizi segreti e delle grandi aziende di paesi industrializzati; o ancora come Antonio Russo, inviato di Radio Radicale, freddato sulla strada di Tbilisi in Georgia ed Enzo Baldoni, il freelance ucciso in Iraq nel 2004.

Antonio Megalizzi © Ansa

«Inseguo le mie passioni: il giornalismo e l’Europa». L’ultimo italiano – ma sarebbe più giusto definirlo cittadino europeo – di questa lunga lista di “guardiani della libertà” era troppo giovane per avere il tesserino da giornalista. Antonio Megalizzi è stato ucciso nel dicembre 2018 in un attentato terroristico al mercatino di natale di Strasburgo, sede del Parlamento europeo presso il quale era accreditato come inviato di Europhonica, progetto internazionale di radio universitarie, mentre cercava di unire in un lavoro tutte le sue passioni. Il 12 febbraio 2019 l’Ordine dei Giornalisti del Trentino ha consegnato ai familiari di Antonio il tesserino dell’albo.

L’osservatorio promosso dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana e dall’Ordine dei Giornalisti, Ossigeno per l’informazione, ha censito dal 2006 oltre 4.000 casi di giornalisti minacciati. L’ultimo è di pochi giorni fa: è un miracolo se Mario De Michele, direttore della testata online Campania Notizie, è ancora vivo dopo l’agguato subito mentre si trovava nella sua macchina. Al primo giugno 2019 i giornalisti italiani sotto scorta sono 22, quattro in più rispetto al 2018. Numeri che testimoniano una recrudescenza ma anche una speranza: possiamo ancora contare su tanti giornalisti coraggiosi e determinati a non tacere, a costo di rischiare.

© Franco Parenti 

«Io non credo a verità assolute, credo alla ricerca della verità e anche questa è una questione d’amore». Così scriveva Daphne prima che il vile #Rel1=ON le impedisse di proseguire il suo libro. Le sua pubblicazioni sono stata affidata a un consorzio internazionale di 45 giornalisti che ha dato vita al The Daphne Project per continuare il suo lavoro. Di’ la verità anche se la tua voce trema è il titolo del libro pubblicato quest’anno da Bompiani, nella collana Munizioni, diretta da Roberto Saviano, che raccoglie gli scritti di Daphne tra il 1990 e il 2017.

Possiamo ancora contare su giornalisti coraggiosi e sulla loro determinata ricerca della verità, anche a costo della vita.