In Italia, la narrazione della montagna nei conflitti è indissolubilmente legata alla Grande Guerra, la prima guerra mondiale, guerra di appostamenti e di trincee gelate nei lunghi inverni, all’epopea della disfatta di Caporetto e ai sentieri che ancora si possono percorrere in memoria di quegli eventi.

Tuttavia la montagna ebbe un ruolo fondamentale anche per la narrazione della seconda guerra mondiale, soprattutto nella testimonianza e nel racconto della Resistenza, attraverso grandi e piccole gesta di uomini che sfidarono il freddo, l’inverno, i repubblichini e i tedeschi in nome della libertà da un ideale che non avevano potuto combattere prima. Questi uomini furono partigiani, chi mosso da un ideale, chi per difendere le proprie case da un nemico che era improvvisamente giunto, chi per mancanza di ordini dal’esercito, chi per sogni di gloria, chi per sfuggire da un arresto. A volte solo per amor della battaglia. A loro si aggiunge il resoconto dei contrabbandieri, di merci e di uomini, che attraverso i sentieri per la vicina Svizzera portarono in salvo migliaia di vite e permisero un commercio che favoriva entrambe le parti

Primo Levi, tre mesi da partigiano

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento. Fu il primo a raccontare gli orrori dei campi di concentramenti nei suoi due libri più famosi, Se questo è un uomo e La Tregua.
Torinese, frequentava la facoltà di Chimica quando l’antisemitismo iniziò a farsi strada nel cuore e nelle menti delle persone, e così Levi si allontanò dai compagni con una diffidenza reciproca. In quegli stessi anni scoprì la montagna grazie a un compagno di studi che non lo allontanò: Sandro Delmastro. Racconta questo episodio in una raccolta di racconti bellissimi, Il Sistema Periodico. La scoperta della montagna per Levi è un momento spartiacque nella sua esperienza e lo collega a un’ideale di libertà e di innocenza persa negli anni a venire.

A sinistra: La cordata Levi-Delmastro nel febbraio 1940 all’Uja di Mondrone. [©Foto Archivio Levi]
A destra: Primo Levi in cima al monte Disgrazia 1943 [©AlpinismoMolotov]

“Era questa, la carne dell’orso (Levi chiama così l’esperienza di un’avventata avventura per raggiungere la cima del Dente di M’, con faticosa discesa e notte all’adiaccio ndr): ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poichè di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.”

Quando scoppia la guerra Levi è a Milano e all’annuncio dell’8 settembre 1943 prende la strada della montagna. Nel racconto Oro de Il Sistema Periodico racconta di quel periodo:

Avevamo freddo e fame, eravamo i partigiani più disarmati del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti.

Levi si dirigerà in Val d’Ayas, valle laterale della Val d’Aosta, in particolare nelle frazioni di Arcesaz-Graines, vicino a Brusson. La sua esperienza partigiana durerà però solo tre mesi:

All’alba del 13 dicembre 1943 ci svegliammo circondati dalla repubblica: loro erano trecento, e noi undici, con un mitra senza colpi e qualche pistola”

Verrà portato in caserma ad Aosta e lì ammetterà di essere ebreo: probabilmente sarebbe stato fucilato sul posto, invece viene caricato su un treno e spedito ad Auschwitz.
Sandro Delmastro fu il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Ricordandolo in un’intervista nel 1984, Levi affermò che “neppure col CAI (Club Alpino Italiano) avevamo rapporti nel nostro gruppo. Era un’istituzione fascista e noi eravamo anti istituzionali: la montagna rappresentava proprio la libertà, una finestrella di libertà. Forse c’era anche, oscuramente, un bisogno di prepararsi agli eventi futuri”.
Per quanto breve l’esperienza di Levi in montagna racconta bene i sogni e gli ideali di una generazione vissuta soffocata dal regime e di come la montagna sia stata simbolo di libertà e di possibilità. Andare in montagna per combattere il fascismo era l’evoluzione naturale di ciò che aveva appreso.

Nessuno però li aveva preparati alla guerra e alla resistenza. Racconta che appena prima dell’8 settembre “uscirono dall’ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna […] Ci dissero che la nostra insofferenza beffarda non bastava; doveva volgersi in collera, e la collera doveva essere incanalata in una rivolta organica e tempestiva: ma non ci insegnarono come si fabbrica una bomba, né come si spara un fucile.”

Sentieri di contrabbandieri e pastori

Se l’esperienza di Levi in montagna finisce tragicamente nel primo inverno del ’43, la montagna rimane per due anni luogo di salvezza morale e materiale. Lontani dalle infrastrutture cittadine, in montagna le leggi non scritte resistono a fatica alle leggi fascistissime.
Ogni versante aveva le sue difficoltà. Sulle pendici italiane delle Alpi salgono i gruppi partigiani per sfuggire ai fascisti. È gente di montagna, sa come cavarsela, ma l’attrezzatura è scarsa, si fa quel che si può per sopravvivere. Sui versanti svizzeri la situazione è ben diversa: il paese neutrale per eccellenza non se la passa bene in guerra. I cantoni svizzeri introducono l’economia di guerra.

Nel Canton Ticino è lo stato a gestire tutto. Scorte, tessere alimentari e tagliandi regolano la vita dei ticinesi, ma non basta, con i bollini non ci si sfama. Tra uomini di montagna nasce silenziosa un’alleanza: gli svizzeri hanno beni di lusso, come caffè e tabacco, e li scambiano spesso con il riso italiano. Per questo venne soprannominato “tempo del riso”, ma in Svizzera arrivava di tutto, dalla stoffa ai copertoni per le macchine. Uno dei passi più agevoli per passare il confine era il Passo di Zocca, in Val di Mello. Storicamente frequentato dagli “spalloni”, rimaneva ben nascosto. In quelle valli di granito ed erba pungente, i sentieri non sono ben tracciati, si percorrono spesso ore senza alcun segno di passaggio umano, passando di sasso in sasso su lunghe pietraie. Dalla Capanna Zocca, ora Rifugio Allievi-Bonacossa, i contrabbandieri raggiungevano l’omonimo passo, per svalicare in Albigna, scambiare la merce e tornare sui propri passi. 

Il Passo di Zocca con il caratteristico ago, e il percorso che dalla Val di Mello sale al passo e svalica sulla vedretta dell’Albigna. [©Paesi di Valtelllina]

A combattere i contrabbandieri, salgono in quota anche i finanzieri, ma i contrabbandieri godono del sostegno della popolazione locale, e i pastori spesso chiamano le proprie bestie con dei nomi in codice, per segnalare la presenza dei finanzieri. Qui non si tratta proprio di guerra, è più una sfida tra rispettosi avversari. Sul campo di gioco si faceva sul serio, ma si fermava la partita in caso che il maltempo mettesse in seria difficoltà una delle due parti. I finanzieri inoltre, si accontentarono spesso di requisire la bricolla con il carico, fingendo di non riconoscere il contrabbandiere in fuga. Capitava quindi che la sera gli avversari si incontrassero per caso in osteria, senza nessun problema.

Un presidente alle pendici del Grand Combin

Un altro tipo di contrabbando avveniva tra Italia e Svizzera attraverso la valle d’Aosta, quello dei rifugiati. Nel settembre 1943 quando l’Italia viene invasa dalle forze del Reich, l’ondata di rifugiati coglie di sorpresa la Svizzera. Il paese neutrale per eccellenza si schiera convinto contro le dittature e il fascismo, le direttive arrivano in fretta: la Svizzera accoglie esuli ed esiliati dall’Italia. A giudicare saranno le guardie di confine, che chiederanno aiuto alla polizia cantonale per i casi dubbi. Per politici, intellettuali e donne con parentele nel paese è richiesto un trattamento di riguardo. In Valle d’Aosta si trova in quell’anno il famoso alpinista Ettore Castiglioni, come istruttore della Scuola Militare Alpina di Aosta.

Ettore Castiglioni [©Swissinfo]

Ettore Castiglioni (Ruffré, 28 agosto 1908 – Valmalenco, 12 marzo 1944), come Primo Levi nasce borghese: milanese e destinato agli studi di avvocatura trova nella montagna la realizzazione della sua vita e dei suoi sogni, grande alpinista, lavora per il Touring stilando le cartine. Nei suoi diari “Il giorno delle Mésules. Diari di un alpinista antifascista” racconta della sua esperienza dopo l’armistizio.
Alla Scuola Militare Alpina di Aosta più che un comando esercita sui suoi sottoposti una leadership naturale, senza ordini militari, ma con grande competenza, che porta al rispetto e alla fiducia da parte degli allievi.

L’8 settembre 1943 gli ordini arrivano confusi, nessuno sa bene come comportarsi. Qualcuno va a casa, ma chi non abita vicino, segue Castiglioni nei monti sopra Ollomont. La decisione ormai è presa: il gruppo di alpini diventa un gruppo partigiano. Castiglioni e la dozzina di allievi si stabiliscono nelle malghe dell’Alpe Berio.

L’Alpe Berio sopra Ollomont (AO), dove si stabilisce Castiglioni con i compagni partigiani. [©inalto.org]

Qui stabiliscono una piccola repubblica indipendente, di carattere “eminentemente comunista”, come tiene a sottolineare Castiglioni. Non si parla più di gerarchie, ognuno fa la propria parte nei lavori di sistemazione delle malghe, tutti i beni e i profitti vengono messi in comune. Castiglioni si impegna in lunghe marce verso il confine, per accompagnare persone verso la Svizzera e per contrabbandare generi alimentari. Tra i rifugiati che i partigiani di Berio hanno scortato fino al confine svizzero, passò anche Luigi Einaudi, futuro primo Presidente della Repubblica eletto.

La leadership di Castiglioni continua anche in quella situazione, i ragazzi gli si affidano completamente e lui non gli fa pesare la fatica delle lunghe marce con lo zaino carico. Al contrario, in quei momenti di fatica solitaria si sente libero, nonostante il conflitto in corso.

Ettore Castiglioni e Detassis ai tempi delle loro storiche imprese

Durante uno dei traffici al confine viene arrestato e condotto nelle prigioni svizzere per cinque settimane. Al rilascio continuò la sua attività: su incarico del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) l’11 marzo 1944 parte con gli sci dalla Capanna Porro in Valmalenco, verso il passo del Maloja.
I documenti falsi di cui è in possesso non ingannarono le guardie di confine, che lo rinchiusero all’Hotel Longhin, togliendogli pantaloni, scarpe e sci. Puntando a compiere in fretta la sua missione si cala dalla finestra e prova a tornare in Valmalenco passando dalla Valle del Forno e dal Passo del Muretto.
Riuscirà a malapena a passare il confine. Viene ritrovato assiderato nel giugno 1944 a pochi metri dal confine, e seppellito a Chiesa Valmalenco.

“Il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza.” scrisse Ettore Castiglioni nei suoi diari. E ancora “Solo chi raggiunge l’amore è alpinista”.

Rimangono poche lapidi sui sentieri delle nostre Alpi a raccontare le imprese e le straordinarie gesta di questi uomini. A volte minime, a volte grandiose, insieme furono capaci di cambiare radicalmente un paese e un’epoca. Se decidiamo di non dimenticare, riusciremo sempre a ritrovarli negli alpeggi più remoti, e nei passi alpini intrisi di storia e sudore.

Partigiani in Valle d’Aosta – 1943 © Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta