Nel pianto collettivo con cui, il 4 maggio del 1980, lo stadio di Poljud a Spalato accolse la notizia della morte del maresciallo Tito si mischiavano già tristezza e consapevolezza, difficile dire in che misura. Quando il match tra Hajduk Spalato e Stella Rossa fu interrotto a pochi minuti dall’intervallo, la fila di giocatori che si formò a centrocampo, con maglie biancorosse serbe alternate a divise biancoblu croate, fece pensare che sì, dopotutto Tito era riuscito nel suo intento.

In un’intervista rilasciata nel 2017 al settimanale Vreme, l’insegnante di Storia all’Università di Belgrado Radina Vučetić ha dichiarato che l’unificazione delle sei repubbliche:

fungeva da cornice per l’emancipazione e modernizzazione di tutti i popoli jugoslavi, una cornice entro la quale si sono costituite le future repubbliche, odierni stati indipendenti, e ogni singolo popolo jugoslavo ha raggiunto momenti del suo più grande slancio

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Quella promessa era stata in grado di sopire le spinte nazionaliste, almeno in parte e almeno fino a quel 4 maggio. Alla tristezza per la morte dell’autore di una simile impresa, faceva da contraltare la consapevolezza che, da lì in poi, privi della guida del Compagno Tito, si sarebbe andati in un’unica direzione. Il 13 maggio 1990 a Zagabria, a circa 10 anni da quel giorno, un’altra squadra croata e la stessa serba si ritrovarono di fronte in un’atmosfera totalmente diversa: niente lacrime o file miste in mezzo al campo. Solo caos, scontri e un calcio, che sarebbe passato alla storia. In fondo, Tito aveva fatto soltanto dimenticare quei confini che, più o meno silenziosamente, non smisero mai di esistere.

Per ragioni diverse, i territori di frontiera e il calcio si dimostrarono fin da subito elementi chiave del mosaico di Tito, prima ancora che fosse nominato presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia nel 1954. Nelle vesti di primo ministro Josip Broz, vero nome del maresciallo, fu tra i principali promotori della nascita dell’Amatori Ponziana in una Trieste che dopo il 9 giugno 1945 venne divisa in due zona, una presidiata dagli Alleati e l’altra in mano alla Jugoslavia.
La nuova squadra, che in città andò a fare compagnia alla più rinomata Triestina, possedeva una grande importanza strategica all’interno di un territorio conteso. L’Amatori prese forma quando alcuni giocatori del Ponziana, club locale di Serie C originario del quartiere operaio di San Giacomo, si videro offrire contratti tre volte più ricchi per unirsi alla neonata società a patto di disputare non il campionato italiano, bensì quello jugoslavo, tirato a lucido per un nuovo inizio segnato dalla stagione 1946/47, con molte squadre appena formate a sostituire quelle dell’anteguerra, in molti casi smantellate.
I soldi messi a disposizione per l’Amatori Ponziana dal governo di Tito convinsero diversi giocatori, tra cui Ettore Valcareggi, fratello del Ferruccio che guiderà l’Italia alla finale di Messico 1970. Composta la rosa, il club triestino-jugoslavo diede il via a una singolare rivalità con la Triestina, reduce dall’ottavo posto nel girone Alta Italia del primo campionato del dopoguerra.

Amatori Ponziana – Zona Cesarini

La divisione sportiva della città si aggiunse e allo stesso tempo fu riflesso di quella, già nettissima ed esistente, politica ed etnica. L’Amatori aveva a disposizione un treno e un aereo per le trasferte in Jugoslavia e ospitava gli avversari al Comunale, nel quartiere di San Sabba, da cui invece era stata “cacciata” proprio la Triestina: la condivisione dello stadio preoccupava gli Alleati, che per evitare scontri costrinsero gli alabardati a cambiare casa, almeno per la prima parte di campionato. Provvidenziale fu la generosità dell’Udinese, che permise alla Triestina di trasferirsi temporaneamente allo Stadio Moretti.
In questa cornice surreale si svolse la stagione 1946/47, sfortunata per entrambe le squadre. Mentre la Triestina, per un periodo sfrattata, chiuse il campionato con undici sconfitte consecutive e la retrocessione, l’Amatori Ponziana si sobbarcò trasferte a tratti epocali, quasi sempre per constatare la superiorità delle squadre jugoslave che, in alcune occasioni, accoglievano i triestini in catini riempiti anche da 50.000 persone, rispetto alle poche decine di migliaia del comunale. Nella Liga Prva vinta dal Partizan di Belgrado, il Ponziana finì undicesimo, ma la riduzione programmata del numero di partecipanti, da 14 a 10, significò retrocessione.

Ma Triestina e Amatori, città e stadio a parte, condividevano altro: tanto per l’Italia quanto per Tito, le sorti delle rispettive squadre di Trieste erano troppo importanti a livello politico perché venissero abbandonate. Come raccontato superbamente nel documentario Checkpoint Trieste di Matteo Marani, seppur ultima in classifica la Triestina è «prima nel cuore e nel sentimento degli italiani», che identificavano nella società alabardata la causa di Trieste, così importante per un Paese già provato dal conflitto. Si mosse direttamente il presidente Leo Brunner, scrivendo all’intera Serie A e ottenendo, il 29 luglio del 1947, il mantenimento del club nella massima divisione con voto unanime dell’assemblea federale «tenendo conto del valore morale e simbolico che Trieste ha per tutti gli italiani». Allo stesso modo, tuttavia, la Jugoslavia non era intenzionata a giocare un ruolo di secondo piano: così, anche l’Amatori venne salvato.

L’equilibrio mantenuto artificialmente tra le due squadre si ruppe definitivamente nella stagione successiva. Guidati dal neoassunto tecnico Nereo Rocco, arrivato anche grazie alla mano dello stato, i biancorossi fecero sognare Trieste in un’incredibile stagione che li portò al secondo posto, nella leggenda societaria e del calcio italiano. Nel 1948, la rottura con Stalin fu invece il giusto pretesto per Tito per abbandonare la causa triestina e, di conseguenza, tagliare i finanziamenti all’Amatori, che dopo la stagione 1948-49 si riunì al Ponziana rimasto fedele alla FIGC e militante in Serie C. I protagonisti dell’avventura calcistica oltreconfine furono puniti con sei mesi di squalifica; riparate le divisioni interne, la squadra sfornò talenti del calibro di Fabio Cudicini e Giovanni Galeone ma, soprattutto, si tolse la soddisfazione di battere sul campo la Triestina nel 1974, in un derby di Serie D che in realtà era cominciato anni prima.

Uno scatto del derby tra Ponziana e Triestina del 1974 – LaMagliaTriestina.it

Di territori in bilico tra due confini, ma sarebbe più giusto dire tra due identità, ne esistevano anche all’interno della stessa Jugoslavia. Per oltre 30 anni, Tito fu abile nel mantenere l’equilibrio tra quelle sei repubbliche che però, in parecchi casi, si riscoprirono più divise di prima al termine dell’esperienza socialista.

Nella città di Kosovska Mitrovica, decenni di convivenza tra albanesi e serbi culminarono, durante gli anni ’90, in una frattura che come spesso accade coinvolse anche il campo da calcio.
Considerato durante il regno di Tito una provincia autonoma della Serbia, il Kosovo arrivò a reclamare in più occasioni lo status di repubblica, complice la forte presenza albanese sul territorio. In tal senso, una delle conquiste più significative, nel 1977, arrivò proprio dal rettangolo verde e a Kosovska Mitrovica, situata a nord della provincia e quindi confinante con la Serbia. In quell’anno il Fudbalski klub Trepča divenne la prima squadra kosovara a prendere parte alla Prva Liga, raggiungendo addirittura la finale di Coppa di Yugoslavia nella stagione successiva, quando fu una sconfitta per mano del Rijeka a interrompere il sogno.

La rosa del FK Trepča 1978/79 – Facebook/Istorija ex yu fudbala

Come nella maggior parte dei club jugoslavi, all’interno del Trepča convivevano giocatori di varie etnie, sebbene il titolo “Fudbalski klub” rispecchiasse chiaramente il dominio serbo dell’epoca. Il nome della squadra deriva invece dalle omonime miniere di Mitrovica, principale ragione della ricchezza della città nei decenni addietro.
Anche per questa realtà, la morte del maresciallo Tito funse da spartiacque. La decisione del nuovo leader Slobodan Milosevic di ridurre ulteriormente l’autonomia kosovara fu benzina che alimentò il fuoco dell’indipendenza che già ardeva nei cuori della popolazione albanese, innescando così un processo irreversibile. Tappa significativa di questo percorso furono gli scioperi, durati otto giorni e otto notti, che i minatori della città tennero nel 1989, cruciali anche nel rendere il mosaico sportivo di Mitrovica frammentato ai limiti dell’assurdo.
Mentre nel 1991 i kosovari albanesi parte del FK Trepča iniziarono ad abbandonare il club, nel 1992 alcuni membri della comunità albanese fondarono la Minatori ’89, proprio in ricordo degli scioperi di tre anni prima. La squadra sarebbe poi divenuta nota come Klubi Futbollistik Trepça ’89, che nel 2017 avrebbe poi portato il Kosovo per la prima volta ai preliminari di Champions League.
Lo sport di Kosovska Mitrovica aveva appena cominciato a dividersi, come riflesso della spaccatura insanabile che avrebbe poi reso il Kosovo indipendente, ma non prima di molti anni e altrettanto sangue versato. Parallelamente, le dichiarazioni di indipendenza di Croazia e Slovenia, nel 1991, avevano avviato la dissoluzione della Yugoslavia.

Negli anni 80, Bardhec Seferi faceva parte della rosa FK Trepča. Al New York Times, l’ex calciatore ha spiegato cosa accadde quando, dal 1991, gli albanesi abbandonarono gradualmente il club e il Kosovo provò a mettere in piedi un campionato clandestino, con gare organizzate all’ultimo e disputate su campi improvvisati, quasi sempre interrotte dall’intervento della polizia che arrestava i giocatori: «Ci dissero che per continuare a far parte della squadra avremmo dovuto accettare le loro leggi e il governo serbo. Noi ci rifiutammo».

Una panoramica di Kosovska Mitrovica, con il corso del fiume Ibar in evidenza – Kossev.info

È poi necessario un doloroso fast-forward, oltre tutta la violenza che la Guerra del Kosovo portò dal 1996 al 1999 in questi territori, per riprendere il filo del discorso sportivo a Kosovska Mitrovica. Al termine del conflitto, la città si ritrovò divisa in ogni senso possibile, persino in termini geografici, visto che il fiume Ibar separa naturalmente la metà settentrionale, che fu occupata dai serbi, e quella meridionale presidiata dalla comunità albanese.

Nella parte sud di Mitrovica si trovava anche lo Stadio Olimpico locale, abbandonato nel 1998 dal FK Trepča quando la guerra toccò da vicino la città. In uno scenario post-apocalittico, gli albanesi ritrovarono il campo con l’erba alta fino alla vita e gli uffici del vecchio club, di cui avevano contribuito al successo, svuotati di ogni medaglia o trofeo. Fu in ogni caso quello il luogo in cui, nel 1999, le ambizioni portate avanti da quasi 10 anni si concretizzarono: la nascita del Klubi Futbollistik Trepça racchiuse in poche differenze ortografiche storia e aspirazioni di un popolo, nonché il dolore vissuto per poterle raggiungere. Lo stadio di casa, poi, fu intitolato ad Adem Ashari, che aveva fondato e guidato l’Esercito di Liberazione del Kosovo. Un eroe per gli albanesi, un terrorista per i serbi.

Gli stemmi del FK Trepča e KF Trepça a confronto

A quel punto, Mitrovica si ritrovò con tre squadre, due delle quali condividevano, oltre al nome, quasi tutto il resto. Ancora oggi, FK Trepča e KF Trepça rivendicano la stessa storia, iniziata nel 1932, oltre a vestire entrambe maglie neroverdi. Ciò che contava di più, però, era l’identità: ecco perché il Fudbalski klub Trepča ha scelto di appartenere al sistema calcistico serbo, del quale fa parte tutt’oggi, pur militando nelle serie minori, ben lontano dai tempi migliori.
Per il KF Trepça, invece, non è mai esistita un’alternativa al campionato kosovaro, una realtà da ben prima della dichiarazione d’indipendenza del 2008 o dal riconoscimento e annessione da parte di FIFA e UEFA. Alla stessa federazione appartiene anche il Trepça ’89: in momenti diversi, nel 2010 e nel 2017, queste due squadre hanno trionfato nella massima divisione dello stato, mentre il FK Trepča si è dovuto accontentare degli inviti di Stella Rossa e Partizan per amichevoli simboliche con cui la Serbia ha continuato a dimostrare solidarietà alla propria comunità presente a Mitrovica.

A ormai molti anni da alcuni di questi fatti, la divisione rimane reale. Il ponte che fa da connessione, si fa per dire, tra le due metà della città è stato in più occasioni bloccato dagli abitanti serbi, a riprova dell’assenza di qualsiasi legame – e di voglia di costituirlo – tra le due comunità. Ancora oggi, è piuttosto raro che qualcuno lo attraversi per motivi diversi dalle necessità lavorative.
Nell’ottobre 2019, il governo di Pristina ha addirittura negato l’accesso in Kosovo alla Stella Rossa di Belgrado, che avrebbe dovuto recarsi nel nord di Mitrovica per sfidare il FK Trepča in una partita di Coppa di Serbia.

Sembrano provenire da un altro mondo le parole di Seferi al NYT, che descrive il FK Trepča dei suoi anni, composto da serbi, bosniaci, croati e kosovari albanesi come una famiglia. A questi ricordi, lo stesso ex calciatore alterna quelli degli anni successivi alla scissione, fatti di partite giocate di nascosto poiché ritenute illegittime, mentre il club serbo svolgeva le proprie attività alla luce del sole: «Era terribile vederli giocare. Noi disputavamo le gare in aree di campagna, infortunandoci, venendo arrestati e subendo prepotenze. Ma continuavamo a giocare».

Sentimenti in parte comuni a quelli provati da Petar Milosavljevic, segretario del FK Trepča che oggi gioca le proprie partite in uno stadio situato nel piccolo villaggio di Zvecan. Affacciandosi al balcone, Milosavljevic riesce a scorgere lo Stadio Olimpico Adem Jasheri, un tempo casa del club che ama:

Ogni giorno vedo i calciatori albanesi giocare lì, e io non ci sono. Mi fa venire voglia di piangere.

Lacrime che, come in quel 4 maggio 1980, sono intrise della consapevolezza di un’identità che, prima o dopo, sembra destinata a ribellarsi a ogni tentativo di unione.