La missione italiana in Libano del 1982 va inserita nella politica Mediterranea, perseguita dall’Italia con una certa coerenza dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la crisi di Suez e il conseguente incremento dell’influenza sovietica sui paesi arabi finalizzata ad aggirare a sud la NATO, il Mediterraneo era diventato uno dei settori più instabili della frontiera sud orientale del blocco occidentale

Soldiers form the Italian contingent in the UNIFIL patrol the blue line in Lebanon’s southern border town of Naqura on the border with Israel, south of Beirut, on February 24, 2018. The UN peacekeeping force in southern Lebanon has made efforts to prevent tension between Lebanon and Israel from escalating into a conflict, warning of continued escalation on the backdrop of oil exploration and construction of a barrier on the border. / AFP PHOTO / JOSEPH EID (Photo credit should read JOSEPH EID/AFP via Getty Images)

La situazione nell’area del Golfo persico tra gli anni settanta e i primi anni ottanta inizio a rendersi preoccupante per gli interessi occidentali. La rivoluzione iraniana che portò all’avvento del Regime Khomeinista In Iran, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la guerra civile dello Yemen allarmarono il blocco atlantico.

Proprio in quel contesto l’Italia, riaffermando le linee tradizionali della propria politica estera, storicamente incentrata sul Mediterraneo, dava inizio ad una crescente attività diplomatica: in Algeria per il gasdotto, con Malta per la sua neutralità, mentra con la Spagna, la Jugoslavia, l’Egitto, il Marocco, la Tunisia e la Libia per attuare linee d’azione condivise nei confronti del Vicino Oriente.

L’azione italiana si indirizzò anche a consolidare, interpretandoli in senso estensivo, a favore della questione palestinese, gli storici accordi di Camp David (settembre 1978), con la dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980. Nel capoluogo veneto, infatti, il Consiglio dei ministri della Comunità europea, sotto la presidenza dell’Italia, riconosceva il diritto all’esistenza e alla sicurezza di tutti gli stati della regione, Israele compreso.
In quel contesto si inseriva la tragica situazione del Libano, che ospitando la comunità palestinese era divenuta teatro di una feroce guerra civile, nella quale le parti contrapposte (gruppi musulmani libanesi e comunità cristiano-maronita) erano appoggiate dagli stati confinanti, Israele e Siria, che rendevano particolarmente pericoloso il confronto e nel caso della Siria coltivavano mire annessionistiche verso parte del territorio libanese. Il 3 giugno 1982, l’assassinio a Londra dell’ambasciatore israeliano era il casus belli per dare inizio all’offensiva Pace in Galilea nel sud del Libano.

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Con un’avanzata fulminea, le unità motocorazzate di Israele giungevano in pochi giorni a Beirut ovest, accerchiando i guerriglieri palestinesi e la brigata siriana. Di fronte alla difficile situazione in cui veniva a trovarsi la capitale libanese, nel luglio 1982 Beirut chiedeva al governo italiano, francese e americano di intervenire nel paese con una forza multinazionale di pace al fine di proteggere la ritirata dei palestinesi e delle truppe regolari siriane. Il governo italiano decideva di mettere a disposizione il II Battaglione Bersaglieri Governolo della Brigata Meccanizzata Legnano, dipendente dal III Corpo d’Armata con sede a Milano.

Il contingente italiano, denominato ITALCON GOVERNOLO, fu composto da: Ufficio comando; 1 compagnia comando e servizi rinforzata da 1 sezione di sussistenza; 2 compagnie fucilieri (su 1 plotone comandi e servizi e 2 plotoni fucilieri); 1 plotone  carabinieri con compiti di polizia militare;  1 plotone  genio rinforzato; per un totale di 39 ufficiali, 81 sottufficiali e 389 uomini di truppa

Il personale impiegato per l’operazione fu selezionato fu su base volontaria tra i militari di leva. Il contingente ITALCON GOVERNOLO raggiunse Beirut il 23 agosto 1982

La Stampa 9 agosto 1982. ©LA Stampa

Il contingente italiano fu inserito in una forza multinazionale composta da Stati Uniti d’America e Francia e la sua area di responsabilità era compresa nel  quadrante occidentale di Beirut. 

I compiti principali della forza multinazionale furono di interposizione tra le fazioni,  di garantire il deflusso e la sicurezza dei siriani e palestinesi che si ritiravano dai quartieri di Beirut, di tutelare la sicurezza delle popolazioni e di favorire il ritorno delle legittime autorità libanesi. Il contingente italiano doveva, inoltre, presidiare il tratto di strada della chiesa di Saint Michel al bivio Hazmynie, punto di partenza della strada per Damasco e di scortare sulla stessa strada, fino al confine siriano, gruppi di palestinesi. Tra il 27 e il 31 agosto gli uomini di ITALCON GOVERNOLO riuscirono a scortare alla frontiera con la Siria, 6509 uomini e 952 mezzi corazzati ed automezzi, portando felicemente a termine le operazioni in 16 giorni. 

L’11 settembre il contingente italianoterminò la missione giungendo in patria tra il 17-18.

L’operazione fu poi denominata Libano 1, in contrapposizione alla operazione immediatamente successiva, Libano 2. Infatti, la situazione in Libano si stava aggravando, l’attentato al presidente libanese Gemayel e le successive stragi perpetrate, per ritorsione, dai falangisti libanesi sui profughi palestinesi, insediati nei campi di Sabra e Chatila, convinsero Stati Uniti, Francia e Italia ad inviare una forza multinazionale di pace. 

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini passa in rassegna il contingente italiano a Beirut – Wikipedia

Per l’operazione Libano 2 il contingente internazionale, denominato ITALCON fu rinforzato, portando a livello brigata il contingente. La forza iniziale impiegata per la seconda operazione fu di circa 1.110 raggiungendo a fine missione 2300 uomini, dei quali 1550 destinati ad attività operative e 750 per il supporto logistico.

Il comando operativo della missione  fu tenuto dal capo di Stato Maggiore della Difesa, mentre il controllo operativo fu assegnato al capo di Stato Maggiore dell’Esercito su delega del capo di Stato Maggiore Difesa. Al comandante del corpo di spedizione spettò invece il comando e il controllo tattico. La missione in Libano si concluse il 3 aprile 1984, dopo aver presidiato un settore di circa 8 kmq, disinnescato 10.000 bombe per un totale di 150 tonnellate di esplosivo, prestato cure sanitarie a 60.000 civili e protetto e controllato i campi profughi tra cui quelli a più alto rischio di incidenti (Sabra e Chatila, Bori el Barajne); inoltre, a testimonianza dei buoni rapporti instaurati dalle nostre truppe con le popolazioni locali, il contingente italiano, a differenza di quello americano e francese oggetto di sanguinosi attentati, ebbe un solo caduto e 75 feriti.

Gli insegnamenti tratti dalla missione in Libano furono di grande importanza per le forze armate italiane che negli anni vennero sempre più impiegate in operazioni di interposizione e controllo del territorio.

Una menzione a parte merita la missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Iniziò a seguito della Risoluzione 425 adottata in data 19 marzo 1978 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a seguito dell’invasione del Libano da parte di Israele (marzo 1978). 

Nella risoluzione venne richiamata l’integrità territoriale,la sovranità e l’indipendenza politica del Libano entro i confini riconosciuti in campo internazionale, richiamando Israele a cessare immediatamente la sua azione militare contro l’integrità del territorio libanese e a ritirare subito le sue forze da tutto il territorio libanese.
Durante l’invasione del 1982 il personale UNIFIL rimase dietro le linee israeliane.

UNIFIL. Un militare indiano in una postazione di osservazione tra Libano, Siria e Israele. ©Courtney Kealy/Getty Images

Fu solo nel 2000 che le truppe di Tel Aviv si ritirarono attuando quanto sancito nelle risoluzioni 425 e 426. La situazione rimase relativamente calma fino al 12 luglio 2006, quando a Sud della Blue Line (linea di demarcazione tra Israele e Libano a seguito del ritiro israeliano) nei pressi del villaggio israeliano di Zar’it miliziani di Hezbollah uccisero otto soldati israeliani mentre altri sei vennero feriti e due catturati. Al rifiuto della richiesta di rilascio, Israele iniziò una campagna militare in Libano mirata ad annientare le milizie di Hezbollah ed altri elementi armati;come risposta Hezbollah condusse degli attacchi contro infrastrutture civili israeliane nel Nord di Israele.

L’escalation delle ostilità portò le truppe israeliane  a condurre una vasta campagna militare nel Nord della Blue Line contro le milizie armate di Hezbollah.

Le ostilità continuarono per 34 giorni durante i quali venne svolta una intensa attività diplomatica internazionale tesa al conseguimento di una tregua/cessate il fuoco per la successiva creazione di stabili condizioni di pace, che è culminata con la Risoluzione  n. 1701 dell’11 agosto 2006 con la quale fu sancita la fine dei combattimenti a partire dal 14 agosto 2006. Dopo le consuete discussioni parlamentari,  il governo presieduto da Romano Prodi  offrì il suo contributo militare, iniziava così l’operazione Leonte. 

 L’attacco del 2006 portò le Nazioni Unite a rimodulare la forza del contingente internazionale che ad oggi annovera, oltre truppe italiane , 44 contingenti di altrettanti paesi tra cui l’Indonesia (contingente più numeroso), Spagna, Francia, Cina, Turchia, Ghana, Tanzania, India.  

Conclude la panoramica la Missione Bilaterale Italia-Libano (MIBIL).

La missione si inquadra nel più ampio contesto delle iniziative dell’”International Support Group for Lebanon” (ISG), in ambito ONU. L’ISG si propone di supportare il Libano che, alla luce del conflitto siriano, è affetto da gravi disagi sociali ed economici, con forti ripercussioni sulla situazione di stabilità e sicurezza, rivolta all’addestramento in favore delle Forze di Sicurezza libanesi.