Uno degli sport più praticati a livello amatoriale, nel nostro Paese, è la corsa. In particolare molto partecipata è la maratona, che prima del lockdown vedeva in ogni parte del mondo migliaia e migliaia di partenti, di questi una buona percentuale nostri connazionali. Le maratone di Valencia e New York ad esempio, ogni anno si distinguono come le più amate dagli italiani. Anche chi scrive vi ha partecipato in un recente passato. Se il movimento podistico in Italia è cresciuto in maniera così esponenziale, lo si deve a quello che viene chiamato “Effetto Baldini”, dal nome del favoloso Stefano, che nel 2004 vinse la medaglia d’oro alla maratona Olimpica di Atene. Favoloso come la sua prestazione di quel 29 agosto di 16 anni fa, ottenuta sullo storico, leggendario percorso di 42,195 km, tracciato circa 2500 anni or sono da Filipide (o Fidippide) e che si dipana tra severi saliscendi.

La prima pagina della Gazzetta, il giorno dopo l’impresa – Archivio Gazzetta

Stefano Baldini nel 2004 ha 33 anni e, come avrà modo di spiegare più volte, la maratona che avrebbe dovuto consacrarlo sarebbe dovuta essere quella di 4 anni prima, a Sidney, ma un infortunio nel corso della gara lo costrinse al ritiro. In realtà ha già conseguito importanti successi, tra gli altri la vittoria agli Europei di Budapest nel 1998 (seguita da quella ottenuta a Goteborg nel 2006), a cui si vanno ad aggiungere due bronzi ai Mondiali ad Edmonton nel 2001 e Saint-Denis nel 2003. Gli manca però la medaglia Olimpica, per iscrivere per sempre il suo nome nel libro della leggenda. L’occasione, forse l’ultima, si presenta appunto ad Atene.

Il pomeriggio del 29 agosto 2004, Stefano Baldini ha un appuntamento col destino, a cui non intende mancare. Ad Atene indossò per la prima volta la canotta azzurra, non poteva che essere quello il luogo dove il cerchio si sarebbe chiuso. Infatti mette in scena uno spettacolo sportivo con pochissimi eguali, basta rivedere le immagini di quel giorno per capire quanto fosse più forte. Sicuro, elegante, concentrato. Inesorabile nella progressione degli ultimi 10 km chilometri di gara, che lo lancia in testa alla corsa. I suoi avversari non gli resistono, Stefano è una marea inarrestabile, i cui flutti stanno per bagnare i piedi allo stadio Panathinaiko. Se da un lato si immagina già il traguardo, superato il quale la sua vita cambierà per sempre, dall’altro vorrebbe che gli ultimi minuti di corsa non trascorressero troppo alla svelta. Vuole goderseli, quegli istanti, sa bene che saranno irripetibili. Il suo ingresso allo stadio e quegli ultimi metri da percorrere, sono la sua definitiva ascesa all’Olimpo. “Dio di Maratona”, titolerà il giorno seguente la Gazzetta dello Sport.

Quale miglior modo per salutare questo sedicesimo anniversario dal suo trionfo, se non andare a trovarlo a Rubiera, dove vive con la sua famiglia e dove lavora come tecnico? La giornata è caldissima, mentre ci prepariamo per l’intervista, Baldini sorridendo mi dice “Oggi parliamo di un argomento di cui non abbiamo mai parlato”. Stefano lo sa, è il piccolo pegno da pagare quando ottieni una vittoria così straordinaria, per il modo e per il luogo in cui è stata ottenuta. Oramai le risposte le manda a memoria da anni, nonostante ogni intervistatore cerchi di cavare fuori dal suo racconto l’aneddoto ancora sconosciuto. Ogni sportivo e appassionato pende dalle sue labbra, per non farsi sfuggire alcuna sfumatura del resoconto dei momenti più belli della sua impresa, così efficace che idealmente porta anche tutti noi sulle strade dell’Olimpiade.

In una intervista di qualche tempo fa, ho letto una tua considerazione molto interessante: Atene era per te il momento per capire se la tua, fosse la carriera di un ottimo atleta oppure quella di un campione.

Si, perché fino a quel momento avevo ottenuto grandi risultati, ma sentivo che mancava la ciliegina sulla torta. Non riuscivo ad arrivare alla gara più importante, nella forma migliore. Purtroppo nella mia carriera ho avuto frequenti intoppi di carattere fisico, che mi hanno penalizzato. Invece, i 4 anni anni che mi condussero all’Olimpiade di Atene furono splendidi, tutto filò liscio, mi preparai al meglio e quel meglio lo espressi in gara. Non solo dal punto di vista della prestazione pura, ma anche nell’altrettanto importante gestione tecnico-tattica della mia performance.

La maratona su cui avevi risposto tutti i tuoi sogni di medaglia era in realtà quella di Sidney 2000, ma le cose non andarono come sperato.

Già. Avevo 29 anni, ero nel pieno della mia maturazione psicofisica, come atleta e Sidney rappresentava per me il momento giusto, per giocare le mie cartucce a 5 cerchi. Purtroppo le cose non andarono bene, fui costretto al ritiro e dovetti rimandare tutto di 4 anni. Avrei saputo solo dopo che il meglio doveva ancora venire.

Come sono trascorsi quei 4 anni, in attesa di una nuova chance olimpica?

In quel quadriennio molte cose cambiarono. Nacque mia figlia Alessia, questo per me oltre che una gioia immensa, fu uno spartiacque: dovevo far fruttare al meglio il tempo che dedicavo agli allenamenti e alle gare, perché a casa c’era una bambina che aveva bisogno del padre. Sono stati anni in cui lavoravo molto sul presente, come dimostra il fatto che nel frattempo vinsi due medaglie di bronzo ai mondiali, nel 2001 e nel 2003, ma in cui miei pensieri erano rivolti a un solo obbiettivo, l’Olimpiade. Ero sereno e allo stesso tempo consapevole, che stavo andando nella direzione giusta.

Il tuo allenatore, il Professor Gigliotti disse “La notte che precedette la gara, io corsi la maratona 5 volte, mentre Stefano riposò benissimo”.

Io riposai bene perché stavo bene, quando un atleta è in forma gode di ottimo sonno, soprattutto se la gara si disputa nel pomeriggio, come fu in quella occasione. Per un allenatore, me ne rendo conto oggi che anche io seguo dei ragazzi, l’attesa è decisamente stressante. Vivi la vigilia in un mix di angoscia e speranza. Gigliotti fu molto bravo in quell’occasione, così come in tante altre.

Studiasti molte volte il percorso, prima del via. Questa pratica aiuta davvero ai fini della prestazione o è soltanto una panacea per sopire l’ansia pre gara?

In realtà studiavo sempre il percorso, prima di ogni competizione. Lo feci anche quell’occasione e mi servì moltissimo, anche se non riuscì a farlo a ridosso dell’Olimpiade, perché i lavori terminarono solo un giorno prima dell’inizio dei Giochi. In una maratona anche pochi secondi possono fare la differenza, quindi riuscire a memorizzare quei 3/4 punti chiave che potrebbero dare una svolta alla gara è fondamentale.

Cosa ricordi della partenza e dei primi istanti di corsa?

Alla partenza ricordo il bellissimo stadio di Maratona e gli occhi speranzosi di mia sorella Elena, che mi guardava. Quel giorno faceva molto caldo e per questo tutti avevano paura, infatti il primo chilometro fu percorso in 3 minuti e 20 secondi, una andatura piuttosto prudente per essere la maratona olimpica.

Riguardando gli ultimi chilometri di gara, è sorprendente vederti così sciolto, reattivo, arriverei a dire “fresco”. Sembra che tu stia correndo sui 10.000

Avevo un equilibrio perfetto, una connessione mente-corpo impeccabile. Ricordo delle spinte di piedi davvero notevoli, il meglio che sia mai riuscito ad esprimere, in particolare in un tratto in leggera pendenza, che è un ottimo aiuto se hai energie da spendere. Avevo il perfetto controllo della situazione, il mio destino era nelle mie mani e quando questo accade, è un momento di grande esaltazione. Sapevo alla perfezione quello che dovevo fare, andavo quasi a cervello spento. Ero in piena trance agonistica, da cui mi risvegliai solo negli ultimi 77 secondi di gara, quelli necessari a compiere gli ultimi metri all’interno dello stadio Panathinako.

In passato, descrivendo la tua gara, l’hai definita “Le due ore più belle della mia vita sportiva”.

Si, è così. Sono riuscito a condensare in quel lasso di tempo tutto il meglio di me stesso, superando me stesso e conseguentemente i miei avversari.

Quando riguardi la tua medaglia a cosa pensi?

È sempre motivo di grande soddisfazione, ma sono più orientato al futuro. Vorrei riuscire a restituire all’atletica almeno una parte di ciò che avuto, così oggi alleno più di 20 atleti, alcuni hanno già partecipato ad una Olimpiade, altri sono ancora dei ragazzi. Per lavorare con i giovani devo fare il modo che non abbiano timore reverenziale nei mie confronti, quindi cerco, per così dire, di “dimenticare” la mia medaglia d’oro (tanto ci pensano gli altri a ricordarmela) in modo da accorciare la distanza che, all’inizio, si crea tra me e loro.

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Giuseppe Di Girolamo
La passione per lo sport e la scrittura hanno tracciato un indelebile solco, che non ha solo segnato la mia vita, ma l'ha decisamente indirizzata e caratterizzata. Da due anni scrivo sul sito il corsivosportivo.it, portale di interviste ed editoriali. Da poco, all’interno del sito ho aperto la rubrica OFF PEAK, che tratta di argomenti vari, quali ad esempio, costume, politica, società, cultura e spettacoli. Nel corso degli anni alcuni dei miei articoli sono apparsi anche sul sito www.gazzetta.it, inoltre fino a due anni fa, ero un collaboratore del loro inserto cartaceo domenicale “FUORIGIOCO”. Ho recentemente conseguito un master in giornalismo sportivo, proprio presso Rcs-Gazzetta dello Sport. Ora mi sono felicemente lanciato a capofitto in una collaborazione con il blog The Pitch. Lo sport oltre a raccontarlo, lo pratico: sono infatti un podista a livello amatoriale, ho corso molte della maratone più importanti al mondo tra le quali: Boston, New York, Berlino, Londra, Roma, Valencia e Siviglia.