“Approvate il testo della Legge Costituzionale concernente “Modifiche degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?”.

Domenica 20 e lunedì 21 settembre gli italiani saranno chiamati alle urne. I cittadini di Veneto, Campania, Toscana, Liguria, Marche, Puglia e Valle d’Aosta voteranno anche per le Regionali e oltre mille comuni per il primo turno delle Amministrative. L’altro piatto forte dell’election day è il Referendum per il taglio dei parlamentari.
Sarà il 73esimo quesito referendario a cui sono stati sottoposti gli italiani dalla nascita della Repubblica: il primo fu proprio quello istituzionale del 1946. Poi sono arrivati altri 67 quesiti abrogativi, uno consultivo e tre costituzionali, mentre il quarto – sulla riduzione del numero dei parlamentari – è previsto il 20 e 21 settembre. Gli altri tre sono stati il referendum sul Titolo V del 2001, quello sulla riforma costituzionale del centrodestra nel 2006 e quello sulla riforma costituzionale voluta dal PD nel 2016.
La natura costituzionale del quesito non rende necessario un quorum per il referendum, la cui proposta di riforma verrà dunque accolta (se vince il Sì) o bocciata (se vince il No), indipendentemente dall’affluenza, che però sarà un indicatore importante del peso politico del voto.

COME SIAMO ARRIVATI AL VOTO

La riforma costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari era stata approvata all’inizio di ottobre 2019 con il voto favorevole praticamente di tutti i partiti. La legge doveva entrare in vigore a gennaio, ma una richiesta dei senatori, di fatto, l’aveva sospesa rendendo necessario il referendum. Nonostante l’iniziale apparente unanimità nel sostenere la riforma, 71 senatori di vari partiti avevano infatti firmato per indire un referendum costituzionale. La riforma costituzionale non era stata approvata con il quorum di due terzi delle camere e dunque è bastata la firma di un quinto dei rappresentanti di una camera (per il Senato la soglia è 64) per indire il Referendum.

COSA PREVEDE

La riforma prevede di ridurre i seggi alla Camera da 630 a 400 e quelli al Senato da 315 a 200: una riduzione di circa un terzo. Oggi ci sono un deputato ogni 96 mila abitanti e un senatore ogni 188 mila abitanti. Con il taglio ci sarebbe un deputato ogni 151 mila abitanti e un senatore ogni 302 mila. Dopo la riforma diminuirebbe dunque sensibilmente il numero di rappresentanti per abitante, ma l’Italia resterebbe comunque nella media degli altri paesi dell’Europa occidentale. Questo perché attualmente l’Italia è il paese con più rappresentanti eletti in numero assoluto (945 tra deputati e senatori) di tutta l’Europa occidentale.
Con l’approvazione della riforma saranno ridotti anche i parlamentari eletti dagli italiani all’estero: passeranno da 12 a 8 e i senatori da 6 a 4. Verrà inoltre stabilito un tetto massimo al numero dei senatori a vita nominati dai presidenti della Repubblica: mai più di 5.

STORIA DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI

Il principio di base su cui è stato determinato alla nascita della Repubblica il numero dei parlamentari è la proporzione fra cittadini e parlamentari. Fra il 1948 e il 1963 il numero era mobile, mentre era fisso il rapporto con la popolazione: un deputato ogni 80 000 abitanti e un senatore ogni 200 000.
La legge costituzionale n. 2 del 1963, la cosiddetta Riforma Fanfani, ha fissato il numero di parlamentari: 630 per la Camera, 315 per il Senato, cui si aggiungono i senatori a vita.
La riforma voluta da Dc e alleati nel 1963 non ha, contrariamente a quanto si afferma in questi giorni, comportato un aumento del numero dei parlamentari. Al contrario, nel 1963 fu stabilita la stabilizzazione del numero dei parlamentari per tutte le Legislature a venire.
È sufficiente la controprova effettuata da il Manifesto che ha diviso il numero della popolazione italiana rilevata dall’ultimo censimento Istat – 59.433.744 unità – per 80mila e per 200mila: si ottengono 743 deputati e 297 senatori, per un totale di 1.040 parlamentari contro i 945 odierni.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

I dati sul numero dei parlamentari italiani possono essere confrontati con gli altri paesi europei, tenendo debito conto delle differenze strutturali dell’apparato politico e delle differenze di popolazione. Nel 2011, ad esempio, l’Italia risulta al secondo posto in Europa per quantità assoluta di parlamentari, superata solo dal Regno Unito, con 650 commoners della camera bassa e 827 lords della camera alta (molti dei quali lo sono per titolo o diritto). Tendenzialmente i paesi numericamente più piccoli hanno più rappresentanti in proporzione agli elettori. Nel 2011, l’Italia era al sest’ultimo posto con 1,6 parlamentari per 100 000 abitanti. Agli estremi, tra i paesi con più di un milione di abitanti, vi sono l’Estonia con 7,5 e la Germania con 0,8 parlamentari per 100 000 abitanti

I SONDAGGI

Chi vota “sì” sostiene il taglio, chiede che la riforma sia confermata e che entri in vigore. Chi vota “no” ne chiede invece l’abrogazione. Nei referendum costituzionali non si tiene conto del quorum, come nei normali referendum abrogativi. Indipendentemente dal numero di votanti, il risultato quindi viene sempre preso in considerazione.
Per ora i sondaggi dicono che il Sì è in maggioranza. A fine giugno, l’istituto IPSOS aveva realizzato un’indagine per il Corriere della Sera: il Sì era al 46 per cento, il No al 10 per cento. Il 20 per cento aveva dichiarato che non sarebbe andato a votare o avrebbe lasciato la scheda bianca e gli indecisi erano al 24 per cento. A fine luglio la stessa ricerca diceva che il Sì era cresciuto (49 per cento, +3 per cento rispetto a giugno) contro l’8 per cento dei No. Qualche giorno fa il sito di Affaritaliani ha pubblicato un sondaggio realizzato da Roberto Baldassari, direttore generale di Lab21 e docente di Strategie delle ricerche di opinione e di mercato all’università degli studi RomaTre: contro la riforma si è espresso il 27,6 per cento del campione, a favore invece il 72,4 per cento.
Dalle ricerche emerge comunque una scarsa attenzione verso questo referendum confermativo. A giugno (sondaggio IPSOS) soltanto il 28 per cento degli intervistati era a conoscenza del voto. A fine luglio la percentuale era aumentata di sette punti arrivando al 35.

LE RAGIONI DEL Sì

Gli argomenti a favore del Sì hanno a che fare innanzitutto con la riduzione dei costi della politica e dunque con un risparmio economico per il bilancio dello stato che sarebbe pari a 100 milioni di euro all’anno.

Nella presentazione della riforma si dice anche che l’obiettivo è «favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini». Secondo i favorevoli, il taglio renderebbe dunque il parlamento più efficiente, migliorerebbe «il rapporto tra cittadini e istituzioni» ed eliminerebbe «la frammentazione tra svariati gruppi parlamentari, che a volte non rappresentano le principali forze politiche presenti nel paese ma gruppetti che servono solo a organizzare la sopravvivenza sulla poltrona».

Un altro tema sostenuto dai favorevoli al Sì è che il parlamento «non ha più l’esclusiva nella produzione di norme»: le regioni hanno cioè potere legislativo così come è in crescita il «rilievo normativo dell’Unione europea». L’attuale numero di deputati e senatori era basato sull’idea «che il parlamento fosse in sostanza esclusivo della produzione normativa vigente», ma visto che questo assetto «monopolistico» si è modificato il taglio è una naturale conseguenza che porterà automaticamente a un sistema più funzionale. Altri, in modo simile, sostengono che vada preso atto della crisi della democrazia rappresentativa e che dunque, invece di difendere le istituzioni così come sono, sia necessario rinnovarle.

Non ci sarebbe dunque alcun rischio per la democrazia, il cui principale problema non sarebbe quello della scarsa rappresentatività, ma quello di una generale inefficacia da un punto di vista di gestione. La tappa della riduzione del numero dei parlamentari sarebbe poi solo un punto di partenza, non di arrivo: ma il primo e il più significativo per procedere successivamente con altre riforme necessarie a eliminare il malfunzionamento delle istituzioni.

LE RAGIONI DEL NO

Il taglio del numero dei parlamentari è stato invece molto criticato e argomentato da diversi esperti e giuristi, secondo i quali non porterebbe solo a una riduzione numerica. Il referendum non sarà accompagnato da una riforma più ampia sul funzionamento del parlamento, cosa che potrebbe consentire alla riduzione di renderlo realmente più efficiente.

Verrebbe poi distorto il rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Il Senato, ha spiegato Lorenzo Cuocolo, professore di Diritto costituzionale comparato ed europeo all’Università di Genova, in base alla Costituzione deve essere eletto su base regionale: «È evidente che le Regioni più piccole – come la Liguria – avranno una grande difficoltà ad essere compiutamente rappresentate in Senato, sia con esponenti della maggioranza, sia con esponenti delle minoranze. La riforma avrà un effetto iper-selettivo, limitando sensibilmente la voce in Parlamento delle forze minori e distorcendo la rappresentanza a vantaggio dei territori più popolosi».

Oltre al problema di rappresentanza legato alla penalizzazione di alcuni territori, si pone un problema di rappresentanza in generale: aumenterebbe cioè il rapporto tra il numero degli abitanti e il numero dei parlamentari (deputati e senatori). E più è alto questo rapporto, spiega Il Manifesto, «meno i cittadini sono rappresentati, nel senso che un parlamentare deve rappresentare una fetta maggiore di “popolo”».

I gruppi parlamentari diventerebbero più piccoli e facilmente controllabili da leader e segretari. E questo, ha argomentato Alessandro Calvi su Internazionale, potrebbe avere delle conseguenze sull’equilibrio tra i poteri dello stato. Più in generale il taglio dei parlamentari rischierebbe di allontanare ulteriormente l’elettorato dalla politica. Se la riforma venisse approvata, l’Italia diventerebbe il grande paese europeo con il Parlamento più piccolo in proporzione alla popolazione.

Infine. Per i sostenitori del No, l’argomento economico non regge per due motivi. Il primo si potrebbe riassumere nella formula che “la democrazia non ha prezzo” e che se la logica è quella dello spendere meno potrebbe sempre arrivare qualcuno, in futuro, a proporre un risparmio ancora maggiore. Ma l’argomento economico non starebbe in piedi di per sé. Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, in un editoriale pubblicato oggi ha spiegato che secondo l’Osservatorio dei conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli, i risparmi sarebbero non di 100, ma di 57 milioni l’anno: «Ovvero una cifra significativamente più bassa di quella enfatizzata dai sostenitori della riforma», pari allo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana. Dividendo il risparmio annuo per tutta la popolazione italiana, l’Osservatorio ha fatto sapere che si tratterebbe dell’equivalente di un caffè (95 centesimi) all’anno per ciascun italiano.

LE POSIZIONI DEI PARTITI

Sono contrari alla riforma alcuni piccoli partiti, come i Radicali e Sinistra Italiana e +Europa. Sono favorevoli, oltre al Movimento 5 Stelle, anche la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia: l’opposizione sosterrà dunque una riforma del governo. Di fatto nessun grande partito si è schierato apertamente per il “no”, ma resta da capire la posizione interna al PD e le varie fronde interne ai partiti, costituite dalle intenzioni dei singoli parlamentari.

I paria dentro il partito anti-casta. Il Movimento 5 Stelle è il partito che ha portato avanti e sostenuto la riforma come parte della sua lunga campagna cosiddetta “anti-casta”. Il Sole 24 ore ha scritto recentemente che a un mese dal referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, l’unico leader politico che davvero sembra puntare sulla vittoria del Sì è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha annunciato un tour nelle piazze del Paese per sostenere le ragioni del voto a favore della sforbiciata. Ma anche il M5s ha la sua una fronda interna (il No è la posizione dei parlamentari Elisa SiragusaAndrea Vallascas, e Mara Lapia).

Il bluff della Lega. La Lega ha votato a favore del taglio dei parlamentari in tutti e quattro i voti previsti nella lunga gestazione parlamentare. Matteo Salvini ha perciò schierato ufficialmente il partito per il Sì al referendum. Ma, come ha scritto Il Sole24Ore, “non si straccerebbe le vesti per una vittoria del no”. “La Lega vota sì anche se non siamo proprietari del cuore e dell’anima degli italiani che dovranno esprimersi sul referendum” ha detto recentemente. Come a voler prendere le distanze da una campagna militante. La linea è: basso profilo, anche perché il drastico ridimensionamento degli eletti (sono previsti 325 parlamentari in meno) si porterà dietro malumori a non finire tra deputati e senatori esclusi. Del resto, lo stesso Claudio Borghi, l’ex presidente della commissione Bilancio della Camera, anti-europeista, consigliere economico di Salvini, ha annunciato al Corriere: “Da cittadino voterò no. Da politico e rappresentante dei cittadini ho detto Sì perché era nel programma della Lega e della coalizione gialloverde ma io sono sempre stato contrario”. E persino Giorgia Meloni che sul sì ha “militarizzato” Fdi è consapevole del fatto che la vittoria del no sarebbe una mazzata al governo e ai Cinquestelle.

Forza Italia per il Nì. Forza Italia sostiene il sì, formalmente è l’opzione prescelta, ma il no dilaga. Tra i big per il no: Renato Brunetta, responsabile economico; Francesco Paolo Sisto, capo dipartimento affari costituzionali; Osvaldo NapoliAlessandro Cattaneo, responsabile formazione di Fi; Deborah Bergamini vicepresidente commissione Trasporti. E soprattutto per il no si è schierato Giorgio Mulè, il portavoce del partito. Andrea Cangini è uno dei forzisti che con Nazario Pagano e Simone Baldelli ha promosso le firme per il referendum e il no. Da ricordare che per la validità del referendum costituzionale non è obbligatorio che vada a votare la metà più uno degli elettori aventi diritto. Basta la maggioranza dei voti validi, indipendente da quante persone si recano ai seggi.

E il Pd? I no crescono anche nel Pd, che ufficialmente è favorevole al taglio dei parlamentari, anche se ha sempre detto che andrebbe fatta anche una riforma complessiva. Nel Pd si attende ancora di fare chiarezza definitivamente sulla posizione nei confronti del referendum. Nicola Zingaretti, segretario del Partito Democratico, aveva condizionato il Sì ad alcune misure di «riequilibrio» e a una modifica condivisa della legge elettorale in senso proporzionale, con sbarramento al 5 per cento. A fine luglio Italia Viva aveva però votato con il centrodestra impedendo alla bozza di riforma della legge elettorale di arrivare in aula a luglio ed essere discussa in commissione. Fatto sta che c’è chi come il ministro della Difesa Loreno Guerini, il governatore della Campania Vincenzo De Luca e i parlamentari Tommaso Nannicini, Matteo Orfini e Francesco Verducci hanno preso posizione per il no esponendosi con forti toni.

IN SINTESI PER GLI INDECISI