«L’Italia è un terreno di scontro tra Cina e Stati Uniti, i messaggi che arrivano da Washington sono chiarissimi, molto diretti, come usano gli americani – soprattutto questi americani. Quelli che arrivano da Pechino sono un po più subliminali ma altrettanto evidenti. Da qualche tempo siamo diventati, nella percezione dei due competitor, l’anello debole della catena».
Alessandro Albanese Ginammi, post-doc presso l’Università Europea di Roma, non ha dubbi su cosa abbia spinto il nostro paese ad essere il principale terreno di conquista dell’Ue su cui si scontrano i giochi di potere delle tre superpotenze globali, soprattutto la nuova rampante politica estera del Dragone cinese.
«A mio avviso, la causa principale è da ricondurre agli errori di comunicazione delle forze politiche al governo. Perché se poi si va a guardare paesi come Germania e Francia continuano a fare affari con la Cina, anche molto più importanti dal punto di vista dei volumi e delle cifre in gioco. Noi sul memorandum of understanding e sulla via della Seta abbiamo fatto tutto in grancassa ma dietro non c’era nulla: ci risulta che la Germania con la Cina faccia affari maggiori che portare le arance in aereo ma noi sul tema del rapporto con la Cina siamo sottoposti a pressioni enormi. Da parte americana ma anche da parte cinese».

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L’esperto delle relazioni internazionali dell’Unione Europea non ha dubbi sulle modalità in cui le due superpotenze, in odor di Guerra Fredda, esercitano il loro soft – e meno soft – power ai danni del nostro paese.
«I cinesi lo fanno in maniera molto più accorta, più saggia, più abile. Gli Usa lo fanno “alla texana” con una bastonata in testa, ma non so quanto questi modi siano utili e portino risultati. Credo che anche se dovesse vincere Biden l’ossessione nei confronti della Cina e questa percezione della competizione globale sia talmente diffusa nella Foreign Policy Community bipartisan americana che nella sostanza questo tema rimarrà dominante mei prossimi quattro anni. Cambierà – mi auguro – il modo di gestire questo rapporto con Pechino ma la competizione resterà. Gli americani sono terrorizzati dall’idea di perdere il primato su alcuni settori che considerano settori chiave per il loro sviluppo: telecomunicazioni, 5G e in generale tutte le tecnologie di punta (intelligenza artificiale e biotecnologie, ma anche tutto il settore farmaceutico ora esaltato dalla pandemia)».

Questa percezione della competizione a tutto campo con la potenza emergente avrà peso in campagna elettorale ed è ovvio che Trump abbia bisogno, viste le sue performance, di un nemico su cui martellare per costituire un clima di unità nazionale.
«Dopo le elezioni probabilmente ci sarà meno bisogno di usare la Cina come strumento di raccolta di consenso però la competizione rimarrà e quindi noi Italia (e noi Europa) saremo sottoposti a enormi pressioni: ecco perché abbiamo tutto l’interesse a definire in Europa e con l’Europa una posizione comune. Perché questo dà due vantaggi enormi.
Primo: ci mette in una situazione di maggiore tutela perché siamo insieme ai nostri partner. Secondo: potremmo avere linee di fondo comuni – non sarà facile perché poi la competizione sarà molto acuta anche tra europei e ci darà problemi anche nei confronti degli americani».

La Commissione aveva cominciato a definire una posizione delle linee strategiche con un posizionamento dell’Unione Europea nei confronti della Cina nel 2018.
«Il primo documento organico in materia è molto ben fatto. Una prima analisi dei nostri interessi rispetto alla Cina che comprende un po’ tutto: dalla politica commerciale alla concorrenza, dalle tecnologie al tema dei diritti fondamentali. Quindi credo che avremo tutto l’interesse a stimolare una riflessione di diverso tipo in Europa: dobbiamo essere proprio alla testa di uno schieramento che chiede a Joseph Borrell di agire. Abbiamo per esempio un tema molto delicato che è la chiusura del negoziato sulla protezione degli investimenti, che è in trattativa da otto anni: si può partite da lì. Urge definire in maniera molto articolata e dettagliata una posizione comune europea. Evitare fughe in avanti o in un senso o nell’altro o troppo filo-cinesi o troppo filo-americane ci consentirebbe anche di resistere alle pressioni americane, che andranno oltre al 5G: non sono in grado di valutare le potenzialità della minaccia ma dal punto di vista economico il 5G cinese conviene enormemente. È la tecnologia più a buon mercato. Ma il problema resta la sensibilità dei dati».

L’altro tema è quello degli investimenti cinesi nei settori cosiddetti strategici, legati cioè alla sicurezza nazionale.
«Ci sono investimenti per motivi di profitto e altri che hanno dietro motivazioni politiche che hanno conseguenze internazionali sulle quali è bene riflettere. Nel governo “giallo-verde” c’era un viceministro, Geraci, che notoriamente faceva lobbying per conto della Cina: dopo aver vissuto 12 anni a Shanghai, dove insegnava, si era creato un network enorme di conoscenze e i cinesi lo usavano come testa di ponte. Lui nemmeno si nascondeva troppo e gli americani, ovviamente, lo sapevano. Ecco: quando si creano situazioni del genere, evidentemente il paese in questione diventa sospetto. E la cosa paradossale della politica italiana è che Geraci fu scelto dalla Lega e non dai 5 stelle. Salvo poi essere considerati loro i “filo-cinesi”».

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Se pensiamo al rigore con cui erano divisi gli schieramenti politici sullo scacchiere mondiale durante la Guerra Fredda, con il Pci legato a doppio filo a Mosca e i partiti di centro-destra che guardavano a Washington, oggi è difficile non rimanere stupiti di fronte alla giravolta di alleanze internazionale.
“Ancora più difficile risulta fare ordine. Il parlamento europeo ha appena votato una risoluzione che condanna la dittatura di Lukashenko, non riconoscendo la sua vittoria alle ultime elezioni in Bielorussia. Chi si è astenuta? La Lega. Il che ci riporta alla famosa questione dei “rubli” e al Russia-gate che ha coinvolto Trump. Eppure era stata la stessa Lega, come detto, a scegliere Geraci, esponendoci alla reazione Usa. Al contrario, sembra che i partiti oggi più vicini agli Stati Uniti, all’alleanza atlantica, alla Nato siano quelli di centro sinistra come il Pd e più Europa. Ma le alleanze mutano a seconda dei temi ed è difficile tracciare un quadro chiaro ora come ora. Lo dimostrano anche le giravolte sul referendum per il taglio dei parlamentari».