Nella vita che conduciamo oggi tutto, o quasi, è misurabile. Quanto tempo stiamo sui social, quanto siamo produttivi sul lavoro, quanti soldi spendiamo per le vacanze e persino il livello di stress a cui siamo sottoposti è in qualche modo quantificabile. I sentimenti no. Non esiste una unità di misura che permetta di sapere quanto amiamo, quanto siamo arrabbiati, quanto siamo frustrati, tristi o felici. C’è una famiglia però che da undici anni è costretta suo malgrado a misurare larghezza, altezza, peso e soprattutto profondità del proprio dolore, con l’ulteriore aggravio di doverlo stivare, anno dopo anno, nella speranza di essere abbastanza forti da sopportare il fardello che si fa via via più pesante e di non restarne alla fine schiacciati. Perché questa famiglia ha perso un figlio, uno zio, un nipote, un fratello e non può semplicemente portarne il ricordo negli intimi anfratti delle proprie anime e poi andare avanti perché in fondo, la vita continua. No, perché Ilaria, Giovanni e Rita Cucchi sono stati privati dell’amato Stefano, di soli 31 anni, in un modo che non permette loro di mettersi l’anima in pace, di cercare di farsene una ragione, lasciare che il tempo passi e lenisca un pochino la ferita.

Stefano perde la vita a causa della condotta vergognosa, indecente, immorale dei carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, che Il 15 ottobre 2009 lo pongono in stato di fermo perché trovato in possesso di 20 grammi di hashish. Dopo averlo condotto in caserma, Cucchi viene sottoposto a un pestaggio degno dell’Argentina dei colonnelli, ai tempi di Videla. Tossicodipendente e malato di epilessia, il già debilitato fisico del giovane va via via spegnendosi a causa delle gravi lesioni provocate dagli aggressori, agonizzando per una settimana. Il 22 ottobre si spegne all’ospedale Sandro Pertini di Roma, senza che ai suoi cari venga mai consentito di vederlo. Un autentico desaparecido nella Repubblica Italiana dei nostri giorni. Immediatamente la famiglia Cucchi, con in testa Ilaria, sorella di Stefano, ha messo sul piatto la propria esistenza, sacrificandola in tutto e per tutto per restituire dignità alla memoria di un ragazzo fragile, ma soprattutto per ottenere quella giustizia dovuta a chi resta. Mentre dall’altra parte del guado, diretti responsabili, semplici testimoni e alti graduati conniventi hanno messo in atto depistaggi e insabbiamenti, in nome dello “spirito di corpo”, come hanno avuto il coraggio di chiamarlo.

Nell’intervista che segue, insieme a Ilaria Cucchi e al suo compagno – nonché legale della famiglia – avvocato Fabio Anselmo, ripercorriamo alcune tappe di questi undici lunghi anni, alla affannosa ricerca di una verità tanto scomoda quanto necessaria.

Stefano Cucchi

Qualche settimana fa, il giudice ha predisposto nuove indagini in seguito a un riscontrato vizio di forma nella presentazione di alcuni documenti, da parte della controparte, che alimentano il sospetto di un ennesimo tentativo di depistaggio. Questo darà al via a un nuovo processo?

F: Potrebbe, vedremo, la procura farà delle ulteriori indagini in merito. Quello che è inaccettabile è il clima in cui si svolge questo processo: se da una parte l’arma dei Carabinieri si costituisce parte civile, dall’altra manda degli osservatori alle udienze per riferire su ciò che accade nelle aule di tribunale. Questa ambivalenza lascia perplessi, in quanto vi sono già i loro avvocati che li rappresentano.

Quale è stato il momento dove ha preso la prima decisione importante?

F: Credo la decisione di far scattare a Ilaria le fotografie del corpo del povero Stefano, in seconda battuta far consegnare le sostanze ritrovate nella sua casa, che era in ristrutturazione.

I: Per me il discorso che Fabio fece nell’udienza preliminare del primo processo fu molto significativo. Dapprima si rivolse ai magistrati, dicendo loro “Ci state portando al massacro”, poi rivolgendosi ai legali della controparte disse “Vedete, questi sono tutti bravissimi avvocati, ci faranno a pezzi”. Si era accorto fin da subito che stavamo lottando contro tutto e tutti, in primis la Procura. 

Ha dichiarato recentemente “Il lupo perde il pelo ma non il vizio”. Cosa intendeva dire?

I: Mi riferivo al perdurare delle manovre di depistaggio iniziate un istante dopo la morte di Stefano. In quei giorni a Roma era scoppiato il caso Marrazzo, la città non si poteva permettere un nuovo scandalo. Così per mettere il tutto a tacere al più presto, i carabinieri che venivano chiamati a testimoniare in aula, venivano arringati dai loro superiori che si appellavano allo “spirito di corpo”.

In questi anni ha mai avuto l’impressione di lottare contro i mulini a vento?

F: Sempre, anche adesso, nonostante gli ultimi successi ottenuti. Fondamentale è stato il contributo dei Procuratori Pignatone e Prestipino che non ci hanno più fatto sentire soli in questa nostra battaglia, però avere a che fare con gli alti ufficiali dell’arma dei Carabinieri, che da anni cercano di impedire il regolare svolgimento del processo, è stato ed è devastante. Questi personaggi non erano direttamente coinvolti, in quanto non erano presenti al momento in cui i fatti accadevano, questo fa pensare e mette i brividi.

Quale è stato il momento più duro nel corso di tutti questi anni?

I: Ce ne sono stati tanti, purtroppo. Prima tra tutte la sentenza di primo grado del primo processo. Pensandoci però posso dire che oggi è il momento più difficile, perché siamo stati messi a dura prova dalle istituzioni. Quelle stesse istituzioni in cui la famiglia Cucchi ha sempre riposto fiducia e rispetto e che invece ci hanno voltato le spalle, a partire dai 6 giorni di ricovero che hanno condotto alla morte di Stefano, proseguendo poi negli anni successivi.

Come se non bastasse, la ricerca della verità comporta un ulteriore pegno da pagare: quello di rendere pubblica la vostra vita privata. Come si supera questo ostacolo emotivo?

I: Lo dico sempre, questa è una ulteriore violenza a cui la mia famiglia ed altre come la mia, sono sottoposte, quella di rendere pubbliche cose che dovrebbero restare private, come il dolore per la perdita di una persona cara, avvenuta in quel modo atroce. All’inizio ho dovuto discutere molto con mia madre, lei era contraria, poi abbiamo capito che se volevamo provare ad arrivare alla verità prima ancora che avere giustizia, dovevamo mettere da parte le lacrime e combattere in prima linea, raccontando Stefano e raccontando la nostra storia. 

Quando un legale accetta un caso simile a questo, come si vince il pregiudizio?

F: Io venivo dal processo Aldrovandi, quindi avevo po’ di esperienza. Comunque, quando si accetta un caso del genere bisogna essere un po’ folli. Sono entrato in punta di piedi in questa storia, poi gli eventi mi hanno per forza di cose un po’ trascinato. Bisogna mettere in conto che le difficoltà saranno enormi e che dovrai affrontare gli ostacoli con una determinazione tale da rasentare la follia, mettendo in gioco tutta la tua vita.

Avete mai pensato di promuovere una sorta di “Legge Cucchi”, che vada a punire nello specifico casi come quello che vi ha riguardati?

F: Vede, la radice del problema è l’impunità, perché in casi come questo spesso non trova applicazione un principio fondamentale, quello della legge uguale per tutti. Considero il sistema giudiziario, e un certo tipo di magistratura, i primi responsabili del proliferare di questi episodi, perché, se ci fosse sempre il rigore applicato da qualche magistrato coraggioso, si manifesterebbero con molta meno frequenza. Questi processi diventano eccezionali perché in pochi vogliono occuparsi di questi reati, che a mio parere sono tra i più gravi che si possano commettere. Se un Paese non è in grado di processare sé stesso e assicurare il rispetto dei diritti umani, i cittadini diventano sudditi.

Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo

Il giorno in cui finalmente sarà fatta giustizia, pensa che riuscirete a sopportare meglio l’assenza di Stefano?

I: Chiaramente no, la nostra vita è cambiata per sempre e nulla potrà tornare come prima. Anzi dirò di più, quando arriverà quel giorno, sarà il momento in cui elaboreremo davvero il lutto e ci renderemo conto che Stefano non tornerà più.

Ha mai paura di accorgersi all’improvviso che molti anni della sua vita se ne sono andati, nel condurre questa battaglia?

I: Sapesse quante volte ci penso. Io sono profondamente diversa dalla donna che ero, la mia vita è stata completamente stravolta, ho sacrificato tutto quello che avevo per dedicarmi totalmente a questa causa.

I reati di depistaggio e tortura sono stati inseriti nel nostro ordinamento solo in anni recenti, questo come è possibile?

F: Bisognerebbe chiederlo al legislatore, ma in fondo anche ai semplici cittadini e ai magistrati, che hanno dimostrato una scarsa sensibilità e ricettività rispetto alle richieste che provenivano a gran voce dall’Onu e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, sul varo di una legge contro il reato di tortura. Ora le legge c’è ma è zoppa, a causa dei molteplici paletti che ne impediscono l’applicazione. Per quanto riguarda il depistaggio credo che sia un problema culturale del nostro Paese, che ne è divenuto il simbolo, partendo dalle stragi rimaste impunite fino ad arrivare alle vicende Aldrovandi, Cucchi e via dicendo. Questo mette in forte discussione la credibilità delle nostre istituzioni, anche da parte di coloro che non sono sensibili a questi temi. 

Ho letto che suo fratello le chiedeva spesso se lei era felice, oggi cosa gli risponderebbe?

I: Gli direi di sì. Stefano era il più fragile tra noi, almeno apparentemente, però si preoccupava per me. Mi chiedeva spesso “Ila ma tu sei felice”? Io pensavo di esserlo, con la mia vita perfetta, da mamma perfetta, moglie perfetta…probabilmente Stefano era capace di vedere ciò che io non vedevo. Fabio mi dice sempre “Vorrei non averti conosciuto, perché vorrebbe dire che avresti ancora tuo fratello”. Io però voglio considerare tutto quello che oggi mi appartiene come un regalo proprio di Stefano, che mi voleva felice.

Pensate che si scriverà mai la parola fine su questa vicenda?

F: Io dico sempre, la famiglia Cucchi è stata condannata all’ergastolo giudiziario, cioè sarà costretta a passare la propria vita all’interno delle aule di tribunale. Solo per il processo strettamente legato all’uccisione di Stefano abbiamo superato le 150 udienze. Sono una enormità.

C’è una onlus che porta il nome di suo fratello, ce ne vuole parlare?

I: Certo, avevo il desiderio di dare un senso a questa vicenda drammatica, io credo che in tutto quello che ci accade ci sia un perché. Così attraverso Stefano, che è morto come l’ultimo tra gli ultimi, vogliamo raccontare le vite di altri ultimi, le cui storie si consumano nel disinteresse generale, per tentare di fare il modo che non si ripetano fatti simili.

POTETE ASCOLTARE L’INTERVISTA A ILARIA CUCCHI E FABIO ANSELMO VIA PODCAST:

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Giuseppe Di Girolamo
La passione per lo sport e la scrittura hanno tracciato un indelebile solco, che non ha solo segnato la mia vita, ma l'ha decisamente indirizzata e caratterizzata. Da due anni scrivo sul sito il corsivosportivo.it, portale di interviste ed editoriali. Da poco, all’interno del sito ho aperto la rubrica OFF PEAK, che tratta di argomenti vari, quali ad esempio, costume, politica, società, cultura e spettacoli. Nel corso degli anni alcuni dei miei articoli sono apparsi anche sul sito www.gazzetta.it, inoltre fino a due anni fa, ero un collaboratore del loro inserto cartaceo domenicale “FUORIGIOCO”. Ho recentemente conseguito un master in giornalismo sportivo, proprio presso Rcs-Gazzetta dello Sport. Ora mi sono felicemente lanciato a capofitto in una collaborazione con il blog The Pitch. Lo sport oltre a raccontarlo, lo pratico: sono infatti un podista a livello amatoriale, ho corso molte della maratone più importanti al mondo tra le quali: Boston, New York, Berlino, Londra, Roma, Valencia e Siviglia.