È in corso una seconda causa legale contro una guida alpina d’alta quota che ha ritenuto più sicuro fermare una spedizione commerciale per la vetta dell’Everest. La forte volontà di arrivare in cima e la troppa sicurezza nei propri mezzi è spesso causa di incidenti. Incidenti dai quali non è sempre possibile essere soccorsi rapidamente in elicottero come avviene sulle vicine Alpi.

Denunce d’alta quota

L’Everest è diventato terreno di caccia per le spedizioni commerciali. La relativa facilità tecnica della salita fa sì che chiunque sia sufficientemente in forma possa riuscire ad arrivare in cima, con l’aiuto di una guida e del giusto acclimatamento. Nonostante questo, ci possono essere molteplici fattori ad impedire la buona riuscita della salita. Il saper rinunciare alla cima è una delle caratteristiche fondamentali che più si incontra negli alpinisti esperti e, soprattutto, longevi.

Non la pensa così Zac Bookman, CEO e co-fondatore di OpenGov, azienda software della SIlicon Valley. Bookman ha partecipato alla spedizione commerciale guidata dall’agenzia americana di Garrett Madison, la Madison Mountaineering, durante la stagione autunnale 2019. La spedizione non ha mai superato il campo base, e per questo Bookman ha intentato due cause legali contro l’agenzia, delle quali la seconda è tuttora in corso. L’accusa contro l’agenzia è di frode perchè Bookman sostiene di non aver ricevuto quello per cui aveva pagato 60 mila dollari.

Implicitamente quindi, Bookman sostiene di aver comprato un pacchetto con cima assicurata, mentre ai media dichiara addirittura che la spedizione è stata solo un costoso campeggio al campo base.

I fatti non sono esattamente quelli descritti da Bookman. La stagione autunnale del 2019 è stata caratterizzata da un grosso seracco che incombeva sulla Khumbu Icefall, la zona molto crepacciata che si deve attraversare per proseguire oltre il campo base (ne abbiamo già parlato su The Pitch). Un crollo di un seracco nella stessa zona aveva causato la morte di 16 Sherpa nel 2004

In alto il seracco che minacciava il percorso oltre il campo base dell’Everest, in basso un altro seracco pericoloso. ©Andrzej Bargiel

Madison ha quindi deciso che non sarebbe stato possibile continuare la salita in sicurezza, come deciso anche da altri alpinisti di più alto calibro. Quando ci si affida ad una guida, lo si fa soprattutto per avere una persona esperta che sappia prendere le giuste decisioni, anche se questo vuol dire deludere i clienti e non arrivare in cima.

Non aveva paura del rischio. Se fosse stato in una spedizione personale, avrebbe potuto continuare l’ascesa da solo. Il motivo per cui le persone mi assumono, credo, non è solo per il supporto logistico, ma anche per prendere decisioni in montagna. Grazie a tutta la mia esperienza e al mio record di sicurezza

Garrett Madison

Fin troppe informazioni

Quell’eccesso di sicurezza di Zac Bookman è classificabile come overconfidence, una delle trappole euristiche, ovvero quei meccanismi psicologici che ci portano a prendere decisioni sbagliate. Nel dettaglio, l’overconfidence è definita come un’eccessiva fiducia nella correttezza dei propri giudizi

Fino a quando si scia senza causare distacchi, è impossibile sapere quanto si è stati vicini al limite, e quindi valutare con precisione il limite stesso. Quando si crea un distacco, come in foto, è spesso troppo tardi. ©Outside Magazine

Con un meccanismo del genere, si tende a osare più di quello che sarebbe prudente fare, finendo spesso in situazioni poco piacevoli. Sulle trappole euristiche ci sarebbe da fare un discorso a parte, tanto è il materiale di cui discutere. In campo alpinistico e scialpinistico si parla principalmente di:

  • effetto di apprendimento negativo
  • scarsità ed euforia
  • competitività sociale
  • aura dell’esperto ed effetto gregge
  • consenso sociale
  • eccesso di determinazione
  • familiarità

La stessa overconfidence che ha caratterizzato Zac Bookman al campo base, la si può trovare molto spesso anche sulle vicine Alpi. Molte volte è anche dovuta alla gran quantità di oggetti tecnologici di cui disponiamo. 

Andare in montagna con gli strumenti e le informazioni disponibili oggi è indubbiamente più semplice rispetto a qualche decennio fa. Già solo per fare una via di arrampicata, o una salita scialpinistica, si hanno a disposizione relazioni dettagliate a partire da dove parcheggiare l’auto, fino a ogni dosso del pendio o fessura della parete. Non sono più solo i locals a sapere dove passare quindi, almeno per le gite più frequentate.
Fino all’ultimo momento in cui il telefono ha campo si può accedere facilmente a bollettini e radar meteo, bollettini valanghe, informazioni sulle ultime salite e tracce GPS. Tutto questo è molto comodo, ma spesso ci rende dipendenti dai dispositivi elettronici, che siano cellulari, orologi GPS, e relative batterie. 

La durata delle batterie al freddo può diminuire notevolmente, e se ci si affida solo a strumenti elettronici si rischia di rimanere senza strumenti di orientamento. ©Joe Stock 

Le montagne si stanno popolando di persone che conoscono perfettamente la traccia di salita, o magari l’hanno solo caricata sul GPS, e non hanno idea della conformazione della valle in cui si trovano. Può filare tutto liscio, ma si è sempre sul filo del rasoio. Se la batteria del GPS si scarica, se si finisce per errore fuori dalla traccia o se si sbaglia a interpretare la relazione, ci si può trovare improvvisamente su terreno assolutamente ignoto. In questi momenti ci si può rendere conto che la sicurezza di cui eravamo fieri a inizio giornata era ben superiore a quella reale.

I limiti del soccorso

La fortuna di chi girovaga per le Alpi è che quando ci si trova in difficoltà, il Soccorso Alpino interviene tempestivamente. Il soccorso è sempre da evitare, non da considerare come opzione mentre si pianifica la giornata, ma il fatto che esiste è una tranquillità non da poco. Gli unici casi problematici sono quelli in cui il cellulare non ha campo nemmeno per le chiamate di emergenza. Ciò capita più spesso di quanto si possa immaginare, basta trovarsi in zone in cui non prende né il proprio operatore, né altri. Il problema è comunque risolvibile con i telefoni satellitari.

Tutt’altro discorso è da fare in zone più selvagge e con montagne più alte, come le Ande, la Patagonia o l’Himalaya.

Spesso non c’è una rete organizzata di soccorso, e ognuno è costretto a cavarsela coi propri mezzi. Altre volte il soccorso è in mano ai militari, come sui versanti pakistani dell’Himalaya, dove ogni anno succede qualche problema con l’attivazione del soccorso, che passa tramite pagamenti anticipati di cifre non da poco. Succede quindi che preziose ore vengono perse in negoziazioni con gli elicotteristi, invece che iniziare i soccorsi.

Oltre ai limiti politico-burocratici, ci sono i limiti fisici: gli elicotteri non sono fatti per volare oltre certe quote, quindi non ci sono grandi possibilità di essere recuperati in tempi utili, o almeno non c’erano. Negli ultimi anni Simone Moro sta sviluppando elicotteri d’alta quota insieme alla ditta italiana Leonardo. L’idea è nata dopo che un elicottero di soccorso ha recuperato Simone Moro sull’Annapurna, il giorno di Natale 1997, unico sopravvissuto della spedizione. 

Maurizio Folini effettua un recupero in Long Line sull’Everest insieme a Simone Moro. ©Simone Moro

Da allora Simone ha preso il brevetto e iniziato a fare elisoccorso in Nepal, riuscendo a eseguire recuperi prima a 6.400 m di quota e poi a circa 7.000 m. A quote così elevate gli elicotteri sono al limite e non si ha la potenza e il controllo necessario per usare il verricello, quindi si usa la cosiddetta longline, che altro non è che una corda appesa sotto all’elicottero con un moschettone. Quel moschettone deve riuscire a passare tra le mani di chi necessita di essere recuperato, il quale deve avere la prontezza di agganciarsi al moschettone dell’elicottero e sganciarsi da eventuali precedenti ancoraggi con la montagna. Non è l’ideale, ma ad oggi è il modo migliore di portare l’elisoccorso a quote sempre più alte.


Eccessive o false sicurezze sono tra i rischi più complessi da valutare ed evitare, affidarsi ad una guida professionista è una buona idea, ma bisogna avere fiducia nelle decisioni che prende. Una causa legale intentata contro una guida professionista come nel caso di Bookman contro Madison è inconcepibile nel mondo alpinistico, segno che le spedizioni commerciali non hanno lo stesso spirito di quelle classiche.