Dal film alla vera storia” è la rubrica mensile di The Pitch – Olympia, che svela retroscena, curiosità, personaggi, fatti reali e di fantasia che caratterizzano e differenziano le trasposizioni cinematografiche delle più belle storie dello sport mondiale. Un excursus tra realtà e fantasia, in cui la prosa del reale diventa poesia della finzione e su cui i maestri del cinema appongono la ciliegina finale, grazie alle magistrali interpretazioni dei protagonisti e la firma d’autore di registi e sceneggiatori.

Chi è Pantani? Uno che ha sofferto tanto. E che in bici si è divertito e, soprattutto, ha divertito.
Marco Pantani

La rubrica “Dal film alla storia vera” solitamente si occupa di pellicole che raccontano di personaggi epici o momenti di sport indimenticabili, che attraverso la finzione cinematografica rivivono, in una versione riveduta e corretta per rendere più godibile la visione ad un pubblico più ampio dei soli appassionati. Non è il caso del film di cui parliamo questo mese, in quanto “Il caso Pantani illustra la dolorosa parabola discendente del Pirata, curandosi quasi esclusivamente della vicenda giudiziaria e delle contraddizioni che la caratterizzano. Come già in molti di noi sospettavano, la verità non è scritta nelle carte che compongono il faldone dell’inchiesta, che non è andata neanche lontanamente vicina a ricostruire il reale succedersi dei fatti. Il docufilm – come viene definito da molti – evidenzia i numerosi punti oscuri, le omissioni, financo gli evidenti errori di valutazione che non hanno consentito di scavare fino al fondo di una storia torbida che è iniziata molto prima del 14 febbraio 2004, giorno in cui viene rinvenuto il corpo senza vita di Marco al residence Le Rose di Rimini.

Comincia infatti molto prima, nel giorno in cui viene commesso il primo delitto ai suoi danni, quello sportivo, il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio. In seguito al prelievo di sangue effettuato quella mattina viene riscontrato, a due tappe dal termine del Giro d’Italia, un tasso di ematocrito superiore a quello consentito dal regolamento. Pantani non può prendere il via e deve cedere la maglia rosa al secondo in classifica, Paolo Savoldelli, che però si rifiuterà di indossarla. Il Giro, per la cronaca, lo vincerà Ivan Gotti.

L’intervista di Marco Pantani a Madonna di Campiglio. 5 giugno 1999.

Questo è il momento spartiacque, da qui la marea si apre al passaggio dei numerosi dubbi che sorgono, dividendo l’oceano della narrativa in due parti: da un lato ciò che a tutti noi è stato raccontato, dall’altro quello che le persone vicine al Pirata hanno avuto modo di osservare in prima persona e vanamente sostenuto per tutti questi 21 anni. Il particolare che rende credibile quella che è considerata una verità alternativa, è stata la decisione del regista Domenico Cioffi e degli sceneggiatori di citare luoghi, nomi, date, scegliendo di non perseguire la facile strategia del lancio del sasso. Nessun braccio nascosto dopo aver fatto germogliare il sospetto, ogni singola testimonianza è documentata, non sono solo semplici supposizioni formulate approfittando della finzione scenica. Per esempio, viene ricostruito quanto più volte affermato da Marco Velo e Fabrizio Borra, rispettivamente compagno di squadra e massaggiatore personale di Pantani all’epoca dei fatti, su quanto accaduto all’Hotel Touring la sera 4 giugno 1999: i due hanno sostenuto in più occasioni che la voce che un componente della loro squadra, la Mercatone Uno, sarebbe stato squalificato, cominciò a circolare già dopo cena. Come sarebbe stato possibile, se ancora non erano stati effettuati i test ematici? Lo stesso Borra, insieme a Pregnolato, uno dei meccanici della Mercatone, dichiararono inoltre che prima di andare a dormire Pantani si misurò da solo l’ematocrito e che il responso lo poneva in una posizione di tutta tranquillità.

Occorre ora fare un inciso noioso, ma necessario: l’ematrocrito è il valore che indica la densità del sangue. Più è denso, più si incorre in rischi per la salute, come infarti o trombosi. All’epoca, l’assunzione della sostanza dopante eritropoietina non era rintracciabile, ma uno degli indicatori che potevano far nascere il sospetto di assunzione da parte di un atleta, era appunto l’aumentata densità del sangue. Non un vero e proprio esame antidoping. Infatti, a termini di regolamento non si incorreva nella squalifica immediata, ma con questo escamotage i ciclisti venivano sottoposti ad un esame che, in apparenza, doveva essere esclusivamente a tutela della loro salute, ma che in realtà era il solo modo per combattere quella piaga che nel ciclismo era molto diffusa, dal nome EPO. Il tutto era riassumibile così: non è possibile provare scientificamente l’assunzione di EPO, ma avendo un sospetto sull’uso della sostanza si procede a proibire all’atleta di correre per un breve periodo. Infatti, chi veniva trovato con tasso di ematocrito superiore a quella che era considerata la norma, non veniva di fatto squalificato, ma era considerato non idoneo alla attività sportiva per 15 giorni, poi poteva ripartire tranquillamente. In pratica, si pativa solamente l’esclusione dalla corsa a cui si stava prendendo parte. Nel caso di Pantani l’ematocrito passa da 48 a 53 nel giro di una notte, salendo di ben 5 punti, quando il limite consentito era 50. In poche ore la densità del sangue di Marco è aumentata considerevolmente, tanto da farlo escludere dalla corsa, ma quando giunge all’ospedale di Imola, nel pomeriggio di quello stesso 5 giugno, i valori sono tornati nella norma: allora cosa è accaduto davvero?

Cinematograficamente non vi sono particolari appunti da fare a questa produzione: il film è bello, pur senza acuti dal punto di vista interpretativo da parte di nessuno degli attori del cast, circostanza probabilmente voluta affinché non si venga distratti dal racconto. Una narrazione avvincente per tutte le due ore di proiezione, anche per chi sulla vita (e sulla morte) del Pirata è già fortemente documentato. Forse l’inizio è un po’ convulso, i salti temporali attraverso il ricorso ai flashback sono numerosi e questo potrebbe penalizzare chi non è perfettamente a conoscenza dei fatti e della cronologia degli stessi. Vengono poi utilizzati molti filmati originali del vero Pantani quando è il momento di raccontare lo sportivo, questa secondo me è una scelta corretta. Inutile cercare di mettere uno dei tre interpreti che impersonificano Marco sopra una bicicletta, nel tentativo di farlo sembrare un improbabile campione di ciclismo, come era accaduto in passato in alcune fiction. Marco Palvetti, Brenno Placido e Fabrizio Rongione i tre diversi attori che che vestono i panni del protagonista, sono stati tutti molti bravi. Questi infatti non solo hanno dato sembianze diverse eppure simili allo stesso uomo, ma ognuno ha interpretato il Pantani giusto, al momento giusto: uno è il volto felice e vincente, un altro è il campione che si è smarrito, l’ultimo è l’uomo distrutto dai propri tormenti, dalla droga e probabilmente da molto altro. I finali sono in pratica due: il primo è quello ufficiale, sentenziato dai tribunali, il secondo è il finale che prende forma una volta che tutte le testimonianze vengono ricostruite in unico puzzle. Occorre dire, a onor del vero, che un paio di queste sono poco digeribili anche per chi, come me, ha amato il ciclista romagnolo e vuole che la verità venga ristabilita. Nel complesso però, come dicevo anche in precedenza, le conclusioni non sono affatto campate in aria.

Il trailer del film “Il caso Pantani – L’omicidio di un Campione” (2020).

Tra i momenti del film che potrebbero venire sottovalutati, ce ne sono 3 che ritengo tra i più significativi: i primi due riguardano le figure di Manuela Ronchi, che era la manager del Pirata, e Candidò Cannavò, direttore della Gazzetta dello Sport all’epoca, che – a ragione – vengono rappresentate come figure di secondo piano all’interno del dramma sportivo, ma comunque molto ambigue nel loro rapporto col campione, come era già trapelato in passato. Il terzo è quello che che ritengo avrebbe cambiato tutta la storia e soprattutto l’esistenza di Marco: è il momento in cui Luciano Pezzi, il patron della Mercatone Uno per il quale Pantani provava smisurati stima e affetto, tenta inutilmente di convincerlo a risalire immediatamente in sella per partecipare al Tour de France del 1999. Probabilmente se questo fosse accaduto, dopo poche pedalate si sarebbe concentrato nuovamente su quello che sapeva fare meglio: vincere.

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Giuseppe Di Girolamo
La passione per lo sport e la scrittura hanno tracciato un indelebile solco, che non ha solo segnato la mia vita, ma l'ha decisamente indirizzata e caratterizzata. Da due anni scrivo sul sito il corsivosportivo.it, portale di interviste ed editoriali. Da poco, all’interno del sito ho aperto la rubrica OFF PEAK, che tratta di argomenti vari, quali ad esempio, costume, politica, società, cultura e spettacoli. Nel corso degli anni alcuni dei miei articoli sono apparsi anche sul sito www.gazzetta.it, inoltre fino a due anni fa, ero un collaboratore del loro inserto cartaceo domenicale “FUORIGIOCO”. Ho recentemente conseguito un master in giornalismo sportivo, proprio presso Rcs-Gazzetta dello Sport. Ora mi sono felicemente lanciato a capofitto in una collaborazione con il blog The Pitch. Lo sport oltre a raccontarlo, lo pratico: sono infatti un podista a livello amatoriale, ho corso molte della maratone più importanti al mondo tra le quali: Boston, New York, Berlino, Londra, Roma, Valencia e Siviglia.