Stella Rossa-Milan non è una partita come altre, nel contesto del calcio europeo. Non si parla di un semplice sedicesimo di andata di Europa League, ma di una sfida che richiama alla dicotomia profonda che anima questo sport, in cui al fattore tecnico (e ludico) si è inevitabilmente aggiunta, sedimentandosi anno dopo anno, un’epica. Epica fatta di momenti divenuti identitari nella storia dei club, “liturgia laiche” di squadre che hanno acquisito valenza a livello narrativo, di una sostanziale “aristocrazia del pallone” che in Europa si manifesta quando a sfidarsi sono club che si sono fregiati del titolo di campioni d’Europa.

E partendo da questo ultimo punto, Stella Rossa-Milan è una sfida facente parte del raro novero di disfide tra campioni emeriti d’Europa: la squadra di Belgrado ha conquistato la Coppa dei Campioni nel 1991, battendo ai rigori l’Olympique Marsiglia nella cornice del San Nicola di Bari, mentre il Milan, come noto, ha conquistato la coppa dalle grandi orecchie in ben sette occasioni.


Bari, stadio San Nicola, 29 maggio 1991. Lo jugoslavo Vladimir Jugović (al centro) subisce il pressing del francese Éric Di Meco (a sinistra) e del ghanese Abedi Pelé (a destra) nel corso della sfida tra Stella Rossa e Olympique Marsiglia (0-0 d.t.s., 5-3 d.c.r.) valevole per la finale della Coppa dei Campioni 1990-1991.

Ma non finisce qui. Stella Rossa-Milan ha in sé un’epica di cui poche altre sfide a livello europeo sono investite. Destini incrociati che fanno riferimento a diverse filosofie e modi di intenderei il calcio e che si sono condensati in un luogo e in un punto precisi, una nebbiosa giornata di Belgrado del novembre 1988. Per la precisione l’8 novembre 1988, circa un anno prima della caduta di quel Muro di Berlino che avrebbe sull’onda lunga trascinato con sé la Jugoslavia di cui i biancorossi della Crvena Zvezda (nome serbo della squadra) erano campioni nazionali. Si giocava in quel giorno il ritorno degli ottavi di finali della Coppa dei Campioni: il Milan di Silvio Berlusconi, Adriano Galliani e Arrigo Sacchi, fresco dell’undicesimo scudetto, affrontava la tenace compagine serba, allenati da Branko Stankovic e forte di alcuni giovani di grande talento e prospettiva. Tra questi spiccano ProsineckiSavicevic e, soprattutto, Dragan Stojkovic.

Parliamo dell’incontro tra due filosofie tecniche e due prospettive di intendere il calcio che presentavano tratti di affinità e palesi divergenze: sia Sacchi che Stankovic facevano di un gioco estremamente intenso, focalizzato sul dominio tattico e strategico del campo da gioco, e moderno la loro stella polare; inoltre, tanto il trio di riferimento dei serbi quanto l’asse olandese Rijkaard-Gullit-Van Basten costituivano una forma di sinergia tra talenti complementari con rari paragoni nel panorama europeo. Ma la “filosofia” portata sul campo da Stella Rossa e Milan mal si conciliava con le diverse visioni del mondo del pallone che incarnavano.

Ecco cosa significa entrare al “Piccolo” Marakana di Belgrado, prima del derby tra Stella Rossa e Partizan.

Da un lato, i serbi erano portavoce di un calcio identitario, fortemente radicato nel sostegno e nella ricerca di punti di riferimento, talenti, appoggi economici nel territorio di un paese sempre più autonomista e dinamico nel cuore della Jugoslavia federale e socialista. Tanto che con gli anni la curva e i sostenitori che si assiepavano al Marakana di Belgrado erano diventati un punto di riferimento per il nazionalismo serbo. Le frange ultras della Stella Rossa erano animate dal gruppo dei Delije, il cui leader era Arkan, futuro criminale di guerra spietato nelle opere di pulizia etnica del violento conflitto dei Balcani, e due anni dopo avrebbero dato vita a un durissimo confronto con i parigrado della Dinamo Zagabria, i Blue Bad Boys, nel contesto di una partita infuocata che sembrò preannunciare i duri scontri degli anni a venire.

Si andava costituendo l’ossatura della squadra che, due anni e mezzo dopo, avrebbe trionfato a Bari con una formazione composta per dieci undicesimi da giocatori serbi, macedoni o montenegrini e che rappresentava il cuore pulsante della nazionale jugoslava che solo la guerra e la decisione “politica” dell’Uefa di ripescare la Danimarca (poi vincitrice) al suo posto, escludendola dalla competizione, avrebbero privato della possibilità di giocare da favorita l’Europeo del 1992.

Arrigo Sacchi, lui l’artefice del primo Milan vincente di Silvio Berlusconi. Proprio la sfida con la Stella Rossa rappresentò la prima grande prova di maturità della squadra e della filosofia sacchiana. Un modo di interpretare il calcio che, da lì a pochi anni, avrebbe completamente riscritto la storia di questo sport.

Dall’altro si trovava il Milan agli inizi della lunga epopea berlusconiana. Una squadra che incarnava la riscossa della compagine rossonera dopo gli anni bui della Serie B, un’ambizione di successi che dalle parti di Milanello non si vedevano da tempo e una filosofia di “business” calcistico innovativa. Una modernizzazione accelerata che è stata ben poco accettata dai puristi del calcio “reazionario” (Massimo Fini ad esempio), ma che dimostrò il fiuto imprenditoriale e la capacità di visione di Berlusconi e dei suoi, convinti che il calcio avrebbe rappresentato negli anni a venire un fiorente business e anche un fondamentale strumento di promozione del presidente rossonero, che sui successi del Milan costruì una parte della narrazione di imprenditore di successo che ne avrebbero accelerato la discesa in politica.

Ebbene, è lecito chiedersi che cosa sarebbe stato dell’epopea del Milan di Sacchi e degli olandesi se quell’8 novembre 1988 la nebbia non avesse interrotto la gara di ritorno del Marakana di Belgrado, in cui i serbi conducevano per 1-0 grazie a un gol di Savicevic dopo il pareggio per 1-1 di San Siro. Sotto di un gol e in dieci per l’espulsione di Pietro Paolo Virdis (senza Gullit infortunato), il Milan è a un passo dal baratro quando al 12′ del secondo tempo, l’arbitro tedesco Paul decide per la sospensione del match. Nessuno si accorge di cosa sta accadendo: la partita tra due squadre agguerrite e ambiziose ha preso pieghe fantozziane, la Rai e la radiocronaca non riescono a stare dietro alle immagini di scarsa qualità, tutto è rinviato al giorno dopo. La sfida è tenace, nuovamente al cardiopalma. In pochi minuti Van Basten insacca di testa su assist di Chicco Evani e il Milan mette in discesa la sfida, ma l’asse Savicevic-Stojkovic al 39’ trova il pronto pareggio.

Una nebbia fittissima quella che scese su Belgrado, che ancora oggi molti i tifosi milanisti ringraziano e ricordano con piacere.

La sfida è serrata e le immagini del tempo mostrano un gioco maschio, una partita dura e tesa. Secondo tempo e supplementari non cambiano le gerarchie e la sfida va ai rigori. Il Milan ne insacca quattro di fila: capitan Franco Baresi, Evani, Van Basten, Rijkaard. La Stella Rossa si affida ai suoi totem, ma dopo Stojkovic e Prosinecki il futuro rossonero Savicevic tradisce: 4-2 per il Milan dal dischetto, la strada verso la prima Coppa dei Campioni è spianata. E in un certo senso in quella partita si condensò un bivio fondamentale per il calcio europeo: l’ascesa del Milan di Sacchi e della sua filosofia sportiva (e imprenditoriale) fu favorita dalle nebbie di Belgrado. E anche Silvio Berlusconi, forse, in fin dei conti può ringraziare non poco la coltre che salvò la prima serata storta di Stella Rossa-Milan.