©Pinterest. La corazzata Roma nel 1942.

Premesse

Dopo la conferenza navale di Washington del 1922 tra le cinque potenze vincitrici della prima guerra mondiale, l’Italia e la Francia risultarono in parità nell’assegnazione del tonnellaggio massimo a disposizione per le costruzioni navali militari. Limite che venne imposto per evitare una nuova e deleteria corsa agli armamenti. Il vincolo internazionale tuttavia si rivelò un’inaspettata fortuna per la Regia Marina, poiché la difficile situazione economica del paese e la scarsa efficienza della cantieristica Italiana sul piano organizzativo non avrebbero comunque consentito di mantenere il passo delle altre marine europee.

Tuttavia l’industria navale italiana poteva contare su buone frecce al suo arco; risultati da record nell’export, una nutrita schiera di brillanti progettisti, le plurisecolari tradizioni delle sue città di mare che fornivano marinai e ufficiali di grande esperienza e indubbie capacità. L’eccellente qualità costruttiva del naviglio italiano vantava anche elevate velocità e manovrabilità rispetto alle marine concorrenti, talvolta purtroppo a discapito della corazzatura.

Le criticità più evidenti, dovute in particolare ad alcuni ritardi nello sviluppo tecnologico dell’industria pesante, furono causate dalla mancanza di adeguate contromisure anti-sommergibile, uno sviluppo ed impiego tardivo di sistemi tecnologici quali radar ed ecogoniometro e soprattutto nella mancata cooperazione con la neonata Regia Aereonautica istituita come forza indipendente nel 1923.

Mare nostrum

La svolta nella cantieristica militare italiana avvenne a partire dal 1930 con l’acuirsi della rivalità con la Francia, percepita sempre più come un futuro nemico, anche se paradossalmente il confronto principale avverrà poi sul “campo” contro la Royal Navy britannica. Nel 1932 con una serie impressionante di commesse l’Italia diede avvio ad un ipertrofico sviluppo della cantieristica e dell’industria pesante arrivando nel giro pochi anni ad aumentare la propria produzione del 68%, concentrandosi soprattutto su incrociatori e sommergibili ma superando sé stessa nella costruzione di una nuova grande classe di corazzate.

La Regia Marina si presentò alla prova bellica il 10 giugno 1940 con una flotta alla pari e in alcune specialità addirittura superiore alle principali marine europee avversarie nello scenario Mediterraneo. 

All’inizio della guerra la Marina Militare schierava il seguente naviglio:

4 corazzate (2 nuovissime della classe Littorio e 2 in servizio dalla Prima guerra mondiale ma rimodernate), 19 incrociatori (7pesanti e 12 leggeri tutti completati tra 1928 e 1937), 59 cacciatorpediniere, 69 torpediniere, 69 motosiluranti (MAS o modelli derivati), 14 cannoniere, 13 posamine, 41 dragamine. Un’unica (in tutti i sensi) portaidrovolanti (la Giuseppe Miraglia) che imbarcava alcuni dei soli 307 mezzi aerei a diretta disposizione della Marina e ben 117 sommergibili (alcuni tuttavia non pienamente efficienti) che andavano a costituire la seconda flotta subacquea più grande dell’epoca, superata numericamente solo da quella sovietica. L’imponente flotta era suddivisa in 3 squadre navali più un comando per le squadre di sommergibili.

Incrociatori pesanti della Classe Zara .

Deus ex machina

Il Comando Centrale delle Operazioni navali (Supermarina), inaugurato a Palazzo Marina sul lungotevere delle Navi (Roma) nel 1928 costituì di fatto per tutta la durata del secondo conflitto mondiale la “centrale operativa” per tutte le operazioni navali italiane e il punto nevralgico da cui dovevano obbligatoriamente transitare ordini e strategie, causando non poche problematiche in situazioni che si evolvevano spesso con rapidità impressionante e lasciando scarsa autonomia ai comandanti delle squadre navali al contrario di quanto avveniva nelle altre marine da guerra di tutto il mondo.

Questa politica deleteria portò solamente nel 1940 ad una presa di coscienza da parte di Supermarina, che lasciò finalmente ai comandanti l’iniziativa sull’azione in mare seppure con rigide direttive che vietavano l’ingaggio di forze nemiche numericamente superiori. Tale condotta strategica classificata da molti storici d’oltremanica e d’oltreoceano come “eccessiva prudenza” o addirittura codardia, fu purtroppo dettata da alcuni problemi cronici con cui la Regia Marina dovette quotidianamente fare i conti.

In primis l’impossibilità per l’industria pesante di rimpiazzare in tempo utile le perdite anche a causa della difficile reperibilità di materie prime e della coordinazione tra i cantieri privati.

In secondo luogo la paradossale mancanza di carburante che dal 1942 peggiorò giorno dopo giorno, tanto da costringere i comandi a scelte spesso drammatiche. Inoltre il gravoso compito di scorta ai convogli di rifornimenti dell’Asse, svolto quasi esclusivamente dalla Marina italiana, non fece che esasperare una situazione già critica.

©Consolaro M. Palazzo Marina a Roma, con le ancore delle corazzate austroungariche Tegetthoff (a sinistra) e Viribus Unitis (a destra).

La classe Littorio

Pur essendo l’ossatura della flotta italiana costituito prevalentemente da incrociatori leggeri e pesanti, la Regia Marina con uno sforzo titanico progettò e costruì una classe di corazzate da 45.000 tonnellate a pieno carico, le più grandi mai costruite in Italia e ancora oggi fra le 10 più imponenti navi da battaglia costruite. Rappresentarono la massima espressione dell’ingegneria navale nazionale anche se concepite nell’era del tramonto delle grandi unità navali armate.

La classe, chiamata Littorio, nei piani originari si sarebbe dovuta comporre di 4 unità. Tuttavia la Impero non venne mai completata, mentre la Roma entrò in linea solo nel 1942 e subì un tragico destino venendo affondata l’8 Settembre 1943 da 28 bombardieri tedeschi.

Di fatto quindi solamente due unità furono in servizio durante tutto il conflitto, la Littorio (che diede il nome alla classe) e la Vittorio Veneto. Due giganti dei mari lunghi quasi 238 metri e larghi 32,8 equipaggiati con un motore da 128.000 cavalli che permetteva loro di raggiungere la notevole velocità di 31,4 nodi (c.a. 58 Km/h).

Progettate dal generale del genio Umberto Pugliese, vantavano soluzioni tecniche innovative e all’avanguardia. In particolare la protezione subacquea, costituita da due lunghi cilindri deformabili, posti lungo la murata all’interno di una paratia piena, con il compito di assorbire la forza dell’onda d’urto provocata dall’esplosione di un siluro o di una mina.   

Questo sistema dava la possibilità di disperdere la forza dell’esplosione lungo l’interno del cilindro. Entrambe le unità incassarono in effetti numerosi danni e colpi di siluro durante tutto il conflitto riuscendo sempre a resistere, tuttavia rimane difficile valutare se ciò sia stato dovuto a tale sistema o alla robusta corazzatura verticale che arrivava ad uno spessore massimo di 350 millimetri (contro i soli 320mm della leggendaria corazzata tedesca Bismarck).

Schemi di progettazione della corazzata Vittorio Veneto.

 Artiglierie ed armamenti

Della classe Littorio non furono titaniche solo le dimensioni, ma anche l’armamento principale, costituito da 9 cannoni OTO/Ansaldo 381/50 modello 1934 disposti in tre torri trinate (3 cannoni ciascuna), due a prora ed una a poppa.

La più potente arma balistica mai sviluppata dall’industria bellica italiana, con la gittata più lunga mai raggiunta fino ad allora, oltre 42.800 metri, nonostante la scarsa elevazione di soli 35 gradi. Nemmeno i cannoni americani da 406 millimetri delle gigantesche corazzate classe Iowa e i giapponesi da 460 mm della classe Yamato riuscivano ad eguagliarli.

I 318 millimetri italiani sparavano proiettili del peso di 885 kg, più grandi e pesanti sia di quelli inglesi che tedeschi del medesimo calibro.
Tuttavia il peso delle munizioni e l’elevata velocità iniziale (850 mps, contro i 749 inglesi) consumavano molto in fretta l’anima della canna condannandola ad una scarsa durata.
Inoltre era piuttosto bassa anche la celerità di tiro, con circa un colpo ogni 45 secondi ed una dispersione dello stesso decisamente sopra la media.

L’armamento secondario era costituito da 12 cannoni OTO/Ansaldo 152/55 modello 1936, utilizzati anche come armamento principale sugli incrociatori della flotta.
Armi micidiali erano anche i cannoni antiaerei da 90/50 modello 1939, dotati di prestazioni eccezionali, superiori persino ai temutissimi cannoni tedeschi (FlugabwehrKanone) da 88 millimetri.

Completavano l’armamento di queste unità prive di impianti lanciasiluri, 3 idrovolanti IMAM Ro.43 imbarcati a poppa e lanciati in volo tramite una catapulta a vapore.

©Pinterest. Cannoni OTO/Ansaldo 381/50 della corazzata Roma.

Luci ed Ombre

Bordata dei cannoni da 381mm della corazzata Vittorio Veneto.

Risulta ancora oggi difficile dare una spiegazione esaustiva per le altalenanti prestazioni belliche della marina italiana nel corso del secondo conflitto mondiale. La qualità del naviglio e degli armamenti a disposizione, più moderni e potenti di quelli in dotazione alle altre forze armate, non furono purtroppo sufficienti a controbilanciare una lunga serie di criticità più o meno grandi che peggiorarono di pari passo al procedere della guerra.

Nonostante la flotta stessa fosse stata concepita per un impiego principalmente nel Mediterraneo e quindi progettata per imbarcare meno carburante delle controparti nemiche, la disponibilità di carburanti sarà sempre il principale cruccio di Supermarina.

Le corazzate ammiraglie della flotta (classe Littorio) imbarcavano carburante per 4.000 tonnellate che garantiva loro un’autonomia di 3.000 km alla massima velocità. Carburante che a partire dal 1942 venne dirottato verso gli incrociatori per la scorta ai convogli, costringendo quindi spesso in porto le unità più grandi.

Inoltre a causa delle ristrettezze economiche, lo sviluppo di un radar di progettazione nazionale procedette a rilento e quando vennero conferiti fondi adeguati, non vi furono le risorse umane necessarie per terminare la ricerca. Ciononostante, il radar EC3/terGufo” ed il suo omologo per sorveglianza costiera “Folaga” furono ordinati in 50 e 150 esemplari. Alla vigilia dell’8 settembre 1943 erano stati però consegnati soltanto 13 del primo e 14 del secondo.

Altro punto a sfavore fu senza dubbio il forzato confronto con la Royal Navy, dotata di risorse infinitamente più grandi di quelle italiane e di una componente aeronavale autonoma e ben equipaggiata. Questo si trasformò in uno svantaggio per la flotta italiana, concepita in origine per affrontare la marina Francese, potenza con la quale era in realtà alla pari.

I britannici ebbero la meglio sulla Regia Marina durante quasi tutto il conflitto, salvo alcune brillanti azioni italiane condotte però da unità molto piccole o leggere.

Protagonisti della celeberrima Impresa di Alessandria furono ad esempio i siluri a lenta corsa (SLC) scherzosamente chiamati “maiali” e classificati come sommergibili tascabili (lunghi appena 6,7 metri), nella notte fra il 18 e il 19 dicembre 1941 in risposta al catastrofico attacco inglese a Taranto. Azione nella quale 6 uomini con 3 SLC e il supporto logistico del sommergibile Scirè affondarono in porto 1 cacciatorpediniere, 1 petroliera e 2 corazzate tra cui l’ammiraglia della flotta britannica la HMS Queen Elizabeth causando perdite devastanti, seppure non decisive.

Analogamente i leggeri e oramai superati, i MAS (Motoscafi Armati Siluranti) veterani illustri della prima guerra mondiale inflissero pesantissimi danni agli inglesi nella battaglia di mezzo agosto (12-13) nel 1942. Brillanti anche i risultati ottenuti dai sommergibili italiani, primo su tutti il Leonardo da Vinci che con oltre 17 navi di vario tipo affondate fu uno dei più letali mezzi subacquei del conflitto, al pari dei temutissimi U-Boot della Kriegsmarine.

Un Siluro a Lenta Corsa (SLC) goliardicamente soprannominato “maiale”.

Errori strategici

La mancanza di una propria componente aeronavale fu la vera spada di Damocle pendente sulla Regia Marina, errore strategico che le costò la supremazia nel Mediterraneo. Oltre l’80% del naviglio venne perso infatti a causa di ordigni lanciati da aerei degli Alleati, contro i quali le artiglierie imbarcate, pur essendo di grande potenza, non erano sufficienti a causa delle altitudini di sicurezza che gli stormi di bombardieri mantenevano.

A peggiorare la situazione in tal senso i campanilismi ed i ritardi nella coordinazione con l’Aereonautica Militare (la quale aveva di fatto il monopolio sulla disponibilità di velivoli) diedero frequentemente luogo ad una difesa aerea delle squadre navali deficitaria o troppo tardiva per poter essere di qualche utilità. Altro punto dolente fu l’intempestiva presa di coscienza della necessità di dotare la flotta di almeno una portaerei. Eventualità in realtà vagheggiata negli alti comandi della marina da anni, ma sempre accantonata per dirottare i fondi altrove o perché ritenute inutili a causa della posizione privilegiata della penisola nel Mediterraneo.

L’attacco inglese alla base navale di Taranto (operazione Judgment) nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940, condotto da 20 aerosiluranti decollati dalla portaerei Illustrious causò enormi perdite in termini di materiali e danni al naviglio italiano ancorato nel porto senza una difesa aerea valida. Inoltre trasformç la questione portaerei da discussione accademica a necessità impellente.

La costruzione della prima unità, l’Aquila, venne quindi iniziata nel 1941 convertendo il transatlantico civile Roma e dotandolo di un ponte di volo continuo. Una portaerei gemella venne iniziata nel 1942 riconvertendo il transatlantico Augustus. Nessuna delle due unità entrò tuttavia mai in servizio.

Tutte queste circostanze sommate alla sempre maggiore efficienza del sistema di decrittazione dei messaggi in codice tedeschi (ed italiani di conseguenza) da parte degli inglesi (con Ultra) chiusero il cappio intorno ad una marina stremata per le perdite subite in 39 mesi di guerra contro forze soverchianti.

Per approfondire:

  • James J. Sadkovich, La Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Feltrinelli, 2006.
  • Erminio Bagnasco e Augusto de Toro, The Littorio Class: Italy’s Last and Largest Battleships 1937-1948, Seaforth Publishing, 2010.
  • Arrigo Petacco, Le battaglie navali del mediterraneo nella seconda guerra mondiale, Mondadori, 2013.