La prima tappa del nostro viaggio archeologico ci porta sull’isola di San Pantaleo nello Stagnone di Marsala, di fronte alla punta occidentale della Sicilia. Il luogo ospita la città di Mozia, occupata dai Fenici a partire dall’VIII sec a.C. e in cui culture antiche si incontrarono dando vita a uno dei siti più particolari e affascinanti d’Italia, per anni oggetto di campagne di scavo da parte di Lorenzo Nigro e l’Università La Sapienza di Roma e che hanno portato alla luce un santuario.

Guardare le stelle con l’occhio dell’archeologo

Perché il sito si presenta così eccezionale? Oltre alla bellezza e al fascino orientale, Mozia è luogo in cui archeologia e astronomia collaborano in un unico intento: indagare il nostro passato. E non si tratta di Fantarcheologia, ma di Archeoastronomia, una disciplina scientifica che, nata negli anni ’60 del secolo scorso, anno dopo anno rivela dati eccezionali sul mondo antico sfruttando strumentazioni e conoscenze astrofisiche a supporto degli studi umanistici.

L’Archeoastronomia infatti ricerca una corrispondenza astronomica negli orientamenti delle architetture antiche, giungendo a ritroso fino all’età preistorica. Lo studio si basa su complicati calcoli matematici che hanno come protagonisti, ad esempio, la declinazione di un corpo celeste e il suo azimuth, così da risalire alle c.d. orientazioni, scoprendo verso quale stella o quale momento del transito del Sole lungo l’eclittica (per esempio il solstizio d’estate o l’equinozio di primavera) siano orientati gli edifici antichi, in particolare i templi: imago mundi dell’universo. 

L’archeoastronomia […] parte dal fatto incontrovertibile che molti monumenti del passato furono legati ai cicli celesti tramite allineamenti astronomici.

Una materia complicata e resa ancora più difficile dalla precessione degli equinozi che determina l’aspetto della volta celeste in un determinato periodo storicoInfatti il cielo degli antichi non era identico a quello che ogni notte illumina le nostre teste. No, era molto diverso e questo fenomeno è dovuto a un movimento impercettibile, simile a quello di una “trottola”, che la Terra compie su sé stessa ogni 26.000 anni circa. Perché si chiama precessione degli equinozi? Perché ogni 2600 anni il punto γ (corrispondente alla costellazione dell’equinozio di primavera), retrocede di “una posizione”, lasciando posto alla costellazione successiva. La precessione degli equinozi determina anche il cambiamento di Stella Polare.

Precessione degli equinozi

Qual era allora il cielo di Mozia?

Il sito è noto per l’importante santuario del kothon dedicato agli dèi fenici Baal, dio supremo della tempesta e delle acque feconde, e Astarte, dea dell’amore e della guerra. Il santuario era composto da un tempio a corte centrale e edifici sacri sussidiari (come il sacello di Astarte). Al centro dell’edificio principale si ergevano un pozzo sacro, un obelisco, una stele e un betilo, oggetti di culto. Il sito presenta anche una vasca rettangolare (da cui impropriamente il termine kothon, che indica un bacino idrico artificiale), riempita da acqua sorgiva. Il tutto era protetto da un temenos (recinto) circolare. Come afferma Lorenzo Nigro, quando nel 2005 la campagna di scavo prosciugò l’area del kothon, gli studiosi si resero conto dell’esistenza di una sorgente d’acqua dolce nascosta dal mare e che ogni giorno riempiva la piscina sacra che sembra rivestire un importante ruolo astronomico, in quanto di notte diventava specchio per milioni di stelle. Stelle che, come hanno dimostrato le ricerche, vennero utilizzate dai Fenici per realizzare l’intera opera architettonica attraverso precisi calcoli e osservazioni astronomiche.

Statua di Baal al centro del kothon

L’edifico sacro, infatti, venne costruito su specifiche coordinate, e non appare allineato perfettamente verso est. Più precisamente esso è orientato a 110°, punto in cui, al solstizio di inverno, compariva la costellazione di Orione, per gli antichi Fenici identificato con il dio supremo Baal, annunciando il ritorno del Sole. Orione compare in tante mitologie di luoghi e tempi lontani tra loro e, quasi sempre, la costellazione è identificata con un personaggio maschile: a volte un guerriero, a volte un uomo che ha commesso un torto agli dèi. Ma più spesso la sua comparsa si associava all’inizio del nuovo ciclo vegetativo e annuo, quando le piante iniziavano a germogliare, come avveniva tra i Maya e tra gli Aztechi del Messico dove Orione era chiamato “Accendifuoco”, alludendo al rinnovarsi dell’anno.

Per risalire alle corrette orientazioni del santuario di Mozia, Nigro ha collaborato con l’Istituto di Astrofisica spaziale e cosmica del Cnr, rivelando che la costellazione di Orione, intorno al 650 a.C., appariva in asse con Saturno, che i Romani identificavano con Baal Hammon e che rappresentava, come Crono, l’inizio dei tempi, il dio dell’eterna primavera. Mentre in occasione dell’equinozio di primavera la costellazione si accompagnava alla comparsa di Venere, astro errante associato ad Astarte.

Sito del santuario del kothon

Il ritrovamento di sfingi alate a decorazione delle strutture potrebbe avvalorare studi sul tema astronomico, interpretabili, secondo alcune linee di pensiero, come immagini solari ed equinoziali, spesso in coppia accanto ad Astarte in trono. Allo stesso modo grifoni che attaccano un equide (raffigurati su un’arula in terracotta dal Sacello di Astarte), evocano ignoti temi orientali che affondano le radici nei primi millenni a.C. e che troviamo ancora in età arcaica, tra i resti dei frontoni templari della Grecia continentale.

La città di Mozia è dunque una perla nascosta per chiunque voglia addentrarsi nel fascino di un luogo frutto di trasformazioni dovute a contatti tra culture diverse e in cui Oriente e Occidente si trovarono a condividere lo stesso suolo per secoli. La città continuò, infatti, ad essere frequentata almeno fino alla conquista romana della Sicilia nel 241 a.C., sopravvivendo come ricettacolo di diversità etniche e culturali. Il tutto sopravvive oggi corroso dal tempo e dalla salsedine, ma conserva ancora la sua bellezza, mentre la piscina sacra non smette di fare da specchio al cielo notturno del Mediterraneo, con le sue costellazioni, le sue storie e i suoi misteri.