L’immagine è tratta dal libro di E. Kandel, l’Età dell’inconscio, 2012

Il 13 settembre del 1848 Phineas Gage (1823-1860), un operaio statunitense addetto alla costruzione di ferrovie, subiva un gravissimo incidente.
Mentre lavorava vicino alla città di Cavendish, nella Contea di Windsor, nel Vermout (USA), durante l’inserimento di una carica esplosiva all’interno di una roccia per farla saltare – in quanto bloccava il passaggio ferroviario – si ritrovò l’asta di ferro di pigiatura conficcata nella parte anteriore del cranio, a causa dell’esplosione della polvere da sparo.
Phineas perse l’occhio, ma non morì. La lesione avvenuta nel suo cervello modificò, invece, il suo carattere. Era conosciuto per essere un caposquadra modello, credente, di Chiesa, di radicati principi morali, un uomo buono e retto. A seguito dell’incidente divenne scorbutico, intrattabile e irascibile. Sembrava non avere più alcun freno inibitorio, tant’è che iniziò pure a bestemmiare.
Il suo cervello divenne un famoso caso di studio da parte di scienziati e ricercatori, che riscontrarono nello stesso una grave lesione dei lobi frontali, deputati anche al pensiero etico e morale.
Ciò induce a riflettere sull’essenza dell’uomo e sulla nostra effettiva capacità di scegliere fra il bene e il male. Il fatto suggerisce che mente e cervello non sono entità distinte, bensì strettamente connesse l’una all’altra. Ripensando al vecchio principio ‘Cogito ergo sum’ di Cartesio, il quale considerava la sussistenza di una netta distinzione fra mente e cervello, si giunge alla conclusione che il filosofo sia caduto in errore. A tal proposito A. Damasio affronta il tema nel suo famoso libro L’errore di Cartesio, 1995.

Nel 2002, a San Francisco, si svolse il Convegno intitolato: Neuroethics: Mapping The Field, in cui più di 150 neuroscienziati, bioeticisti, dottori in psichiatria e psicologia, filosofi e professori di diritto e politiche pubbliche, si sono riuniti con lo scopo di discutere di ‘Neuroetica’.
L’obiettivo era individuare i confini, definire i problemi e sollevare le domande iniziali per un campo che sonda le implicazioni etiche dei progressi nella scienza del cervello.
Ma cos’è la Neuroetica?
Tentare di delimitarne i confini, sarebbe senz’altro smentito in futuro. Si tratta di un recente campo di studi, non ancora definibile come vera e propria ‘disciplina’.
Secondo la filosofa statunitense Adina Roskies sarebbe possibile individuare due campi di studio principali: le neuroscienze dell’etica e l’etica delle neuroscienze, un ‘polisenso’, come direbbe Picozza E., nel libro Neurodiritto. Una introduzione: da un lato, il modo in cui le scienze cognitive si occupano dell’etica, partendo dalle basi biologiche dei ragionamenti e del comportamento morale dell’uomo; dall’altro, l’analisi e lo studio dei problemi etici emergenti dai metodi e dalle nuove scoperte neuroscientifiche. In quest’ultimo senso, basti pensare alla psicofarmacologia, ai problemi sollevati dai progressi del neuroimaging funzionale e alle interfacce cervello-macchina.

L’immagine è tratta dal Sito Ufficiale della Società Italiana di Neuroetica – SINe

La SINe, Società Italiana di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze, nata a Milano il 3 luglio 2013, definisce la Neuroetica come un ‘campo disciplinare giovane e ancora fluido, dai confini elastici, nato dallo straordinario sviluppo delle neuroscienze cognitive e dalle loro potenziali ricadute teoretiche e pratiche, a livello etico, legale, sociale e politico.’
La ricerca sull’essere umano coinvolgendo neuroscienze, filosofia, psicologia, diritto, estetica, medicina, genetica e teoria dell’evoluzione, caratterizza inevitabilmente la Neuroetica di grande trasversalità, in questo senso si interseca con le discipline che si pongono come obiettivo la ricerca della scoperta di chi siamo:’in this view the subject of study of neuroethics is not what we should do, but what we are’.(SINe)

L’uomo è davvero libero di distinguere fra il bene e il male per scegliere di conseguenza?

Platone ne La scuola di Atene di Raffaello Sanzio (dettaglio), Stanza della Segnatura, Palazzi Pontifici, Vaticano.

Il tema del libero arbitrio è antichissimo, risale all’epoca di Platone. Negli anni ’80 il neuroscienziato Benjamin Libet, della California University, a seguito di studi condotti sul cervello, è giunto alla conclusione che tra il compimento di un atto e la consapevolezza di averlo compiuto vi è un piccolo ritardo di 0,5 secondi. L’attivazione della neocorteccia cerebrale che si verifica in occasione di una libera scelta, avverrebbe 800 millisecondi prima dell’azione corrispondente e 350 millisecondi prima che la persona sia consapevole del suo compimento. Sembra dunque che il cervello scelga prima di noi. Coinvolti nelle scelte morali sarebbero la corteccia frontale, temporale e cingolare, ossia una rete di centri interconnessi dal punto di vista sia anatomico che funzionale. La conseguenza di tali scoperte avrebbe ripercussioni non solo sul concetto di libero arbitrio, ma anche su concetti giuridici, come la capacità di intendere e di volere, l’imputabilità, la punibilità, la responsabilità civile, amministrativa e penale.

Il primo caso in Italia in cui gli studi sul cervello hanno avuto un forte impatto nel mondo forense, incidendo sull’analisi dell’imputabilità del reato, riguarda la sentenza n. 5 del 18 settembre 2009 della Corte d’Assise di Trieste.
Il fatto riguardava un episodio avvenuto il 10 marzo 2007 a Udine, nel quale un cittadino algerino, da anni residente in Italia, dopo aver individuato un cittadino colombiano verso le h. 19:05 presso la stazione ferroviaria di Udine e dopo averlo seguito, lo uccideva con un coltello da cucina di 30 cm (la cui lama era lunga 16 cm) impugnato come fosse un pugnale.
Sferrati diversi colpi, prima alla spalla, poi al collo ed infine allo sterno, ha causato quasi immediatamente la morte della vittima.
Nella ricostruzione della vicenda, si è scoperto che un’ora e mezza prima del fatto, l’imputato era stato deriso da alcuni ragazzi sudafricani per essersi truccato con il Kajal – per motivi religiosi. Gli stessi lo avrebbero apostrofato ‘frocio’, scatenando in lui una reazione aggressiva. Deciso a rientrare al proprio domicilio per cambiarsi gli abiti, è poi uscito a comprare un coltello in un negozio della zona e, dopo averlo nascosto in delle siepi prossime al luogo del delitto, individuato un cittadino colombiano, lo ha ucciso.
All’imputato, due anni prima, era stata prescritta una terapia che comportava la somministrazione di farmaci neurolettici, essendo stato ritenuto affetto da vissuti deliranti. Nello stesso periodo lamentava di vivere allucinazioni uditive.
Diagnosticatogli un’importante patologia psichiatrica di stampo psicotico, in particolare un disturbo psicotico di tipo delirante in soggetto con disturbo della personalità con tratti impulsivi-asociali e con capacità cognitive-intellettive ai limiti inferiori della norma, al momento del fatto sarebbe stato non pienamente capace d’intendere e di volere.
La Corte d’Assise d’Appello di Trieste così si è espressa:

‘[…] la patologia psichiatrica dalla quale il Bayout era affetto, implementata dallo straniamento dovuto all’essersi trovato alla necessità di coniugare il rispetto della propria fede islamica integralista con il modello comportamentale occidentale abbia determinato un importante deficit nella sua capacità di intendere e di volere ancorchè non tale da obnubilare del tutto la sua capacità di comprendere il disvalore della propria azione né di esercitare sotto il profilo volitivo, un controllo sui propri impulsi anche tenuto conto dei tempi intercorsi con quella che era ritenuta la causa scatenante. Si tratta di tempi che avrebbero anche in persona di ridotta capacità intellettiva consentito di rimediarne il significato. […]’

Corte d’Appello di Trieste, particolare del seoncdo piano – immagine tratta dal sito ufficiale del Ministero della Giustizia – Corte d’Appello di Trieste.

A seguito della sottoposizione dell’imputato a numerosi e raffinati test, è stato riscontrato che lo stesso risulta essere portatore di allele a bassa attività per il gene MAOA (MAOA-L) e ciò potrebbe rendere il soggetto maggiormente incline a manifestare aggressività, se provocato o escluso socialmente. La vulnerabilità genetica riscontrata può accentuarsi a seconda del contesto familiare e sociale non positivo del proprio vissuto e dell’esposizione soprattutto nelle prime decadi della vita a fattori ambientali sfavorevoli, psicologicamente traumatici o negativi.
La causa del fatto è dunque spiegabile scientificamente e la Corte ha concesso attenuanti generiche e ulteriori riduzioni della pena per diminuita imputabilità, condannando infine a 8 anni e 2 mesi di reclusione il colpevole.
Tale decisione costituisce un importante precedente nel mondo del diritto, nel quale le neuroscienze hanno avuto un impatto significativo, illustrando una nuova chiave di lettura delle categorie giuridiche e dell’uomo. Tornando alla domanda se l’uomo sia o meno libero di scegliere fra il bene e il male, sarà necessario continuare ad indagare al fine di rispondere ai sempre maggiori interrogativi a cui le nuove scoperte scientifiche ci espongono.

Bibliografia:

Kandel E. R., L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai giorni nostri, Raffaello Cortina Editore, 2012.

Damasio A., L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi Edizioni, 1995.

Demetrio M., Emozioni e Decison Making, Neuromarketing Master, 2020.

Picozza E., Capraro L., Cuzzocrea V., Terracina D., Neurodiritto. Una introduzione, G. Giappichelli Torino, 2010.

Pirotta L., Strategie e tattiche di Neuromarketing, Dario Flaccovio Editore, 2019.

SOCIETADINEUROETICA, Sito Ufficiale della Società Italiana di Neuroetica (SINe), https://societadineuroetica.wordpress.com/neuroscienze-filosofia/

Corte d’Assise d’Appello, Sentenza n. 5 del 18 settembre 2009.