Per l’anniversario della caduta del muro di Berlino, Vinland partecipa allo Speciale Muro ripercorrendo tre spedizioni che hanno fatto storia. Qui il muro non è materiale, non si vede finchè non cade. Si scopre cosa c’è al di là della realtà solo quando corpo e mente vengono portati oltre le loro capacità. La barriera tra realtà e allucinazioni vacilla e cade senza preavviso.

Perchè? Perché si decide di partire verso il Polo Sud con i cani da slitta? Perché si affronta la scalata di un 8000 in invernale?

La risposta a questo tipo di domande è dibattuta da secoli, sembra che ancora nessuno abbia trovato le parole giuste per descrivere le emozioni provate in quei luoghi inaccessibili. Si può però capire qualcosa dalle espressioni, dalla gioia stampata sul volto di Tomek Mackiewicz uno dei pochi scalatori, assieme all’alpinista francese Élisabeth Revol, a completare la “Montagna Assassina” del Nanga Parbat in Pakistan.

I rischi ci sono, certo, come in ogni cosa. In queste spedizioni sono portati all’estremo, ma vengono messi in conto, calcolati a tavolino prima di partire, e valutati giorno per giorno, ora per ora. Quello che spesso non viene calcolato, è il comportamento del nostro corpo portato oltre i suoi limiti: le allucinazioni.

Meno rare di quanto si possa pensare, le allucinazioni compaiono in varie forme in molte spedizioni estreme, a volte salvano la vita, altre portano alla pazzia. Tre sono gli episodi che ripercorriamo per scoprire le reazioni della mente umana se portata oltre ai propri limiti, in condizioni ambientali difficili anche solo da immaginare. 

Amundsen e Scott: la corsa al Polo

Nel 1911 il norvegese Amundsen dirotta la sua spedizione, la meta non è più il Polo Nord, ma il Polo Sud, ancora inesplorato ma su cui ha messo gli occhi anche l’inglese Scott. La conquista del punto dove la bussola segna “Nord” ovunque ti giri, diventa una vera e propria gara, sia sportiva che politica.

La competizione si fa serrata ma corretta. I due hanno preparato la spedizione con due stili molto diversi. Amundsen è leggero, con sci e cani da slitta. Scott è più articolato, ha diverse squadre di supporto, motoslitte e pony della mongolia (non i migliori, per sua sfortuna).

A sx l’inglese Scott con i pony [©The Guardian]
A dx il norvegese Amundsen con i cani da slitta [©The Independent]

Mentre Amundsen torna vittorioso dal Polo dopo 3000 km e 99 giorni di viaggio, Scott raggiunge l’estremità inferiore del globo con un mese di ritardo. Ma non tornerà mai alla base. Durante il ritorno perde uomini, finisce il cibo e il buio avanza troppo velocemente. In quegli ultimi giorni immersi nel bianco, gli uomini iniziano a vedere un uomo di fianco a loro. Forse il subconscio cerca di alleviare quel senso di infinita solitudine, forse è il senso di colpa per i compagni di spedizione lasciati lungo il percorso. Nessuno lo sa. Questo fantasma esiste solo di fianco, se si prova a guardarlo meglio, scompare. La sanità mentale della spedizione cala drasticamente.
Solo nel 1912 verranno trovati i corpi all’interno dell’ultima tenda, insieme al diario di Scott, preciso fino all’ultimo.

Diamir: il re delle montagne

È nel 1970 che Reinhold Messner ha la sua prima possibilità di salire un 8000. Il Nanga Parbat per la precisione.

L’attacco alla vetta spetta a lui, senza corda per essere più veloce. Seguiranno poi gli altri membri della spedizione. Senza che se ne conosca il motivo, poco dopo lo segue il fratello minore, Gunter, meno noto di Reinhold, anche se la sua morte sul Nanga ha lasciato circa 30 anni di polemiche sui giornali.
Lo aspetta, arrivano entrambi in vetta, ma Gunter ha problemi per la scarsità di ossigeno. Il Rupal, il versante di salita, risulta troppo complesso da scendere in quelle condizioni. I due fratelli si dirigono verso l’altro versante, il Diamir, più semplice ma ignoto ai due. Diamir è anche il nome originale del Nanga, significa “Re delle Montagne”, e rende bene l’idea di quanto possa essere lungo e insidioso scendere dalla cima senza corde e lungo un versante che non si conosce. 

L’ultima volta che Reinhold vedrà il fratello, era a circa 150 m da lui. Poi più nulla.

A questo punto Reinhold è solo, con l’equipaggiamento previsto per una sola giornata lontano dall’ultimo campo, su un versante che non conosce e con la disperazione per la perdita del fratello. Il corpo è al limite, lo spirito di sopravvivenza prende il posto di comando e nulla più è razionale. Reinhold intravede un uomo col mantello, una speranza. Lo segue, si fida e continua a camminare in mezzo ai crepacci.

Lo troveranno dei pastori locali: questa volta è lui il fantasma. È talmente in gravi condizioni che i pastori stentano a credere alla sua storia.

Il corpo di Gunther viene ritrovato circa 30 anni dopo, ponendo fine alle polemiche – © nimmesgern.de

Tomek, Elisabeth e l’uomo del tè

Siamo ancora sul Nanga, ma è gennaio 2018: Tomek Mackiewicz ed Elisabeth Revol stanno per tentare la salita invernale senza bombole. Per lui è il settimo tentativo, conosce la montagna meglio di casa sua. E infatti il settimo tentativo è quello buono!
In cima Tomek è praticamente cieco. Negli ultimi metri ha tolto la maschera perché continuava ad appannarsi, ma non si è accorto che invece di 5 minuti, sono passate ore. Il bianco della neve lo ha accecato, ed Elisabeth è costretta a stargli vicino per la discesa. 

Bivaccano a 7280 metri ma la mattina successiva Tomek non è in grado di continuare. Parte la prima richiesta di soccorso, e il team comunica a Elisabeth di lasciare Tomek ben protetto in un crepaccio, e di scendere in modo che l’elicottero riesca a recuperarla. A Tomek viene lasciata la tenda, il fornello e del cibo. È lui che dovrà aspettare di più. 

Elisabeth scende fiduciosa, ma l’elicottero non c’è. Passa una notte, niente. Continua a scendere per non morire congelata. Durante una delle notti da sola, vede un uomo che le offre del tè caldo. C’è un prezzo peró: uno scarpone. Lei se lo sfila senza pensarci due volte. Passano minuti e forse ore prima che si accorga che quella era solo un’allucinazione, e questo le costerà qualche dita dei piedi congelata. 

Più veloci dell’elicottero bloccato per la burocrazia civile e militare, Denis Urubko e Adam Bielecki vengono scaricati alla base in piena notte. In inverno, in notturna, con il materiale da soccorso, salgono per 1200 m di quota a una velocità mai vista a quelle quote e incontrano Elisabeth! Per Tomek è troppo tardi.. 

Elisabeth e Tomek, sul Nanga Parbat in invernale [©montagna.tv]

In spedizioni come queste, si conoscono meglio i compagni di squadra e sé stessi, ed emergono gli aspetti più profondi. Nel team si creano legami molto forti, grazie ai mesi passati in condizioni al limite della sopravvivenza, in cui si persegue lo stesso obiettivo.
D’altra parte, si è così al limite che molte volte il team risulta inutile in caso di necessità, dato che a malapena si riesce a trovare la forza per portare a casa la propria pelle. Mantenere la mente lucida è indispensabile per la sopravvivenza personale e del team: decidere di tornare indietro al momento giusto è una delle scelte più difficili da compiere, ma può cambiare le carte in tavola tra il successo e la tragedia.

Bibliografia

Scott, Robert F., Ernest Shackleton, and Edward A. Wilson. “Diari antartici.” Nutrimenti, Roma (2010).
Messner, Reinhold. Everest: Expedition to the ultimate. Vertebrate Publishing, 2014.