https://www.ukcbc.ac.uk/intergenerational-divide/

Come noto, il cambiamento climatico è una delle maggiori crisi che la Terra e i suoi abitanti si troveranno a dover affrontare nel prossimo futuro. Le maggiori cause che hanno portato al costante aumento delle temperature sono di origine umana: infatti, la civilizzazione è andata di pari passo con un maggiore sfruttamento della natura. Il progresso della tecnologia moderna ha aperto nuove frontiere alle possibilità umane, ma ne ha anche mostrato le sue capacità distruttive. Queste circostanze richiedono una nuova attitudine dell’uomo verso la natura: come affermato da Hans Jonas, la tradizionale cornice etica che guidava le attività umane non è più adeguata alle circostanze attuali. In passato ogni riflessione morale avveniva in un contesto di vicinanza e immediatezza, in cui gli effetti dei propri atti ricadevano in una sfera di prossimità tanto spaziale quanto temporale. Adesso invece, grazie alle sue nuove capacità tecniche, l’uomo ha superato tali barriere. Le conseguenze dei comportamenti umani possono ora ricadere, e quindi danneggiare, tanto individui dall’altra parte del globo quanto individui di generazioni future. Questa nuova consapevolezza rende necessaria una nuova cornice morale, che si distacchi da uno sguardo volto al presente per proiettarsi verso il futuro.

Sinora il progresso tecnologico e umano è avanzato incurante degli effetti sull’ambiente circostante; effetti che si sono accumulati nel corso del tempo fino a mostrarsi ora nelle loro conseguenze più degradanti. Diventa quindi impellente un atteggiamento più cauto. Questa accortezza è vitale soprattutto considerando il lungo arco temporale interessato da tali fenomeni. Una delle questioni che si possono considerare è l’emissione di gas serra, come l’anidride carbonica: essa rimane per estesi periodi nell’atmosfera, e la continua produzione della stessa si somma alle concentrazioni già presenti nell’aria. Gli effetti di ciò si palesano man mano nel lungo termine.




https://www.climate.gov/news-features/understanding-climate/climate-change-atmospheric-carbon-dioxide

Così come per l’anidride carbonica, le stesse dinamiche si applicano agli altri gas serra. Ovviamente il fatto stesso che questi effetti si mostrino solamente sulla lunga distanza rende la gestione di queste problematiche estremamente difficile. La bassa conoscenza delle risultanti future non permette un’adeguata ridefinizione delle politiche pubbliche volte a contrastare il cambiamento climatico. Questa ignoranza sembra suggerire la possibilità di non affrontare nel momento attuale la situazione, rimandando al futuro una risposta adeguata. Un esempio lampante riguarda l’utilizzo delle energie non rinnovabili e altamente inquinanti: l’abbandono di queste fonti energetiche in favore del rinnovabile, con tutti i costi di transizione a esso connessi, è un sacrificio rinnegato in nome degli immediati benefici economici. Non vi sono adeguati incentivi a rinunciare a questi per sopperire ai non ancora quantificati danni futuri.

Tale atteggiamento negligente è supportato anche dalle caratteristiche stesse di alcuni sistemi politici. Un sistema politico come quello democratico, per natura orientato maggiormente verso il presente, vede l’azione politica delimitata ad una prospettiva a breve termine. Questo è dato dai brevi periodi di mandato delle figure votate alla ridefinizione di norme e politiche pubbliche. Ne consegue che i continui aggiustamenti e ricambi costringono ad implementazioni che mancano di inserirsi in un percorso stabile e unitario che si mantenga nel tempo secondo obiettivi ben delineati. La procrastinazione continua nell’attuare una risposta efficiente al cambiamento climatico rischia di peggiorare ancora di più la situazione. Come mostra il grafico sottostante, il temporeggiamento ha come conseguenza un aumento nel tempo dei costi e delle difficoltà relative a creare strategie di adattamento e mitigazione al cambiamento climatico.





https://www.nature.com/articles/s41598-020-66275-4

Perché dovremmo però sacrificarci per le generazioni future? Secondo i principi etici tradizionali, vi è responsabilità di una propria azione se quest’ultima è stata intrapresa in maniera volontaria e consapevole delle conseguenze che può apportare. Nella situazione sopra descritta questo non sembra essere il caso, data l’entità incerta delle conseguenze future. L’IPCC stesso riconosce che vi sono ancora forme di incertezza da dover affrontare e spinge per l’utilizzo di nuovi approcci, attraverso l’interazione di forme di conoscenza tanto tecnico-scientifiche quanto locali. Il solo fatto di sapere che vi saranno danni e problematiche, anche senza sapere in quale magnitudine, sembra già sottolineare l’inutilità di ogni temporeggiamento.

Alcuni si appellano al principio di reciprocità di obblighi e diritti tra le persone per affermare che non vi è alcun obbligo verso chi non ha obblighi verso di noi. La frammentarietà temporale degli agenti sembra quindi essere il cardine stesso per giustificare tale negligenza. Eppure, quello che si pone come impellente qui non è solo il rischio di creare danni per l’ambiente e le generazioni future, ma la possibilità di mettere a rischio l’esistenza dell’umanità postera di per sé. Vi è una responsabilità presente che impone di mantenere le condizioni ambientali adatte affinchè la specie umana continui il suo percorso sulla Terra. Un principio di precauzione nei confronti delle nostre azioni deve quindi andare a ridefinire comportamenti e condotte. Questa capacità umana di accettarsi responsabile delle proprie azioni, e l’obbligo morale di non nuocere gli altri, comportano un nuovo impegno etico. La determinazione interna delle proprie azioni ci richiede di prendere in considerazione il futuro dell’umanità in quanto collettività di esseri morali.

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