«Non so cosa accadrà nei prossimi anni. Nel mondo si susseguono cambiamenti mostruosi, forze che modellano un futuro di cui non conosciamo il volto […] il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?»

Con questi quesiti fondamentali, posti dall’alter ego di John Steinbeck ne La valle dell’Eden, desidero aprire la recensione di un libro che ritengo essere una delle migliori uscite dell’anno appena trascorso: Nomadland, un racconto d’inchiesta scritto da Jessica Bruder, giornalista americana che dal 2013 ha deciso di seguire, per diversi anni, alcuni dei protagonisti di una sottocultura sempre più diffusa, quella dei nuovi nomadi americani.

La copertina della versione italiana del romanzo di Jessica Bruder, edito Edizioni Clichy

Dal 2008, anno del disastroso crollo finanziario statunitense cui sono seguite contrazioni economiche mondiali, il numero delle persone che si sono trovate a dover decidere tra continuare a pagare un affitto o mettere del cibo in tavola è salito vertiginosamente, soprattutto tra pensionati, coloro che percepiscono assegni di previdenza sociale e chi, dopo aver perso il lavoro, non è più riuscito a trovarlo a causa dell’età anagrafica. In queste condizioni molti si sono posti la stessa domanda: Come posso permettermi di invecchiare?

Una storia, tra le altre, ci accompagna durante tutta la narrazione, quella di Linda May. Linda è una delle migliaia di persone che, dopo una serie di eventi più o meno sfortunati, si sono trovate a dover affrontare il paradosso economico di un affitto in continuo aumento e salari stagnanti, senza alcuna possibilità di migliorare le proprie condizioni nel prossimo futuro, ma addirittura vedendole peggiorare al momento della pensione. Persone costrette a chiedere ospitalità ad amici e parenti (i più fortunati) e a perdere quel senso di libertà e indipendenza fondamentale per la dignità di ogni individuo. Dopo essersi trasferita in una roulotte vicino a casa della figlia, facendo lavori temporanei, sfiancanti e tutt’altro che remunerativi o percependo un assegno mensile dalla previdenza sociale di 524 dollari, Linda, che si sentiva un peso per la famiglia e non riusciva più a vedere alternative, è arrivata a pensare di togliersi la vita. Nonostante questo senso di impotenza, però, Linda non si è arresa e ha iniziato a fare ricerche in rete, imbattendosi in Cheap RV Living, un sito creato da Bob Wells ex magazziniere dell’Alaska.

Da questo punto in poi, iniziamo a scoprire insieme a Linda il mondo del Vandwelling. Sul blog, sin dal 2005, Bob Wells esorta i suoi lettori a considerare un nuovo stile di vita, basandosi sulla sua personale esperienza, e rinunciare a case tradizionali in favore di furgoni, camper, automobili, che lui definisce immobili su ruote: «la chiave è eliminare quella che per la maggior parte di noi è la voce di spesa più alta, l’alloggio». Dal 2008 in poi il traffico di utenti che passano per il suo dominio in rete è esploso.

I cosiddetti vandweller si sono centuplicati nel corso degli anni, ma chi sono? Vagabondi? Pionieri? Disperati? In effetti è una categoria che racchiude un grande numero di individui diversi: alcuni vivono stabilmente nei loro mezzi di trasporto, altri solo per alcuni periodi; alcuni sono nomadi per scelta, in cerca di libertà, indipendenza dai vincoli economici della società tradizionale; altri sono stati costretti a prendere questo tipo di decisione per l’impossibilità di mantenere una casa, o di trovare un lavoro; alcuni viaggiano con la famiglia, altri soli, altri in compagnia dei loro animali. Uno dei loro tratti distintivi è che non si definiscono homeless, ossia dei senza-tetto, ma “houseless”, senza-casa. Quel che è certo è che la storia di una larga parte di questi nomadi è analoga a quella di Linda, ultrasessantenni o pensionati, che non hanno altra scelta se non racimolare gli ultimi risparmi, prendere in mano quel che rimane della propria vita e partire.

Una fotografia della roulotte di Linda May, lo Squeeze Inn, letteralmente “Locanda spremuta”, un nome divertente e ironico se si considera che misura 3 metri da un’estremità all’altra e contiene tutta la vita della sua proprietaria

Inizialmente, quasi tutti si trovano in grande difficoltà ad adeguarsi a questo nuovo stile di vita. In molti decidono di affidarsi a comunità virtuali, piattaforme come quella di Bob Wells, che nel suo sito affronta una quantità di temi di ordine pratico, ad esempio: come scegliere le attrezzature più funzionali per il proprio veicolo o come installare pannelli solari per procurarsi energia sufficiente in modo autonomo o ancora consigli su come mangiare in modo sano viaggiando e dove trovare lavori stagionali.

Quello del lavoro è effettivamente uno dei temi più approfonditi e, a mio parere, controversi, del libro. Molti dei nomadi sono persone non più giovani che faticano a sopravvivere con le loro pensioni o sussidi statali e si vedono costretti alla continua ricerca di un impiego che nella maggior parte dei casi è temporaneo e oltremodo gravoso. Un esempio sono le grandi raccolte annuali, come quella della barbabietola da zucchero, dove si svolgono turni da dodici ore raccogliendo e impilando pesanti sacchi di ortaggi, sia all’aperto esposti a pioggia e neve, sia all’interno dei magazzini tra i vapori e il rumore delle macchine da macero. Un altro esempio significativo è senza dubbio il reclutamento Camper Force di Amazon, che mi ha ricordato in maniera lampante i fantomatici volantini del romanzo di Steinbeck, Furore, che illudevano i contadini sfollati dell’Oklahoma con grandi promesse di terra e di ricchezza nelle calde valli californiane. Ogni anno infatti, in vista dell’enorme mole di lavoro derivante dalle feste natalizie, Amazon tramite il programma Camper Force assume per 4 mesi migliaia di dipendenti temporanei, ricercando manovalanza dalle bassissime pretese proprio nelle figure dei vandweller.

Qui bisognerebbe aprire un capitolo specifico, che indaga a fondo quello che rappresenta la macchina Amazon, lo sfavillante mondo di oggetti il più delle volte tutt’altro che necessari, che magicamente giungono a casa nostra con l’unico sforzo di un click su un tasto giallo, ma che racchiude un universo di gravi contraddizioni più o meno legalizzate. Ai fini del nostro discorso basti sapere che i dipendenti dei magazzini sono sottoposti a sforzi fisici notevoli, durante un turno di lavoro percorrono in media dai 20 ai 30 km, compiono movimenti faticosi e ripetitivi che portano in pochissimo tempo a sviluppare dolori cronici. Un lavoro dichiaratamente estenuante, al punto che gli edifici sono disseminati di macchinette automatiche che distribuiscono antidolorifici gratuitamente, come fossero pop-corn. Molti dei dipendenti più anziani non reggono il ritmo e sono costretti a rinunciare molto prima della scadenza del contratto, altri concludono il periodo riportando danni da cui non è semplice riprendersi.

Il video diretto da Brett Story, adattato dal libro Nomadland, che approfondisce la realtà del progetto Camper Force con interviste e immagini riprese dalla giornalista Jessica Bruder che per un periodo ha lavorato nei magazzini Amazon, attraverso una telecamera nascosta.

Quello della gestione della salute è un altro tasto incredibilmente dolente per le persone che affrontano questo stile di vita. Ci sono veri e propri esodi su ruote al confine con il Messico dove intere cittadine sono adibite a piazza per il commercio di medicinali e visite mediche a basso costo. Jessica Bruder, l’autrice, scrive che molti nomadi provavano vergogna a farsi fotografare da lei. Il motivo non era una ritrosia a comparire nei suoi articoli, ma qualcosa di più delicato: sorridendo per le fotografie, tutti avrebbero notato la mancanza di denti, che molti di loro sono costretti a farsi togliere per evitare di dover pagare cure al di fuori delle proprie possibilità. Un immediato e visibile emblema di povertà questo, che per la maggior parte dei nomadi è fonte di grande imbarazzo.

Alcuni fanno progetti per il futuro, per quando si presenterà la vera vecchiaia. Ipotesi su come potranno affrontare un’eventuale malattia che impedisca loro di guidare in modo permanente, alcuni programmano gli ultimi anni, fino addirittura a decidere in che modo e dove morire. Questa cosa mi ha lasciata senza parole, non tanto per la tristezza che provo pensando a persone costrette a ragionare in questi termini, quanto per l’incredibile forza e coraggio che occorrono a sopravvivere così, faccia a faccia con la vera solitudine.

Eppure, nonostante tutto questo, intuiamo come i nuovi nomadi non aspirino a tornare allo status quo, non sognano di ripristinare quella stabilità che può derivare dalle abitazioni e dalla vita della società tradizionale. Assistiamo invece alla nascita di una nuova cultura, e soprattutto alla creazione di una “famiglia logica” di persone che condividono la stessa condizione esistenziale divisa tra solitudine e comunità. Una dimostrazione concreta di ciò sono i Rubber Tramp Randezvous (RTR). Nel 2011 Bob Wells ha inaugurato il primo RTR un incontro annuale gratuito nei pressi di Quartzsite, in un’area demaniale nel deserto dell’Arizona. Ogni gennaio, quando molti si mettono in viaggio da tutti gli stati del paese alla ricerca di temperature più miti, per due settimane l’RTR offre ai nomadi l’occasione di socializzare, condividere abilità e beni di prima necessità e introdurre “i nuovi” a questo stile di vita. Si organizzano cene sociali, bancarelle dove scambiare oggetti e utensili, c’è chi mette a disposizione la propria capacità come barbiere, o come sarto o meccanico, o anche, perché no, cartomante.

Programma degli incontri e dei seminari dell’RTR 2020

Ogni giornata è inoltre scandita da un gran numero di seminari a ingresso libero, tenuti dagli stessi nomadi che condividono le proprie conoscenze: strategie per combattere la solitudine e la depressione, tecniche di primo soccorso, organizzazione della vita nomade con i bambini, applicazioni che segnalano i luoghi dove è sicuro sostare o come evitare di essere segnalati alle forze dell’ordine o ancora come poter usufruire di abbonamenti in palestra per assicurarsi una doccia calda.

Un insieme di persone quindi, in equilibrio tra solitudine e comunità, che affrontano a viso aperto un nuovo e complicato stile di vita, cercando di renderlo sempre più sopportabile, facilitarlo, fino a raggiungere quasi una serenità, fatta di tante piccole cose scontate o dimenticate.

Sono rari, oggi, questi uomini…uomini in movimento, uomini soli che volevano vivere così. Alcuni fuggivano dalle responsabilità, altri si sentivano esclusi dalla società per un’ingiustizia. Lavoravano per un po’, ma mai a lungo… Erano uomini di tutti i tipi – colti e ignoranti, puliti e sporchi – ma tutti avevano in comune un’inquietudine. Inseguivano il caldo ed evitavano i climi estremi. Si spostavano verso est insieme alla primavera e con le prime gelate scappavano a ovest e a sud… stavano vicino alle città ma non dentro. Si associavano ad altri per una settimana o per un giorno e poi le loro strade divergevano. Intorno ai piccoli fuochi dove ribolliva il pentolone comune si parlava di tutto purché non fosse personale… ognuno contribuiva con brani di riflessione intorno al fuoco così come ognuno portava qualche carota o cipolla o un po’ di carne per lo stufato. Imparò a radersi con la tecnica del vetro rotto, a valutare una casa prima di bussare a chiedere aiuto. Imparò a evitare o a convivere con la polizia ostile e a giudicare una donna dalla bontà del suo cuore.

John Steinbeck, La valle dell’Eden

Questo racconto d’inchiesta è diventato anche un film, diretto da Chloé Zhao e interpretato dal premio Oscar Frances McDormand, che dalla sua uscita nel settembre 2020 ha già ottenuto importanti riconoscimenti, come il Leone d’Oro di Venezia e quatto candidature ai Golden Globes 2021.

Una regia che coglie a pieno il senso del racconto e che rispetta le storie di questo nuovo popolo nella sua quotidianità, che a volte ai nostri occhi risulta aliena, mostrandoci come protagonisti al fianco del personaggio di Fern (interpretata da Frances McDormand), nientemeno che gli stessi Linda May, Bob Wells e altri nomadi vandweller che si trovano in questo modo a dare voce alla propria vita.


Un particolare delle scena del film Nomadland, in cui Bob Wells parla di uno dei principi che lo spingono a organizzare e motivare tutte le persone che obbligate o meno, decidono di iniziare una vita nomade.