All models are wrong, but some are useful
George Box

Continua il nostro percorso nella storia del pensiero economico legato al commercio internazionale, cercando di capire cosa succede quando si firmano trattati di libero scambio e cosa succede quando ci sono i dazi.

Nella prima puntata siamo arrivati ai primi del ‘900 e il pensiero economico ha accettato l’idea dei vantaggi comparati, e quindi della bontà ed efficacia delle specializzazioni nei settori in cui si è più produttivi. Corollario importante della teoria è la bontà del libero mercato, capace di far star meglio tutti.

Nel 1933, Eli Heckscher e Bertil Ohlin ampliano il ragionamento, inserendo un nuovo, importante aspetto: le dotazioni.

Heckscher e Ohlin sono stati due economisti svedesi, professori alla Scuola di Economia di Stoccolma. Nel 1933 Ohlin pubblicò Interregional and International Trade, un trattato di economia internazionale all’interno del quale veniva enunciato il modello di Heckscher-Ohlin.

Bertil Ohlin (1899-1979), premio Nobel per l’economia nel 1977 – Wikipedia

In sintesi, il modello di Heckscher-Ohlin dice che un Paese relativamente abbondante di un fattore di produzione esporterà beni la cui produzione è intensiva in quel fattore.

Tiriamo il fiato e analizziamolo pezzo per pezzo.

Il primo pezzo è rappresentato dal relativamente abbondante di un fattore di produzione. I fattori di produzione sono gli elementi alla base di un processo di produzione, cioè tipicamente lavoro e capitale. Relativamente abbondante significa che il fattore non è più presente in un paese che in un altro in senso assoluto, ma in proporzione all’altro fattore di produzione.

Supponiamo che negli Stati Uniti ci siano cinque milioni di lavoratori e dieci milioni di unità di capitale, e che in Messico ci siano tre milioni di lavoratori e due milioni di unità di capitale. A livello assoluto il Messico non è abbondante in nulla: ha meno lavoratori (tre milioni contro cinque) e meno capitale (due milioni contro dieci). Tuttavia, a livello relativo, il Messico è relativamente abbondante di lavoro: il rapporto lavoro/unità di capitale in Messico è 5/3, negli Stati Uniti 5/10.

Il secondo pezzo è produzione intensiva in quel fattore. Una produzione è intensiva in un fattore quando impiega un fattore più dell’altro, ovvero una produzione per cui il rapporto uso di un bene/uso dell’altro è maggiore. Nuovamente, non è importante il valore assoluto, ma il rapporto.

Considerate due beni: computer e vino. Per produrre un computer serve un’unità di lavoro (che potrebbe essere un’ora di lavoro) e dieci di capitale (diciamo un investimento di diecimila dollari). Per produrre un litro di vino servono cinque unità di lavoro e due di capitale. Un sistema economico deve scegliere come impiegare le sue risorse. Ad esempio, gli Stati Uniti nel nostro esempio possono produrre solo vino (producendo un milione di litri, utilizzando tutti i cinque milioni di lavoratori e due milioni di capitale), solo computer (producendo un milione di computer, utilizzando tutti i dieci milioni di capitale e un milione di lavoratori) o una qualsiasi combinazione intermedia.[1]

Una ipotesi, piuttosto forte, riguarda la perfetta sostituibilità: un lavoratore può essere indistintamente impiegato nel produrre computer o vino, così come il capitale può essere spostato dalla produzione di un bene all’altro.

Nel nostro esempio la produzione di vino è relativamente più intensa nel fattore lavoro rispetto ai computer, che sono a loro volta relativamente più intensi nel fattore capitale. La produzione di vino, infatti, richiede un rapporto lavoro-capitale (5/2) maggiore di quello richiesto per la produzione di capitale (1/10).

Mettendo assieme i pezzi, dalla teoria dei vantaggi comparati consegue che gli Stati Uniti avranno un vantaggio a specializzarsi nella produzione del bene relativamente più intenso nel fattore in cui sono relativamente più abbondanti. I computer sono relativamente più intensi di capitale e gli Stati Uniti sono relativamente più abbondanti di capitale: gli Stati Uniti avranno un vantaggio specializzandosi nella loro produzione, esportando le eccedenze ed importando vino.

Fin qui, a parte l’abuso dell’avverbio “relativamente”, il modello di Heckscher-Ohlin non si contrappone con il pensiero economico dell’epoca, ma si limita ad estendere la teoria dei vantaggi comparati inserendo un discorso sulle dotazioni.

Eli Heckscher (1879-1952) – Wikimedia Commons

Il modello, però, porta a un importante corollario: i proprietari dei fattori abbondanti traggono beneficio dall’apertura al commercio internazionale, mentre i proprietari dei fattori scarsi vengono danneggiati.

Come si arriva a questo risultato? Bisogna aprire un’altra premessa (purtroppo) e introdurre nel discorso i prezzi e le remunerazioni dei fattori, che sono rendimento del capitale e salari.

In ogni Paese il modello assume che ci sia una relazione fra prezzi relativi (nel nostro caso, quanto vino compro al prezzo di un computer) e il rapporto salari/remunerazione del capitale. Al crescere dell’uno, cresce anche l’altro. Il ragionamento alla base è tutto sommato semplice: se un giorno, a parità di salari, crescesse il costo del capitale, diventerebbero più costosi i beni che sfruttano più capitale – e quindi i computer.

Vale anche la relazione opposta: se il prezzo del vino sale, il guadagno aggiuntivo viene spartito fra (relativamente) tanti lavoratori e (relativamente) poco capitale, portando ad un aumento del rapporto salari/rendimento del capitale.

Cosa succede quando un Paese si apre al commercio? Si osserva una convergenza dei prezzi relativi (il che non implica una convergenza dei prezzi assoluti: magari un computer negli Stati Uniti costa il doppio rispetto al Messico, ma anche il vino costa il doppio: il rapporto fra i prezzi è lo stesso). I livelli di partenza, però, sono diversi: il rapporto prezzo del vino/prezzo dei computer negli Stati Uniti è più alto che in Messico (perché gli Stati Uniti hanno relativamente meno lavoro, e quindi lo devono pagare relativamente di più). Ma se i prezzi convergono, negli Stati Uniti il rapporto prezzo del vino/prezzo dei computer scende, e quindi scende anche il rapporto salari/capitale.

Il modello introduce un tema di riflessione particolarmente vicino ai nostri tempi. I Paesi relativamente dotati di capitale siamo noi: Europa occidentale, Stati Uniti, Giappone. Il commercio internazionale ci ha resi esportatori di beni relativamente intensi di capitale – beni high-tech, manifattura specializzata, eccetera. Ma questa apertura è avvenuta ad un costo: i proprietari del fattore lavoro hanno visto ridursi il rapporto salari/capitale, a loro svantaggio.

Delle conseguenze di ciò parliamo nel prossimo articolo, in cui – spoiler – c’è anche Trump.


[1] Nella versione semplificata del modello stiamo assumendo che Messico e Stati Uniti abbiano la stessa tecnologia, e che quindi le risorse necessarie per produrre computer e vino siano le stesse. L’ipotesi semplifica molto il modello e non è strettamente indispensabile. Comunque, in un mondo in cui è piuttosto facile trasferire le conoscenze, non mi sembra un’ipotesi terribilmente lontana dal mondo.