Il 17 ottobre 2019 è il giorno che ha segnato l’inizio delle proteste nel paese dei Cedri.

Il movimento, nato spontaneamente come reazione ad una tassa, poi revocata, sulle chiamate di Whatsapp, nel giro di meno di due settimane ha portato in piazza più di un milione di persone e ha portato alle dimissioni del premier Saad Hariri.

Fin dai primi giorni, è emerso con chiarezza lo scopo e il senso del movimento: rimettere totalmente in discussione il sistema politico libanese, basato sul confessionalismo, cioè sull’equa rappresentanza delle principali componenti religiose. Un sistema che, oltre a non rispecchiare più la realtà della società libanese, non fa altro che favorire corruzione e clientelismo e permette alle stesse famiglie di mantenere posizioni di potere da varie generazioni.

Una composizione grafica tra il numero “2019” e la parola “ثورة – thawra – rivoluzione” in arabo – Art of Boo (Bernard Hage)

Il movimento, la thawra, ha assunto quindi fin da subito i contorni di una vera e propria rivoluzione. Certamente, i motivi che hanno spinto un numero così grande di persone a scendere in piazza non possono che essere ricondotti anche ad una condizione di oggettiva debolezza e povertà, e quindi alla richiesta di un riscontro immediato e di assistenza economica, oltre alla fine delle misure di austerità adottate dal governo. Ma tra i promotori e le élite culturali che si sono poste alla guida del movimento emergevano con forza le richieste legate alla riappropriazione degli spazi sociali, la stipula di un nuovo patto sociale e la fine del settarismo. I modelli a cui i manifestanti libanesi si ispirano sono quelli delle rivolte scoppiate a Hong Kong nella scorsa primavera e delle rivoluzioni colorate dell’est Europa. La protesta si è svolta, principalmente, attraverso il ricorso costante a blocchi del traffico in varie aree del paese, l’istituzione di presidi permanenti in Piazza dei Martiri a Beirut e nelle altre principali città, e a cortei spontanei soprattutto nelle ore serali.

A distanza di poco più di 6 mesi dall’inizio delle proteste, il Libano, anche a causa del lockdown, si trova in una situazione economica disperata che a tratti assume contorni inquietanti. Si stima che circa il 75% della popolazione abbia attualmente bisogno di assistenza economica, e quasi un cittadino su due si trova oltre la soglia di povertà. Inoltre il 30% delle imprese è stato costretto a chiudere per la crisi. Il nuovo governo presieduto da Hassan Diab, considerato vicino al movimento Hezbollah e salito al potere il 21 gennaio, dopo che durante la “settimana della rabbia” per la prima volta le proteste libanesi avevano assunto un carattere di estrema violenza con scontri frontali tra manifestanti e polizia e l’assalto agli sportelli ATM nelle vicinanze della banca centrale ad Hamra, non ha saputo dare risposte immediate alle richieste dei manifestanti, che di fatto sono state totalmente deluse.

Da sinistra a destra: lo speaker della camera Nabih Berri (sciita, leader del partito Amal), il presidente della repubblica Michel Aoun (cristiano maronita) e il neo-premier Hassan Diab (sunnita). Il Patto Nazionale del 1943, che ha sancito la nascita del Libano moderno, prevedeva la divisione delle principali cariche dello Stato in base alla fede religiosa. Tale divisione è stata confermata con gli accordi di Ta’if del 1989 che hanno messo fine alla guerra civile (1975-90). Hassan Diab è però stato eletto in gran parte grazie al voto dei parlamentari sciiti. (foto National News Agency, Lebanese Government)

Il 30 aprile il premier Diab ha finalmente annunciato un piano di riforma finanziaria per il paese, nella speranza di riuscire ad assicurare al paese un programma di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale. Tra le altre cose, il piano prevede una maggiore efficienza nella gestione della spesa pubblica, riduzione delle diseguaglianze tramite l’aumento di tasse per chi ha maggiori entrate e lotta all’evasione fiscale. Nel medio-lungo periodo, la speranza del governo è di riuscire a tenere sotto controllo l’inflazione e ridurre il rapporto debito/PIL. Il credito che verrà richiesto al FMI ammonta a un totale di 10 miliardi di dollari, che si andrebbero ad aggiungere agli 11 miliardi garantiti dalla Conferenza dei Cedri che si è svolta a Parigi nel 2018. Il premier, inoltre, nel corso di una conferenza stampa si è rivolto ai libanesi della diaspora (si stima che la popolazione libanese che vive fuori dai confini nazionali superi numericamente quella che vive attualmente nel paese) chiedendo loro di assistere economicamente i propri compatrioti con l’invio di denaro dall’estero. All’indomani dell’annuncio del programma di riforma, i manifestanti si sono comunque ritrovati in Piazza dei Martiri a Beirut in diverse centinaia in occasione della Festa dei Lavoratori dell’1 Maggio.

Piazza dei Martiri la mattina dell’1 Maggio. Le tende i gazebo del presidio permanente sono stati rimossi nei primi giorni del lockdown. In occasione della festa dei lavoratori manifestanti si sono riuniti in diverse centinaia a partire da mezzogiorno e sono state distribuite mascherine raffiguranti la bandiera del Libano.

Negli scorsi mesi, la tradizionale opposizione di Hezbollah agli aiuti del FMI costituiva un ulteriore ostacolo per l’accesso al credito internazionale. Dei passi in avanti in questo senso sono stati fatti di recente, con una parziale apertura del Partito di Dio, a patto che le condizioni necessarie ad accedere ai piani di assistenza non danneggino l’interesse nazionale. Uno dei motivi della diffidenza di molte componenti politiche nei confronti degli aiuti degli organismi internazionali è proprio la necessità, per accedere al credito, di attuare ampi programmi di riforma che comporterebbero la ristrutturazione e la privatizzazione di vari comparti economici e una conseguente perdita del tradizionale controllo che i gruppi di potere esercitano su di essi. D’altro canto, i maggiori finanziatori a livello internazionale hanno ormai perso ogni genere di fiducia nei confronti del Libano e delle sue istituzioni. Già più di una settimana fa lo stesso Fondo Monetario Internazionale, tramite il suo direttore per Medio Oriente e Asia Jihad Nazour, aveva fortemente auspicato l’adozione da parte del governo libanese di un programma di riforma per restaurare la fiducia dell’economia nazionale e affrontare le cause della crisi finanziaria. I settori dell’energia e delle banche sono senza dubbio tra quelli che maggiormente necessitano una radicale ristrutturazione. Proprio nella giornata di sabato 1 Maggio la richiesta di aiuti al FMI è stata ufficialmente formalizzata dal governo libanese.

La decisione, a inizio Marzo, di non procedere al pagamento degli Eurobond per la prima volta nella storia del paese non fa altro che sottolineare la situazione di estremo pericolo e incertezza in cui si trova l’economia libanese, che di fatto è sull’orlo della bancarotta. Il debito pubblico è pari a circa il 170% del PIL, e dopo Giappone e Grecia è il più alto al mondo. L’intero sistema economico si basa sulla stretta connessione tra sistema bancario e sistema immobiliare, ed è fortemente sbilanciato verso il settore delle attività non produttive. Il settore industriale non è quindi particolarmente sviluppato. Il paese, prima della crisi, beneficiava in buona parte degli investimenti esteri, e ad aggravare la situazione c’è il fatto che buona parte delle obbligazioni libanesi siano state vendute proprio sui mercati esteri, il che mette a serio rischio i deposti dei piccoli risparmiatori, che negli ultimi mesi hanno già subito le misure draconiane messe in atto dal governo sul prelievo di denaro (e in particolare di dollari).

Militanti sventolano bandiere del Libano e di Hezbollah, ossia “Partito di Dio”, in occasione dell’anniversario della guerra con Israele del 2006. Il movimento, che ha legami indissolubili con l’Iran, è nato nel 1982 come organizzazione paramilitare ed è divenuto in seguito anche un partito politico. Hezbollah è stato tra i principali vincitori delle elezioni parlamentari che si sono tenute nel 2018, nelle quali ha ottenuto 12 seggi. Il radicamento del “Partito di Dio” è particolarmente forte nella fascia meridionale del Libano e nei quartieri sciiti a sud di Beirut. (foto Reuters)

Ciò che meglio rende l’idea della gravità della crisi che il Libano sta attraversando è l’andamento del tasso di cambio tra Lira libanese (LBP) e dollaro (USD).  Il cambio è stato fissato nel 1997 a poco più di 1500 lire per dollaro. A partire dall’inizio delle proteste e della crisi economica si è creato un mercato parallelo all’interno del quale è possibile effettuare gli scambi ad un tasso più alto rispetto a quello ufficiale. Per mesi, il tasso di cambio del “mercato nero” ha oscillato tra le 2000 e le 2500 lire per dollaro, con periodici interventi del governo per tenere sotto controllo la situazione e imporre delle restrizioni. Contestualmente, l’inflazione ha continuato ad avanzare e i prezzi di tutti i generi alimentari hanno continuato a salire. Con l’inizio del lockdown a metà marzo la situazione è completamente sfuggita al controllo del governo e nel giro di pochi giorni il tasso di cambio è schizzato sopra le 3000 lire per dollaro fino a superare addirittura la quota 4000 nell’ultima settimana di Aprile. Per l’ennesima volta, il governo e la banca centrale hanno provato a mettere una toppa al crollo della lira fissando artificialmente il tasso a 3200. C’è da chiedersi per quanti giorni si riuscirà effettivamente a mantenere questa soglia. Lo stesso premier Hassan Diab, in occasione del discorso con cui ha annunciato il prossimo piano di riforma finanziaria del paese, ha parzialmente deluso le aspettative della popolazione astenendosi dall’indirizzare chiaramente il problema del crollo della lira libanese e rimettendo la questione alle competenze della Banca Centrale.

Chiaramente, il lockdown ha avuto effetti devastanti su un’economia già in ginocchio e che vede una larga percentuale della popolazione impiegata nel mercato del lavoro informale, senza un vero contratto. Va inoltre ricordato che il Libano ospita circa 1,5 milioni di immigrati, principalmente Siriani e Palestinesi, ai quali il governo non riconosce lo status di rifugiato e che sono soggetti a severe restrizioni riguardanti l’accesso alle attività lavorative e ai normali contratti di lavoro. Una gran parte della popolazione sta soffrendo la fame e chiede una totale e immediata ripresa delle attività lavorative. 

A football pitch. Un campo da calcio a Nahr Al-Bared, nel governatorato settentrionale di Akkar e a circa 16 km da Tripoli. Il campo-profughi palestinese di Nahr Al-Bared, che nel 2007 è stato teatro di un conflitto tra il movimento islamista Fath Al-Islam e le Forze Armate Libanesi, ospita più di 100.000 rifugiati palestinesi. Uno dei principali problemi nel campo è l’altissimo tasso di disoccupazione.

A differenza di molti paesi europei, il Libano ha prontamente reagito ai primi casi di Covid-19 attuando un severo lockdown con un coprifuoco tra le 19 (poi 20) e le 5 di mattina. La velocità nella risposta ai primi focolai epidemici, dettata anche dalla consapevolezza di non poter strutturalmente far fronte ad una vera emergenza sanitaria, e la messa a punto, negli anni, di una risposta adeguata ad una situazione di pandemia, ha permesso al paese di contenere fortemente la diffusione del contagio, nonostante le iniziali titubanze nel bloccare i collegamenti con l’Iran, uno dei paesi colpiti maggiormente nelle prime settimane, per via dei ben noti legami con Hezbollah.

A inizio Aprile si sono registrati i primi casi di Covid-19 nei campi palestinesi nella valle della Bekaa. La diffusione nel virus nei campi profughi è tra le principali preoccupazioni, tra gli altri, delle numerose organizzazioni non governative attive sul territorio, per via delle precarie condizioni igienico-sanitarie e per l’oggettività impossibilità di rispettare in queste aree le norme di distanziamento sociale.

Per bloccare la diffusione del virus si sono inoltre prese delle misure per evitare grossi assembramenti in occasione del Ramadan, iniziato Venerdì 24 Aprile e che si protrarrà per 4 settimane, e in particolare in occasione della rottura del digiuno e dell’Iftar.

In un quadro socio-economico di questo genere c’era da aspettarsi una ripresa delle proteste, nonostante il tentativo delle forze di sicurezza di smantellare, col pretesto del lockdown, il presidio permanente dei manifestanti in Piazza dei Martiri a Beirut. Già  tra il 21 e il 22 Aprile i libanesi sono scesi in piazza mettendo in atto un curioso corteo di macchine e fornendo il consueto spettacolo di bandiere, orgogliosamente sventolate dai finestrini delle auto. A Tiro e Sidone, nel sud del paese, i manifestanti hanno invece assaltato gli istituti di credito con lancio di molotov. Sono proprio le banche in questo momento il principale bersaglio della rabbia dei manifestanti. Il governatore della Banca Centrale, Riad Salameh, è visto da molti come il principale responsabile del drammatico crollo della lira libanese. Lo stesso movimento Hezbollah ha apertamente criticato l’operato della Banca Centrale attribuendole gran parte delle colpe per il deterioramento della situazione economica e finanziaria.

Vetrine infrante a pochi metri da Piazza dei Martiri, a Beirut. Gran parte dei bancomat e delle vetrine distrutti nel corso delle proteste e in particolare nel corso della “settimana della rabbia”, a gennaio, non sono mai stati sistemati.

Nell’ultima settimana di Aprile si è messa in moto una lenta ripartenza delle attività lavorative e alla progressiva rimozione delle misure di contenimento (con un programma in 5 fasi annunciato dal governo) si accompagnerà inevitabilmente un contestuale rilancio del movimento di protesta. E proprio la prima notte che ha seguito il rallentamento del lockdown ha portato a violentissimi scontri nella città di Tripoli, nel nord del paese, che hanno causato una vittima tra i manifestanti. Si tratta di Fawas Fouad al-Samman, 26 anni, morto in seguito a ferite da arma fa fuoco. Si sono poi registrati numerosi feriti sia tra i manifestanti che tra le forze dell’ordine e l’esercito, oltre a decine di arresti. Proprio l’esercito sta assumendo in questi giorni posizioni controverse. In seguito agli eventi di lunedì l’osservatorio Human Rights Watch ha severamente condannato l’eccessiva violenza con cui sono stati attaccati i dimostranti, mentre su Twitter tramite il proprio account ufficiale l’esercito libanese ha pubblicato un video che riprendeva i militari in procinto di distribuire aiuti alimentari alla popolazione, con lo scopo di mettere in evidenza la presunta “ingratitudine” dei libanesi. Il video è stato rimosso in meno di un’ora.

La rabbia della popolazione sembra ora completamente fuori controllo, in particolare nel distretto di Tripoli che fin dall’inizio di ottobre è stato il principale centro e motore delle proteste, e la sensazione è che le misure di confinamento adottate per la pandemia in corso non impediranno ai manifestanti di scendere ancora in piazza nei prossimi giorni. Proprio a Tripoli gli scontri sono ripresi subito dopo i funerali del ragazzo deceduto e sono proseguiti nella notte con utilizzo di bombe molotov da parte dei protestanti e dozzine di feriti. Nella stessa Beirut e nella gran parte delle principali città libanesi i manifestanti stanno scendendo in piazza e con ogni probabilità i metodi pacifici che hanno caratterizzato i primi mesi della thawra saranno accantonati vista l’estrema gravità della situazione in cui si trova gran parte della popolazione.

Nella fase delle proteste precedente all’elezione di Diab i manifestanti hanno ripetutamente cercato di arrivare a Piazza Nejme, sede del Parlamento. Le forze di sicurezza e l’esercito hanno impedito l’accesso dei manifestanti alla piazza grazie a filo spinato e barricate. La piazza si trova a poche centinaia di metri da Piazza dei Martiri. (foto Elias Bejjani News)
Un cuore in cui convivono le pietre lanciate dai manifestanti e i cilindri dei gas lacrimogeni utilizzati dalle forze di sicurezza nel corso degli scontri. Sullo sfondo le tende e i gazebo del presidio permanente a Piazza dei Martiri, prima che fossero rimossi all’inizio del lockdown a metà marzo.

La strada che il paese dovrà affrontare per risollevarsi e uscire dall’impasse è senz’altro ripida e tortuosa. Sarà necessario innanzitutto mettere in atto un serio processo di riforma e concordare con gli istituti finanziari internazionali un programma di aiuti a lungo termine. Il Libano ha soprattutto bisogno di ritrovare fiducia in sé stesso e nella propria classe politica. La corruzione dilagante, la crisi dei rifiuti e l’apparente estraneità delle fasce più alte della popolazione rispetto alle sorti dei loro compatrioti meno abbienti hanno innescato un vortice di disillusione e rassegnazione che ha contribuito a gettare il paese nella peggior crisi economica della sua storia. Patto sociale e equità dovranno essere i pilastri da cui ripartire. C’è da auspicarsi che il movimento sappia riorganizzarsi velocemente e che sappia mettere in campo con chiarezza e determinazione le rivendicazioni delle fasce di popolazione che la crisi ha messo in ginocchio.

Il programma di ristrutturazione del debito, inoltre, va finalizzato quanto prima.