Urrà, ci hanno ridato le nostre bici.

Chissà quante tra le persone che quel 21 giugno 1988, nella piazza Liedseplein di Amsterdam, lanciavano in aria le biciclette per poi riaccoglierle tra le braccia, conoscevano il significato che si celava dietro un gesto buffo e apparentemente privo di senso. Ma Marco Van Basten aveva appena segnato un gol, certamente meno bello della volé senza tempo di quattro giorni dopo contro l’Urss, ma ragionevolmente tra i più importanti della sua carriera con la nazionale e per le strade di tutta l’Olanda scorrevano nove milioni di persone, un canale che non poteva conoscere argini. Si trattava del più grande raduno pubblico dai tempi della liberazione dall’occupazione nazista.

Panzer tedeschi, appartenenti alla 9ª divisione corazzata, entrano a Rotterdam il 14 maggio 1940 © Bundesarchiv

Autunno 1944. In un’Olanda occupata dalle forze naziste da oltre quattro anni, ma con gli Alleati sbarcati in più punti del vecchio continente, gli ufficiali tedeschi si resero protagonisti di un furto di massa di biciclette nell’intero paese. Sarebbero diverse le ragioni di questo gesto, che avvenne parallelamente anche in Italia e Danimarca. C’è chi parla di un ordine ufficiale nato dalla scarsità di carburante e quindi dalla necessità di trovare forme di trasporto alternative; c’è invece chi si riferisce più specificamente al Dolle Dinsdag o “martedì pazzo”, il 5 settembre 1944 in cui, dopo l’annuncio dell’approdo degli Alleati in territorio olandese, i collaboratori nazisti in preda al panico avrebbero inforcato le prime biciclette sotto tiro per fuggire, salvo poi fare ritorno qualche giorno dopo, ma soltanto per qualche mese. A prescindere dalla versione, il furto di bici, seppur in mezzo ad altri crimini terribili, è assurto a simbolo di un’invasione che toccò una nazione al cuore.

Tra le nove milioni di anime in festa che invasero le strade olandesi martedì 21 giugno 1988, la tv intercettò anche un ex membro della resistenza che disse: «È come se, finalmente, avessimo vinto la guerra». Quel giorno, nella semifinale di Euro 88, la vittima della nazionale orange tra le più belle di sempre era nientemeno che la Germania Ovest, sconfitta peraltro ad Amburgo, dove altri 15.000 tifosi olandesi restituivano ai tedeschi, gioiosamente e in pace, la sensazione di non essere padroni in casa propria. Fatte queste dovute premesse, anche il lancio delle biciclette non solo diventa comprensibile, ma fa pensare ad un momento atteso da troppo tempo.

Peccato che nei 44 anni che separano i due eventi descritti, a dispetto dei fatti storici, l’astio tra Olanda e Germania non sia stato così evidente da giustificare una simile esplosione. Piuttosto, è come se il campo da calcio fosse improvvisamente diventato lo sbocco perfetto per i sentimenti che un’intera nazione aveva covato a lungo e in silenzio per decenni.

Dal punto di vista dei tedeschi, la situazione si può riassumere in due frasi.
Primo, Olanda-Germania è una delle rivalità più accese in Europa.
Secondo, la parte mentalmente instabile di questa relazione esplosiva è costituita dagli olandesi.
Non solo hanno dato vita a questa rivalità, ma l’hanno portata avanti al punto di renderla ossessiva, quasi psicotica».

Prese e isolate, le parole del giornalista e scrittore tedesco Uli Hesse farebbero sorridere. Il campo da calcio è spesso e volentieri un luogo nel quale si cercano di guarire ferite di altra natura da quella sportiva, c’è poco da stupirsi dunque che i festeggiamenti olandesi per aver eliminato la Germania a domicilio affondino le radici in memorie più dolorose, con tutte le ripercussioni del caso.

Quello che è meno comprensibile e legittima in parte lo stupore tedesco, invece, è il motivo misterioso per cui questo risentimento non si sia manifestato negli anni immediatamente successivi alla guerra, invecchiando come un buon vino prima di riesplodere con molteplici sfumature, ma soprattutto sul rettangolo verde.

In un’intervista rilasciata al portale tedesco DW, lo storico olandese Friso Wielenga ha ammesso che «entro il 1950, le relazioni economiche tra Olanda e Germania erano per gran parte tornate alla normalità. Gli olandesi furono tra i primi ad appoggiare il fatto che la Germania potesse armarsi di nuovo», aggiungendo che durante la Guerra Fredda, data la posizione geografica, i tedeschi venivano considerati «partner necessari a garantire la sicurezza», un pensiero che con il senno di poi, secondo Wielenga, «era inappropriato».

A proposito di Guerra Fredda…quattro giorni dopo la battaglia di Amburgo, Marco Van Basten lancia un missile terra aria contro l’Unione Sovietica. Una delle cose più belle mai viste su un campo da calcio

Quanto accadeva sul campo da calcio, inoltre, non poneva le basi per una vera rivalità visto che, come spiegato da Simon Kuper, «dagli anni 50 fino al 1970 la Germania fu una grande nazionale, mentre l’Olanda era patetica». Anche per questo motivo, si tende a dire che prima di quella semifinale di Euro 1988 l’inimicizia calcistica tra i due paesi era praticamente inesistente.

È difficile ed ambizioso interpretare i processi con i quali una persona metabolizza il dolore, figuriamoci un intero popolo. Ciò non toglie che sia poco verosimile pensare che in un singolo episodio, peraltro sportivo, si sia concentrato un astio conservato per decenni e che ha toccato diverse generazioni – è più credibile invece l’ipotesi di un processo che, seppur iniziato in ritardo, sia permeato per gradi nella coscienza collettiva.

In questo senso, la storia non manca di offrire indizi utili a individuare le tappe di questo percorso. Nel 1966, il trascorso bellico ancora piuttosto fresco non bloccò il matrimonio tra la principessa Beatrice e il diplomatico tedesco Claus van Amsberg, che tuttavia fu accolto in Olanda, e in particolare ad Amsterdam, da proteste che inclusero la frase «prima rivoglio la mia bicicletta».

La Nazionale olandese nel 1974, durante la finale con la Germania dell’Ovest © Bundesarchiv

Ma soprattutto, prima di Euro 1988 venne il Mondiale 1974, disputato neanche a dirlo in Germania Ovest. Ci sono due letture della sconfitta subita – in rimonta – dall’Olanda nella finale di quel torneo per mano dei padroni di casa. C’è chi sostiene che il ruolo finalmente da protagonista interpretato da una nazionale formidabile, quella del totaalvoetbal, fin lì mai apparsa nel gotha delle grandi mondiali, fosse già di per sé una soddisfazione sufficiente a compensare l’amaro in bocca per un sogno interrotto sul più bello. È però altrettanto difficile smentire chi definisce quel match un trauma nazionale, un trionfo «rubato dai tedeschi» come lo chiama Wielenga, preceduto oltretutto da una falsa storia, pubblicata dalla Bild alla vigilia della finale, sui presunti bagordi del ritiro olandese. “Cruyff, champagne e donne nude” fu il titolo che lasciò poco all’immaginazione.

Piuttosto complicato è anche bersi la versione, forse un po’ semplicistica, secondo la quale nel 1974 il trascorso bellico non avesse ancora inasprito la rivalità tra le due nazioni, poiché la guerra sarebbe stata all’epoca per gli olandesi un ricordo ancora troppo fresco, da metabolizzare. Come spesso accade, la verità è un concetto molto più sfumato di quanto si voglia far intendere, e probabilmente nel 1974 quella di Willem van Hanegem, che aveva perso il padre e il fratello durante il conflitto mondiale e ammise che gli orange volevano «umiliare i tedeschi» dopo l’1-0, era diversa da quella di buona parte del popolo olandese. Kuper spiega infatti che soltanto negli anni ’80 nei Paesi Bassi furono eretti monumenti in ricordo dell’Olocausto e vennero pubblicati libri che ripercorrevano la guerra con la narrativa che avrebbe spopolato negli anni successivi: i buoni contro i cattivi. Fu sempre in quel periodo, poi, che il 5 maggio, giorno dedicato alla celebrazione della Liberazione, acquisì per gli olandesi un significato sempre più forte.

L’attimo in cui van Basten scriva la storia, il 21-6-88 © BBC news

In qualche modo, però, quella delusione mondiale accese una lunga miccia destinata a esplodere in rivalità, ma anche qualcosa di più, 14 anni più tardi. A Euro 1980, durante la sfida dei gironi disputata a Napoli e vinta 3-2 dalla Germania Ovest, che avrebbe poi vinto il titolo, l’olandese Johnny Rep contese un cross al portiere tedesco Harald Schumacher, a cui però rifilò anche un colpo allo stomaco. Con il senno di poi, era un indizio del cambiamento in corso.

Il 21 giugno 1988, infine, non fu soltanto il giorno della rivincita olandese, ma di un copione che sembrava guardare allo specchio quello di 14 anni prima, ottenendo un’immagine identica ma allo stesso tempo opposta. L’unica cosa che rimase veramente immutata, fu il suolo amico dei tedeschi: come a Monaco di Baviera nel 1974, anche ad Amburgo ci furono due calci di rigore, ma il primo fu della Germania Ovest, che passò in vantaggio con Matthäus. L’illusione, questa volta, fu tedesca, la gioia tutta orange. Dopo il pari dal dischetto di Ronald Koeman, Van Basten si allungò in scivolata a due minuti dal termine per cambiare la storia. Non tanto perché quello vinto quattro giorni dopo a Monaco di Baviera (coincidenza?) rimane ancora oggi l’unico trofeo internazionale dell’Olanda, ma per aver fatto scoprire a un intero popolo ciò che si portava dentro, senza neanche saperlo, da oltre 40 anni.

In 1940 they came, in 1988 we came


Una delle canzoni più popolari intonate durante i caroselli olandesi dopo quella semifinale, riprendeva proprio il paragone tra calcio e guerra, proposto peraltro anche da Rinus Michels, allenatore della nazionale che stava per diventare campione. Perché, questa volta sì, quella partita fu di fatto interpretata secondo Kuper come «una versione romanzata della guerra», ovvero i buoni contro i cattivi. Poco importava in quel momento che il collaborazionismo olandese con gli invasori nazisti fosse stato più presente di quanto creduto, o di quanto un intero Paese fosse pronto ad accettare.

Ci sarebbero state altre puntate della rivalità dopo quel 21 giugno, tra cui lo sputo di Rijkaard a Völler a Italia 90, forse per provocazioni razziste, forse no, prima che le relazioni tra i due paesi tornassero normali anche dentro il rettangolo verde, fatta eccezione per alcune trasferte di club sia tedeschi che olandesi, restate calde anche col cambio di secolo.

Ma per certi versi, quella semifinale europea del 1988 rimane ineguagliabile in quanto epifania joyciana, o un momento capace, per quanto poco verosimile, di far interpretare un episodio con una consapevolezza che, improvvisamente, sembrava esistere da sempre. Ai fini di questa storia è quasi poco rilevante il racconto di Ronald Koeman, che ammise di essersi pulito il sedere con la maglia scambiata a fine partita con il tedesco Olaf Thon. È più utile soffermarsi sulla raccolta di poesie intitolata “Olanda-Germania. Poesia del calcio“, uscito pochi mesi dopo Euro 88, e in particolare sul testo di Jules Deelder, 21-6-88, che chiude così la narrazione del gol di Van Basten:

Coloro che caddero, uscirono dalle loro tombe festeggiando