Nella Repubblica Democratica del Congo si trova di tutto: oro, diamanti, argento, petrolio, rame, cobalto, uranio, manganese, tungsteno, stagno, qualsiasi minerale di cui probabilmente non conosciamo nemmeno l’esistenza ma che pervade invisibile la nostra vita quotidiana. Uno scandalo geologico, una ricchezza di risorse inimmaginabile. La Repubblica Democratica del Congo è un territorio sterminato: più di due milioni di chilometri quadrati con una popolazione di ottantasei milioni di abitanti, di cui oltre la metà vive in stato di povertà assoluta. Le ricchezze del sottosuolo potrebbero garantire un livello di benessere diffuso, invece il reddito pro capite è tra i più bassi al mondo. La depredazione cruenta di queste risorse accomuna il passato coloniale al presente, in un vortice di violenza che sembra non avere fine.

La Repubblica Democratica del Congo riveste un ruolo centrale nell’economia globale: è il principale fornitore mondiale di materie prime necessarie alle nuove tecnologie. A partire dai primi anni Novanta nelle regioni orientali si è combattuta una delle guerre più violente che il mondo abbia conosciuto nell’ultimo mezzo secolo, con oltre sei milioni di morti e cinquecentomila donne violentate e mutilate. Alla rapacità di multinazionali e signori della guerra si aggiungono la costante instabilità politica, le pratiche diffuse di corruzione, la volontà di dominio degli stati confinanti, l’utilizzo della terra per l’estrazione mineraria a scapito della produzione agricola, la miseria incalzante che prende la forma di odio etnico. Molti minerali preziosi si trovano in superficie e sono quindi facilmente estraibili senza dover ricorrere a grandi capitali. E’ il caso della columbo-tantalite (o coltan), utilizzata per gli amplificatori di carica dei telefoni cellulari, che nella regione del Nord Kivu si può ottenere semplicemente grattando lo strato di terra superficiale. E’ la situazione ideale per un’economia di guerra poiché è sufficiente controllare militarmente un determinato territorio per poter beneficiare della rendita dell’estrazione mineraria. Sembra che il fatto di essere uno dei paesi più ricchi al mondo sia una sorta di maledizione. Lo scrittore In Koli Jean Bofane lo spiega altrimenti, in un affascinante romanzo che affronta con tagliente ironia, attraverso gli occhi di una moltitudine di personaggi provenienti da paesi lontani e continenti diversi, la posizione della Repubblica Democratica del Congo nel processo di globalizzazione. Il Congo non è un’entità politica, è una Società per Azioni che deve soddisfare la crescita del mondo moderno. Così è stato deciso alla fine dell’Ottocento.

In Koli Jean Bofane – Olivier Goedseels

In Koli Jean Bofane nasce nel 1954 a Mbandaka, nella parte occidentale della Repubblica Democratica del Congo. Ha sei anni quando il Congo diventa uno stato indipendente. Il padre adottivo era un colono proprietario di una piantagione di caffè che in conseguenza all’indipendenza perse tutti i suoi beni e si rifugiò con la famiglia in Belgio. Agli inizi degli anni Ottanta, non appena terminati gli studi, Jean torna a Kinshasa, dove fonda una casa editrice che pubblica fumetti satirici scritti in lingala, lingua bantu usata come lingua franca in buona parte del Congo. Oggetto della satira sono gli uomini politici e il regime corrotto del dittatore Mobutu, che nel 1960 con la complicità di Belgio e CIA divenne padrone incontestato del Congo, a cui cambiò nome in Zaire dal 1971 fino alla sua caduta il 17 maggio 1997. Nel 1991 il regime fa chiudere la casa editrice, Bofane mette la moglie e i figli al sicuro in Belgio, dove nel 1993 li raggiunge, lasciando il Congo per stabilirsi definitivamente a Bruxelles. Accadde allora il genocidio dei tutsi: un milione di morti in Rwanda, sei milioni in Congo. Alla televisione vede esperti e sedicenti africanisti che raccontano il massacro, sono tutti europei o americani, nessuno è africano, nessuno del Rwanda. E’così che decide di scrivere. Era necessario parlare.

Raccoglitori di caucciù – Alice Seeley Harris. Anti-Slavery International / Autograph ABP

Congo Inc, il testamento di Bismarck è il secondo romanzo di Jean Bofane. In chiusura alla conferenza di Berlino, in occasione della quale tra il novembre 1884 e il febbraio 1885 le potenze europee si spartirono l’Africa, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck disse: «Il nuovo stato del Congo è destinato ad essere uno dei più importanti esecutori dell’opera che intendiamo realizzare». Lo Stato Libero del Congo avrebbe dovuto aprirsi al libero scambio internazionale, ad un nuovo equilibrio mondiale per il libero commercio di materie prime. L’enfasi sulla parola libero risulta un po’ inquietante, un po’ perché il Congo libero non era, dal momento che era stato destinato a proprietà privata di Leopoldo II re del Belgio, un po’ perché i termini scambio libero, libero commercio vanno sempre presi un po’ con le pinze. Infatti, a cento trent’anni di distanza, dopo due guerre mondiali e violenze indicibili perpetrate in ogni angolo del mondo, «l’opera che intendiamo realizzare» si conferma un cupo presagio. Eppure Bismarck ci aveva beccato: il Congo, terra di genocidi, miseria, violenza e povertà, continua ad avere un ruolo centrale per l’esistenza del nostro mondo tecnologico, avanzato e globalizzato.

Primo venne il caucciù, precursore della plastica, una resina ricavata incidendo la corteccia dei cosiddetti alberi della gomma. Per garantirsi il controllo di questa materia prima fondamentale per lo sviluppo dell’industria tra Ottocento e Novecento, Leopoldo II re del Belgio organizzò un vero e proprio regime commercial-militare del terrore. L’uranio fu il contributo del Congo alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale: veniva da Shinkolobwe, città mineraria del Katanga, l’uranio che vetrificò una volta per tutte Hiroshima e Nagasaki. Il Congo fornì anche il rame con cui – di nuovo – gli Americani innaffiarono il Vietnam. In anni più recenti il Congo è diventato lo sponsor ufficiale della globalizzazione, incaricato di fornire l’industria petrolifera, minerali strategici per la conquista dello Spazio, per i nuovi armamenti, per le telecomunicazioni high-tech. La nuova corsa è quella legata alla conquista dei minerali per alimentare le batterie e i componenti delle auto elettriche del futuro. Batterie che muovono il mondo, dagli smartphone alle auto. Energie pulite. Pulite per le nostre città, meno per i paesi da cui provengono. Il principale destinatario oggi è la Cina che fornisce assistenza in campo economico, sanitario e tecnico-scientifico, realizza infrastrutture, in cambio di un accesso alle materie prime. Un nuovo salasso della terra. ll Congo resta fedele al testamento di Bismarck

Una miniera di coltan in Congo. – ph. L’Espresso

Il protagonista di Congo Inc è un giovane Ekonda, un pigmeo, che odia la foresta, ama la globalizzazione e il progresso. La madre coltivava un’insana passione per gli uomini più alti di un metro e settantacinque, così le pazzie della genetica hanno condannato il povero Isookanga ad essere additato come spilungone fin dall’infanzia, per i suoi buoni dieci centimetri al di sopra dalla media dei pigmei. Il suo metro e sessanta lo rende troppo alto per essere un pigmeo, troppo basso per il resto del mondo. Un giorno, la società China Network installa un ripetitore nel bel mezzo della foresta equatoriale: grazie a Internet e al computer che riesce a rubare a una giovane antropologa come risarcimento per il debito coloniale, finalmente per Isoo si aprono le frontiere del mondo. Google è la sua Bibbia, mentre il videogioco Raging trade, dove multinazionali e compagnie private si contendono con ogni mezzo l’accesso alle risorse di un territorio ricchissimo, è la sua iniziazione nel mondo degli affari. E’ un mondialista, la grande città è la sua patria: in un sacco di iuta infila il computer e una scorta di anguilla affumicata, si mette in marcia alla volta di Kinshasa.

Nella capitale si aggira candido e fiducioso nel futuro, nella tecnologia e nelle meraviglie che la metropoli offre. Ci guida alla scoperta di una galleria di personaggi, ognuno dei quali è testimone di una fetta di storia del Congo. Ci sono i bambini di strada, gli shegué, che vivono «nel sistema dell’inferno», dove si brucia ma non si muore, la sofferenza è infinita. Il Grand marchè è il loro territorio, diffidano degli adulti, non hanno bisogno di loro per sopravvivere. Tra questi c’è Shasha, ragazzina che si prostituisce per dar da mangiare al fratellino più piccolo che ha salvato dallo sterminio del suo villaggio nel Nord Kivu. Tra i suoi clienti c’è anche un lettone ufficiale dell’ONU, Waldemar Mirnas, che una volta a settimana carica Shasha sul suo macchinone, la spoglia, le fa indossare un minuscolo grembiule e si fa servire la cena prima di prendere da lei «la replica senza fine di un surrogato d’eternità». Tra questi bambini alla deriva c’è Omari Doppia-Lama, ex bambino soldato e c’è Modogo, il bambino stregone scappato dal suo villaggio perché un prete l’aveva definito all’ultimo stadio della possessione.

Isookanga conosce Zhang Xia, arrivato in Congo dentro una valigia al seguito di uno speculatore cinese che lo aveva abbandonato lì senza soldi e senza possibilità di tornare a casa. Si mettono in società e provano a vendere delle informazioni a Kiro Bizimungu, un signore della guerra in congedo, votato all’impresa dello sfruttamento di persone e risorse. Anch’egli depresso dalla quantità di alberi, attende la desertificazione e «sogna un Congo pacificato con il napalm, dove non ci sarebbe stato altro da fare che sfruttare le risorse del sottosuolo». Ci sono poi un’antropologa con la testa infarcita di stereotipi sull’Africa; un furbo pastore della Chiesa della Moltiplicazione che, vestito Armani e Versace, inventa una sorta di lotteria divina per ricevere dai fedeli ingenti somme di denaro; una giovane italiana che lavora per le Nazioni Unite cercando di mettere ordine in quella che è chiaro essere «una guerra destinata a durare, perché in Congo ci sono troppi interessi. Tutti vogliono riempirsi le tasche. I ribelli servono a questo, tutti i rapporti lo confermano. Anche i nostri caschi blu si comportano come chiunque altro. Non c’è nulla di ideologico o politico in quel conflitto, si tratta semplicemente di controllare la più grande riserva di materie prime del mondo».

Kinshasa – ph hungryng.com

Stralunati dialoghi sulla mondializzazione si alternano a crudi resoconti di violenze. Bofane analizza con lucidità le contraddizioni del mondo globalizzato, dove non bisogna interrogarsi sulla provenienza delle cose né su cosa ci sia dietro la produzione dei beni tecnologici o di lusso. Nella libera circolazione delle merci, di libertà ce n’è poca e solo per pochi. Con un sarcasmo feroce mostra le responsabilità dell’Occidente, ma non tace su quelle dell’Africa. Al racconto delle donne riserva un’enorme tenerezza: sono loro che portano sul corpo la violenza di una nazione martoriata. Nel racconto di Bofane questo mondo di dolore, rabbia e violenza è paradossalmente carico di umorismo e vitalità. C’è derisione, c’è ironia perché «alla fine – afferma l’autore – tutto questo è ridicolo. Uccidere la gente per mettere le mani su miliardi di dollari è ridicolo. Questi genocidi sono assurdi. E anche perché, da qualche parte, la vita è ancora lì. I congolesi continuano a respirare e a ridere forte. Non abbassano lo sguardo.»

«Dove non sei arrivato, le nubi sono cadute. Il senso di questo proverbio è che ci si fa illusioni su quello che si vede solo da lontano. Si pensa che, laggiù, il cielo tocchi la terra »

Congo Inc. Il testamento di Bismarck è uscito nel 2015, edito da 66thand2nd