«Non ho veramente idea del perché tutti i miei demoni vengano fuori quando gioco a tennis, accadeva specialmente a livello junior». Con la sua prima finale Slam appena conquistata, Daniil Medvedev sente di dover condividere questa riflessione. A soli 23 anni, il tennista russo vive perlomeno la sua seconda vita: i demoni di cui parla non sono sconfitti, ma agiscono ora entro confini ben delimitati.

Da qualche tempo, Medvedev è impegnato a suo modo a riscrivere la narrativa del bad boy, un’etichetta attaccatagli fin da giovanissimo e che difficilmente concede deviazioni, figuriamoci una redenzione definitiva. L’estate 2019 da favola che ha rilanciato il moscovita, ora al quarto posto del ranking ATP, traccia una linea che obbliga a fare distinzioni all’interno dell’archetipo del personaggio destinato a sabotare sé stesso.

In genere, lo sport diventa per il bad boy mezzo per manifestare la propria insofferenza, se non addirittura l’effetto ultimo di quel disagio, ovvero la sfera che più ne paga le conseguenze. Perché la contraddizione funzioni serve anche che il ribelle sia bravo, che dimostri di saper eccellere in modo che sia palese la sua scelta di non volerlo fare. Il bad boy per eccellenza Nick Kyrgios rompe racchette, lancia sedie e simula disinteresse con la stessa facilità con la quale riesce a tratti a mettere alle corde anche i migliori tennisti al mondo. Questa dissonanza genera nell’osservatore una frustrazione tale che persino un giudice di sedia, durante gli US Open 2018, è sceso per motivare (e avvertire) l’australiano, capace di ribaltare e vincere un match che stava giocando al suo solito modo.

Nella narrazione, tuttavia, quello del bad boy diventa spesso un rifugio, uno schema di semplice comprensione a cui ridurre una realtà interiore troppo complessa per essere interpretata. André Agassi è uno che di demoni se ne intende, diventato campione nonostante il proprio odio dichiarato per lo sport che praticava, dopo che per anni era stato costretto dal padre a colpire palline da tennis ancor prima di lavarsi i denti la mattina. Pur comprendendo chi ritiene l’atteggiamento di Kyrgios lesivo per lo sport, Agassi rifiuta di condannarlo a tutto tondo perché «quello che ho vissuto nella mia carriera mi ha insegnato molto su quanto ci possa essere del buono anche nelle persone che sbagliano tanto e in modo profondo». D’altronde, lo stesso sportivo statunitense ha ammesso in un’intervista a Sky Sport di aver faticato a lungo «per capire chi ero» e di avere nel frattempo iniziato a detestare il tennis a causa del «palcoscenico mondiale, che voleva decidere per me chi fossi».

Decidendo di trasformare lo sport nel punto di partenza per correggere questa traiettoria, Medvedev cambia le logiche del bad boy e colma in parte un vuoto di comprensione degli osservatori. Il russo è un ragazzo che vive ancora i suoi conflitti interni ma ha deciso che non è il tennis a doverne pagare le conseguenze. Durante la sua breve carriera sono già numerosi gli episodi controversi che facevano pensare a un’inevitabile tendenza all’autosabotaggio. Nel 2017, a Wimbledon, dopo una sconfitta Daniil lanciò delle monetine alla base della sedia dell’arbitro per sfogare la sua frustrazione; ancora prima, nel 2016, fu squalificato per avere accusato il giudice di sedia di essere amica del suo avversario, Donald Young. Essendo questi ultimi entrambi di origine afroamericana, il commento del russo fu considerato razzista.

Medvedev loves the grass
Daniil Medvedev bacia l’erba di Wimbledon (petercooper131/Flickr)

Durante gli US Open 2019, i demoni di Medvedev hanno bussato ancora. Nel match contro Feliciano López, il tennista ha strappato un asciugamano dalle mani del raccattapalle e lanciato la propria racchetta: a questi gesti sono seguiti un warning e i fischi del pubblico, ai quali Daniil ha risposto con un dito medio appoggiato alla guancia, in modo da nasconderlo dall’arbitro che non ha quindi potuto punirlo con un punto di penalità, avendo visto solo il replay sugli schermi.

Ma a fare specie è stato soprattutto ciò che è accaduto dopo. Lo stadio ha iniziato a parteggiare caldamente per López, fischiando Medvedev a ripetizione, un ambiente infuocato che il russo ha saputo gestire alla perfezione senza farsi deconcentrare e portando a casa la vittoria. Durante l’intervista tenuta a fine match, poi, ha aperto le braccia, sfoggiato un sorriso e trollato il pubblico: «Vi devo ringraziare: senza di voi probabilmente avrei perso, ero stanchissimo. Ma la vostra energia mi ha aiutato a vincere». Alla seconda risposta, ha rincarato la dose: «Più farete così, più vincerò. Per voi».

Medvedev è un bad boy insolito anche per le scuse, sentite e sincere, che seguono questi episodi. Dopo quanto accaduto, si è dato dell’idiota, spiegando di stare «lavorando per essere una persona migliore sul campo da tennis». I risultati di questo lavoro si devono anche al team che lo accompagna e da cui si è fatto affiancare di proposito, composto dal coach Gilles Cervara e dalla psicologa sportiva Francisca Dauzet. Quest’ultima ha fissato per Medvedev un obiettivo preciso: fare sì che il ragazzo raggiunga durante il gioco la medesima calma interiore che caratterizza i monaci Shaolin, che praticano una delle più antiche forme di kung fu.

Dauzet ha spiegato a Espn che «quando uno Shaolin combatte non si guarda mai intorno, si limita a sentire ciò che sta succedendo». Declinata allo sport, la filosofia di questi monaci cinesi è forse ciò che di più prezioso un giocatore possa vantare in una disciplina come il tennis, dove ogni punto ha vita propria pur legandosi in modo inestricabile a ciò che accade prima e dopo.

Nella finale degli US Open 2019, di fronte al mostro sacro Rafa Nadal, Medvedev si è ritrovato sotto di due set in uno stadio che non vedeva l’ora di fischiarlo e fargli pagare l’arroganza mostrata nei giorni precedenti. Il russo però non si è rinchiuso nelle sue ragioni, nel proprio mondo interiore, creando un’ulteriore frattura con il pubblico. Ha fatto vedere di aver scelto il tennis come strada di uscita dalle proprie debolezze, è rimasto concentrato su ciò che accadeva entrando in una trance agonistica ed emozionale che lo ha reso a tratti un’inquietante copia del Djokovic ingiocabile. Nel frattempo, è accaduto qualcosa di strano all’Arthur Ashe. La forza che Medvedev ha mostrato restando attaccato al match ha seminato il silenzio tra gli spettatori, che forse senza nemmeno capirne il motivo hanno cominciato a esaltarsi per quel bad boy di cui hanno visto in pochi giorni i demoni più intimi e la volontà di guarirli.

La vittoria di Nadal non ha cambiato nulla nella nuova connessione tra Medvedev e il pubblico. Con la serenità di chi ha vinto la propria partita interiore, il russo ha ribadito a fine match di aver sbagliato e di voler rimediare. «Voi mi avete fischiato per un motivo, ma avete potuto vedere che anche io posso cambiare. Sono un essere umano, posso fare degli errori. Per questo vi ringrazio dal profondo del cuore». Parlando della propria terapista Dauzet, aveva dichiarato di non volere più perdere partite di tennis «perché perdo la ragione o la concentrazione a causa di arbitro o tifosi. Voglio perdere perché ho giocato peggio del mio avversario». Daniil Medvedev è un ribelle diverso, senza i segreti che allontanano chi vuole farsi un’idea guardando da fuori. Davanti a tanta trasparenza, è impossibile non condividere il percorso interiore di un essere umano. Persino di un bad boy.