“We’re not just fighting an epidemic; we’re fighting an infodemic”
General Tedros Adhanom Ghebreyesus – Direttore generale WHO
15 febbraio 2020

Ermes, il messaggero degli dei con in mano il caduceo – @blogspot

Nella mitologia greca il complesso compito di riportare agli uomini il messaggio degli Dei era affidato a Ermes, definito come saggio e astuto tanto da essere considerato protettore degli araldi, dei viaggiatori e persino dei ladri. L’astuzia di Ermes permise a re Priamo di giungere fino alle tende degli Achei per chiedere il corpo del figlio Ettore per le esequie funebri e persino alla moglie di Ade, Persefone, di passare del tempo sulla terra con la madre Demetra. Ermes era chiamato anche psicopompo, “il conduttore di anime”, perchè era colui che persuadeva gli uomini quando scoccava la loro ora a seguirlo nell’Ade.

Un messaggero abile, capace di convincere, persuadere e farsi ascoltare.
Ma soprattutto un messaggero singolo. Se un ruolo di questo tipo era possibile in un’ipotetica “dittatura del controllo”, dove il volere capriccioso degli Dei scatenava guerre, rovesciava paesi e governava sul rapido mutare degli uomini, questa modalità è impensabile in una democrazia, dove la pluralità delle voci e delle opinioni sta alla base della libertà di pensiero, parola e stampa.

Ma in tempi di pandemia questa pluralità di voci è diventata una cacofonia concitata e allarmista in mezzo alla quale mettere ordine e comprendere le informazioni diventa ogni giorno più complicato. Il singolo si ritrova spaesato di fronte al clickbait propagato da canali d’informazione più o meno attendibili, alle inesattezze e all’allarmismo diffusi dai principali quotidiani e alla mancanza di una linea condivisa tra governo, scienza e mezzi d’informazione. E così, svilito, si rivolge ai canali comunicativi che meglio conosce: chiamate, WhatsApp e social. Laddove cioè le informazioni parziali, non confermate, faziose e contraddittorie abbondano. Un’ipertrofia dell’informazione che rischia di mandare in tilt l’inerme lettore di giornale, navigatore del web o ascoltatore radiofonico. Un sovraccarico cognitivo che rende l’individuo incapace di scegliere un’informazione specifica su cui focalizzare l’attenzione e dunque di elaborare la portata e l’attendibilità di un messaggio.

©MicroMega

Il risultato? Se esci di casa a fare la spesa senza mascherina chiunque può sentirsi libero di urlarti addosso, nonostante non ci sia alcuna raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in tal senso – edit, in Lombardia è adesso obbligatorio, in sua assenza basta un efficacissimo foulard –; i pazienti si auto sospendono alcuni farmaci perché hanno ricevuto una catena alterata del contenuto di un articolo scientifico; altri al contrario fanno incetta di pillole utilizzate in ospedale senza avere nessun sintomo (con buona pace dei pazienti cronici che dovrebbero assumere quei farmaci e non li reperiscono). Senza dilungarsi sulle possibili conseguenze o approfondire di quali farmaci si tratti, potrebbe essere interessante capire come e perché tutto questo andrebbe scongiurato.

Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il 15 febbraio 2020 ha coniato un nuovo termine per definire un processo potenzialmente più pericoloso della pandemia stessa: l’infodemia.

Infodemia: circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

Combattere l’infodemia è un processo complicato. L’Oms ha da subito messo a disposizione una piattaforma (il Who Information Network for Epidemics, EPI-WIN) per fornire informazioni approvate a individui e gruppi che si trovano a dover dare rapide informazioni ai propri clienti, utenti o dipendenti ma che non maneggiano personalmente la materia della pandemia. Ovviamente, questo vale anche per la politica perché la verità è che la gestione dell’infodemia passa anche da come i diversi governi hanno deciso di applicare e comunicare le disposizioni prese per il contenimento dei contagi.

Facciamo un rapido esempio italiano. Vincos ha elaborato i dati delle conversazioni a tema coronavirus correlandoli con quelli forniti dalla Protezione civile sul numero di positivi da infezione Covid-19 in Italia.

Non risulta difficile collegare i picchi alle principali comunicazioni fornite dal governo e dalle amministrazioni locali: alla notizia dei primi casi in Italia la comunicazione a tema tra le persone è stata, ovviamente, altissima. A partire dal 23 febbraio le istituzioni hanno poi cercato di “tranquillizzare” l’opinione pubblica (tristemente celebre rimane la campagna #milanononsiferma poi ritrattata dal sindaco Sala) mentre in realtà i numeri continuavano a crescere. Si opta allora per una comunicazione univoca: il bollettino della Protezione civile delle 18. Ma, come funghi, ecco spuntare altri appuntamenti con la stampa messi in piedi dalle singole regioni che, spesso in contraddizione tra loro, non fanno che aumentare la confusione.

Cosa ci può insegnare questo grafico? Che in un periodo di crisi bisognerebbe adattare la comunicazione a una crisis communication. Ma uniformare le comunicazioni fornite dalle principali testate giornalistiche alle direttive di governo ed enti locali potrebbe ledere al principio di democrazia? Ricordiamo che già il 23 febbraio su Repubblica c’era un titolo a dir poco catastrofico: “Mezza Italia in quarantena”. Questo genere di comunicazione ha sicuramente creato non poca confusione nella popolazione, che si sente abbandonata e disorientata: la soffiata sulla chiusura della regione Lombardia trapelata nella serata del 7 marzo, per esempio, ha portato all’ormai famigerato assalto ai treni, causa di possibile diffusione del virus in regioni che non erano ancora state toccate.

Inutile ripetere che una comunicazione chiara avrebbe evitato incidenti di questo tipo e le loro tragiche conseguenze.

Infografica rilasciata dal Ministero della Salute: un esempio di comunicazione chiara ed efficace.

Lo scollamento tra realtà, informazione e comunicazioni ufficiali porta il singolo individuo a ritrovarsi spaesato. Si possono anche sospendere i programmi tv di Bruno Vespa, Massimo Giletti e Barbara D’Urso ma sicuramente la scena in cui la famosissima conduttrice spiega come lavarsi le mani ha una cassa di risonanza molto più ampia rispetto a quella in cui Walter Ricciardi illustra la trasmissione del virus. In una crisis communication questi sono fattori che non andrebbero assolutamente sottovalutati.

Cosa potremmo fare a riguardo? Obbligare Barbara D’Urso a fornire improvvisamente programmi televisivi di qualità e contenuti scientificamente certificati? Difficile, ma non impossibile. Grandi aziende di comunicazione come Google, Facebook e Twitter ma anche pagine a carattere medico hanno deciso di aggiungere un riquadro comunicativo che rimanda direttamente alla pagina dell’Oms o del ministero della Salute e di oscurare contenuti privati a tema Sars-cov2, Covid-19 o coronavirus.

Piero Angela, 92 anni, te deum adoremus – Il Messaggero

Probabilmente, oltre alla convivenza con la pandemia, dovremo sempre più abituarci a convivere con l’infodemia, insegnando ai nostri parenti e amici come verificare le fonti e sottostando a una “dittatura dell’informazione scientifica” che è poi alla base della scienza stessa. Come diceva Piero Angela, “la scienza non è democratica: la velocità della luce non si può decidere per alzata di mano”.