Se negli archivi della Fifa esistesse il cassetto degli Xfiles, questa storia sarebbe certamente contenuta al suo interno. Una vicenda dai contorni sfumati, astratti, asimmetrici. Uno di quei casi in cui i “si dice”, i “pare che”, i “sembrerebbe” vengono disseminati abbondantemente lungo tutto il racconto, e in cui l’alone umidiccio del mistero e l’odore stantio del non detto, sono la sgradevole compagnia nella narrazione dei fatti. È il 13 luglio 1998: Luis Nazario da Lima, detto Ronaldo, il giorno dopo la finale dei mondiali persa dal Brasile, giunge a Rio de Janeiro, scendendo la scaletta dell’aereo con la fatica e la sofferenza che farebbe un uomo anziano. Ronaldo sembra un tronco d’albero, flette le ginocchia a fatica e ad ogni gradino sceso si aggrappa al corrimano, per non lasciare che il suo peso ubbidisca severamente alla gravità, cadendo pesantemente. Il volto trasfigurato e la camicia stropicciata dal lungo viaggio, sembrano aggravare le sua condizione. Ma cosa è successo al fenomeno?

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Nel 1998 Ronaldo ha 21 anni. È il giocatore più pagato al mondo. È lui la star del mondiale. Tifosi e addetti ai lavori sanno che il quinto alloro iridato del Brasile, passerà attraverso le sue magie. Una colorata, inesorabile samba lungo tutto il percorso verso il trionfo. Il cammino della sua squadra però, è meno agevole di quanto si creda. Successi contro Marocco e Cile a parte, per tutto il resto del torneo fa registrare vittorie di misura e passaggi del turno conquistati con fatica. Comunque, Ronaldo non tradisce le attese, segna 4 gol, contribuendo in modo decisivo all’approdo in finale. La giovane multietnica Francia, tornata ai mondiali dopo aver mancato la qualificazione nel 90 e nel 94, a parere di molti farà la fine del fuscello in balia di un uragano. Più che la squadra rivale, una vittima sacrificale.

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Il 12 luglio 1998, giorno della finale, nell’hotel di Parigi dove alloggia la Selecao è tutto tranquillo. Dopo pranzo, i giocatori si ritirano nelle loro camere per riposare. Ognuno inganna l’attesa a suo modo. Qualcuno dorme, qualcuno chiacchiera, altri giocano alla Playstation. Ronaldo e Roberto Carlos, stanno guardando la Formula 1, sdraiati sui loro letti. Scambiano qualche parola, poi Roberto Carlos decide di ascoltare della musica, così si infila le cuffie, voltando le spalle a Ronaldo. Le stanze sono comunicanti tra loro dall’interno, divise da una porta. Quella che separa la camera di Ronaldo e Carlos da quella di Edmundo e Cesar Sampaio deve essere aperta, o quantomeno socchiusa. Quando Edmundo transita casualmente davanti a quella porta, scorge Ronaldo, in preda alle convulsioni. Subito lancia l’allarme e va in soccorso del compagno, che rischia il soffocamento, a causa della lingua rovesciata. Terrorizzato Roberto Carlos si sveglia, si precipita in corridoio cercando aiuto. Quando nella stanza arriva il medico della squadra, Edmundo è già riuscito ad aprirgli la bocca, riportando la lingua nella sua posizione naturale. Inspiegabilmente però, nessuno pensa che sia il caso di portarlo in ospedale.

All’ora della merenda, quello che si presenta in sala di pranzo non è il solito Ronaldo. Alcuni suoi compagni, per descriverne l’estraneità a ciò che lo circonda, arriveranno a definirlo autistico. Si respira inquietudine, il silenzio è tombale, la squadra è evidentemente scossa. Leonardo de Araujo, che fin da allora si distingueva per essere un uomo, prima che uno sportivo, parla con Ronaldo, poi con lo staff tecnico e i medici. Finalmente, decidono di portarlo in ospedale per accertamenti. La notizia intanto è arrivata alla stampa, seppur priva di particolari. Cominciano a diffondersi i primi dubbi sulla sua presenza nella finale. Dubbi che paiono certezze quando il ct Zagallo, rende pubblica la formazione: Ronaldo non c’è. Invece, sorprendentemente, quando le squadre scendono in campo, dal tunnel che dagli spogliatoi conduce al terreno di gioco, ultimo della fila dei suoi e con lo sguardo basso, sbuca il fenomeno.

Ma il Brasile non è il Brasile, e Ronaldo non è Ronaldo. La Francia passeggia, vince 3-0, grazie a una doppietta di Zidane e un gol di Petit. D’accordo, ma cosa è successo a Ronaldo? Perché giocò quella partita? Alla prima domanda, le risposte fornite, furono sostanzialmente due. La prima versione, racconta che vi fu su di lui una eccessiva pressione psicologica, che avrebbe portato il brasiliano al culmine della tensione quel pomeriggio, scatenando le crisi convulsiva. L’altra, ipotizza che il suo ginocchio, che segretamente cominciava già a scricchiolare pericolosamente, avesse bisogno di essere siringato per eliminare il liquido sinoviale. Operazione che può essere effettuata per un numero limitato di volte nell’arco di una intera carriera, ma che su di lui era già stato praticata in innumerevoli occasioni, nell’arco di un mese, con effetti devastanti sul suo fisico. L’ipotesi della crisi epilettica, invece, fu sempre scartata dai medici dell’ospedale.

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Per quanto riguarda la decisione di schierarlo nella formazione titolare, qui le cose si fanno molto più torbide, se possibile. Zagallo dirà che i medici diedero il via libera. I medici dissero che dagli esami effettuati, non risultava nulla che impedisse a Ronaldo di giocare. Lui stesso disse che la scelta fu solo sua. Ma il dubbio più atroce, riguarda lo sponsor tecnico della Selecao, la Nike. In origine partner del solo Ronaldo, divenne in breve tempo fornitore e sponsor della nazionale verdeoro, in forza di un faraonico contratto. In cambio però, la federazione dovette cedere molto potere decisionale all’azienda di Beaverton, persino sulla formazione da mandare in campo. Vi fu anche una interrogazione del parlamento brasiliano per fare chiarezza su questo punto, ma non uscì nulla di rilevante da quell’indagine. La verità probabilmente è rimasta a Parigi, tra camere d’albergo, stanze di ospedali e spogliatoi dello stadio. Quello che è certo, è che una brutta pagina di calcio fu scritta quel giorno, in cui la salute di un giovane uomo, fu un dettaglio irrilevante all’interno di un meccanismo più grande di lui stesso, nonostante fosse il più forte giocatore al mondo.

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Giuseppe Di Girolamo
La passione per lo sport e la scrittura hanno tracciato un indelebile solco, che non ha solo segnato la mia vita, ma l'ha decisamente indirizzata e caratterizzata. Da due anni scrivo sul sito il corsivosportivo.it, portale di interviste ed editoriali. Da poco, all’interno del sito ho aperto la rubrica OFF PEAK, che tratta di argomenti vari, quali ad esempio, costume, politica, società, cultura e spettacoli. Nel corso degli anni alcuni dei miei articoli sono apparsi anche sul sito www.gazzetta.it, inoltre fino a due anni fa, ero un collaboratore del loro inserto cartaceo domenicale “FUORIGIOCO”. Ho recentemente conseguito un master in giornalismo sportivo, proprio presso Rcs-Gazzetta dello Sport. Ora mi sono felicemente lanciato a capofitto in una collaborazione con il blog The Pitch. Lo sport oltre a raccontarlo, lo pratico: sono infatti un podista a livello amatoriale, ho corso molte della maratone più importanti al mondo tra le quali: Boston, New York, Berlino, Londra, Roma, Valencia e Siviglia.