A cura di Francesco Chirico

Sentiamo spesso parlare di impronta ecologica, ovvero la quantità di risorse naturali che ognuno di noi consuma. Ad oggi la media mondiale dell’impronta ecologica è pari a 1,6. Questo significa che la Terra ha bisogno di più di un anno e mezzo per rigenerare quello che l’uomo consuma in un anno. È una situazione di costante deficit di cui si parla troppo poco. Si riesce ad ignorare così bene il problema perché il sistema Terra è molto grande, e questi meccanismi vengono diluiti nei secoli. 

Ben altre velocità si verificano in mondi più piccoli. È il caso di Pico, una delle isole dell’arcipelago delle Azzorre. La posizione è praticamente il centro geometrico dell’oceano Atlantico, tanto che una delle guide turistiche delle Azzorre le definisce “a metà strada tra il Portogallo e il Canada”. Con distanze così elevate dai continenti, il mondo si riduce, a parte pochi scambi commerciali, alla sola isola. 

Gli abitanti di Pico non si sono potuti permettere il lusso di consumare più risorse di quante l’isola ne rigenerasse, facendo quindi tutto il possibile per ottimizzare i consumi e le risorse. 

La montagna

Pico è molto particolare, viene chiamata anche solo “la montagna”, grazie alla sua principale caratteristica: il vulcano di Pico, montagna più alta del Portogallo con in suoi 2351 m. Il vulcano è l’isola, e l’isola è il vulcano. Appena si arriva, via mare o con piccoli aerei bi-elica, il terreno inizia a salire, fino alla cima del vulcano. Dal mare alla cima, è tutto terreno vulcanico. Gli isolani hanno dovuto farci i conti, perché quello è l’unico terreno che c’è. 
La cima del vulcano, che emana ancora vapore caldo, è spesso al di sopra delle nuvole, ed è un ottimo punto di osservazione verso le vicine isole di Faial e Sao Jorge. All’orizzonte, solo oceano. Ovviamente tra tutti i posti dell’isola, la cima del vulcano è quello meno frequentato, è solo meta di turismo, che gli isolani non sfruttano ancora al meglio. 

L’ultimo tratto di salita verso la cima del vulcano Pico. Qui si è spesso sopra alle nuvole, e dopo poco si iniziano a sentire i vapori caldi emessi dal vulcano. ©Francesco Chirico

Le pendici del vulcano vere e proprie sono completamente rocciose, e sono rimaste quindi allo stato selvaggio. Appena la pendenza diminuisce, i grandi prati sono stati ripuliti dai sassi sparsi qua e là, e sono stati adibiti ad allevamento di mucche e tori, cosa abbastanza frequente su tutte le isole dell’arcipelago. In mezzo ai prati però, capita spesso che si aprano tunnel lavici, antichi resti dell’attività vulcanica. 
In questo ambito gli isolani sono riusciti a valorizzare il loro patrimonio anche dal punto di vista turistico, realizzando musei e visite all’interno delle grotte, nonostante fino a poco tempo fa venissero spesso usate come discariche.

Talmente è fitto il reticolo dei currais, che quasi non si vede il verde della vite che cresce al riparo dal vento. ©Maria Barilli

La vera meraviglia dell’isola e delle fatiche degli abitanti di Pico la si ammira nelle terre più vicine al mare. La vite qui ha un clima favorevole per crescere, ma manca il terreno in cui farle mettere le radici. Il terreno è spazzato costantemente dai venti atlantici, e presenta solo uno strato roccioso. Con quello che venne poi definito il miracolo di Pico, gli abitanti hanno spaccato migliaia di metri quadri di pietra basaltica, costruendo un’infinita serie di muretti, i currais, dal 2004 patrimonio UNESCO. Questi muretti proteggono dal vento la vite, che rimane adagiata a terra, al contrario di quella che siamo abituati a vedere in Italia e in Europa. L’effetto è di un immenso labirinto di roccia, in cui ogni anno si lavora completamente a mano, perché nessuna macchina è in grado di infilarsi all’interno di quei faticosi artefatti umani. 
Il Verdelho, principale vino prodotto su Pico, è stato esportato in Europa, fino ad arrivare sulle tavole degli Zar di Russia.

Oceano

Sulle coste rocciose dell’isola si mischiano acqua fredda oceanica e acqua riscaldata dal vulcano. Al di là delle onde c’è Faial, isola più piccola, ma con un porto naturale eccellente. Questo è diventato quindi il naturale approdo delle navigazioni transatlantiche. L’isola è sempre stata più ricca rispetto alle sorelle vicine, con continui contatti con chiunque dovesse navigare tra vecchio e nuovo continente. Oggi rimangono i murales del porto, continuamente aggiornati dai navigatori di passaggio, e il gin tonic più buono, nonché l’unico, dell’Atlantico.

Il porto di Faial mette a disposizione lo spazio per dipingere le storie e i simboli della patria di chi attraversa l’Atlantico. ©Matteo Banal

Pico ha un rapporto molto diverso con l’Oceano. Di pesca se ne pratica poca, e si capisce subito dalla dieta locale, quasi completamente composta da carne rossa. Il motivo principale per cui le barche uscivano dal porto era la caccia ai capodogli. 
Nulla a che vedere con gli attuali metodi di caccia delle baleniere giapponesi, la caccia ai capodogli avveniva in equilibrio con l’ecosistema e coinvolgeva tutta la popolazione. Anche i ricavi non erano degni del paragone giapponese: dei capodogli veniva utilizzato soprattutto il grasso contenuto nel cranio degli animali, da cui traggono il nome. Tale grasso veniva utilizzato per ingrassare i macchinari, usati perlopiù per la caccia stessa. Non era il modello economico più proficuo insomma. 

Una delle postazioni di guardia per l’avvistamento di capodogli. ©José Luís Ávila Silveira/Pedro Noronha e Costa

La vera particolarità sono le tecniche in cui la popolazione si era specializzata. Tutto si basava sulle abitudini dei capodogli stessi, che passano dalle Azzorre durante le lunghe migrazioni. Non c’erano sufficienti risorse per mantenere una flotta costantemente in mare, quindi mentre si continuava il duro lavoro nei currais e i pastori pascolavano le mucche, pochi uomini gestivano l’avvistamento dei capodogli. La loro giornata era monotona ed alienante, interamente passata all’interno di una torretta di un metro quadro o poco più, con un panino e un binocolo. Dall’alto delle scogliere più panoramiche, scrutavano la superficie del mare in cerca di un piccolo dettaglio. Nel caso di avvistamento, il loro compito era quello di lanciare un razzo di segnalazione, che dava il via alle operazioni. 

Una delle barche dei “baleiros”, con l’albero maestro ripiegato al suo interno. ©Francesco Chirico

Immediatamente si posava qualunque attrezzo si avesse in mano, e si correva al porto. Qui la prima parte avveniva con una barca a motore, che trainava una speciale barca affusolata, con a bordo la squadra di balenieri. Una volta raggiunti gli animali, la barca a motore abbandonava la scena, per non disturbare con il rumore del motore. Tutto era costruito nel modo più efficiente possibile: in pochi secondi l’albero maestro, imperniato a prua, veniva issato in posizione verticale, con la vela già spiegata. A questo punto tutto è nelle mani e nell’esperienza dell’equipaggio. Ci sono pochi minuti per arpionare – lanciando l’arpione a mano – il capodoglio, che puntualmente si inabisserà per circa 40 minuti. Dopo questi 40 minuti il capodoglio tornerà a pelo d’acqua a una distanza ben precisa, in direzione nord. È qui che si vede la capacità dei cacciatori, in grado di farsi trovare nel punto esatto di affioro, e finire l’inseguimento, lo stesso inseguimento che ha ispirato Herman Melville nel suo Moby Dick.

Sviluppo e turismo sostenibile

La caccia ai capodogli è continuata con questi meccanismi fino agli anni ‘80. Il 1° gennaio 1986 il Portogallo, di cui le Azzorre fanno parte, ha fatto il suo ingresso nell’Unione Europea, e come vincolo per l’ingresso, c’era lo stop alla caccia ai capodogli. 

Gli isolani, fortemente legati alla madrepatria, hanno continuato a cacciare dal 1982 – anno del divieto ufficiale – fino al 1986, poi hanno smesso senza particolari proteste. Al contrario, le Azzorre sono uno dei simboli del turismo e dello stile di vita sostenibile.

I cartelli nella zona dei Whale Watchers indicano una perfetta integrazione tra uomini e balene. ©Francesco Chirico

Oggi la tradizione della caccia ai capodogli si è trasformata in whale watching. La stessa persona che passava le ore a scrutare il mare per guidare i balenieri, ora offre le proprie abilità ai whale watcher, in costante contatto radio. Le barche e gli attrezzi sono esposti in un dettagliato museo, nella sede stessa dell’ex fabbrica Armatori Balenieri Riuniti.

Le Azzorre sono il primo arcipelago al mondo ad ottenere la certificazione ufficiale di meta sostenibile del Global Council for Sustainable Tourism.