Era l’anno dei Mondiali, quelli del 1990. La Nazionale italiana che vince, però, non è quella che aspettavano tutti, quella di calcio. È l’Italvolley, di cui noi profani ci siamo colpevolmente accorti solo domenica 28 ottobre, il giorno della vittoria sui favoritissimi cubani. Per la prima volta nella sua storia l’Italia della pallavolo è campione del mondo. Ma sulla bocca di tutti ci sono sempre e solo i Mondiali di calcio, che tornano a disputarsi in Italia dopo 52 anni dall’ultima volta. Il nostro paese è al culmine dei “meravigliosi Anni 80” – che poi forse meravigliosi non erano. Una politica affamata di potere e denaro attingeva a piene mani alle risorse del paese, facendole proprie e restituendo alla popolazione l’effimera illusione di un benessere economico soltanto di facciata.

Ci sentivano in rampa di lancio, credevamo che qualunque attività avrebbe beneficiato dell’organizzazione della rassegna iridata, ma non andò così. Quel decennio verrà perfettamente simboleggiato dalla “Milano da bere”, di cui le inchieste della decade successiva stigmatizzeranno l’emblema della corruzione e del malaffare. Mancano solo due anni al quel pomeriggio di febbraio in cui prenderà il via l’inchiesta “Mani Pulite”, giornalisticamente ribattezzata “Tangentopoli”. Mario Chiesa, socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio, verrà arrestato in flagranza di reato, sorpreso a riscuotere una tangente di 7 milioni di lire relativa all’assegnazione di un appalto per le pulizie all’interno dell’istituto. È la prima tessera del domino a cadere, anche se quella rivoluzione, purtroppo, non si completerà. Anche gli stadi scelti per ospitare le partite dei Mondiali vennero ristrutturati o costruiti da zero grazie ad appalti assegnati attraverso il sistema delle tangenti.

Nell’estate del 1990 viene anche varata la Legge Mammì, che dovrebbe regolare il mercato radiotelevisivo, con un occhio particolarmente rivolto ai soggetti privati. Anzi, al soggetto privato: la Fininvest di Berlusconi. Le sue reti, divenute in pratica nazionali pur trasmettendo su base regionale, sono nate e cresciute approfittando del caos creato da un vuoto legislativo. Quella firmata dall’Onorevole Oscar Mammì, dovrebbe essere una legge antitrust, ma in pratica non fa altro che fotografare e rendere legale la situazione in essere: 3 reti televisive nazionali, 3 reti private e ogni editore non può possedere più di 3 emittenti tv. Berlusconi mette a segno la sua prima legge ad personam, pur non essendo ancora in entrato in politica, almeno non ufficialmente.

La caduta del Muro di Berlino – Gamma-Rapho via Getty Images

Cosa succede intanto fuori dai nostri confini? Il periodo era di grosso fermento storico e politico. La notte del 9 novembre 1989 inizia la storia d’attualità: cade il muro di Berlino. Il pianeta, che era stato diviso in due parti dopo la Seconda Guerra Mondiale, torna ad essere un unico condominio. A Est però, si accorgono di aver avuto in casa per molto tempo i loro vicini di pianerottolo, e non ci stanno più. Pochi mesi dopo infatti cade il dittatore Ceausescu in Romania, poi nella primavera del 1991 la Slovenia reclama la propria indipendenza, dando il via alla guerra in Jugoslavia. Quello stesso anno inizia anche la guerra in Albania, a cui seguirà il grande esodo via mare del popolo albanese verso il nostro Paese. Lo zenit di tutti questi avvenimenti porterà il 26 dicembre 1991 alla definitiva morte di un mondo, con lo scioglimento dell’unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Pochi mesi più tardi anche cechi e slovacchi abiteranno due nazioni distinte.

Torniamo ai Mondiali. Italia ’90 doveva essere la passerella organizzata per portare la nostra Nazionale di calcio al quarto titolo. Quella di Azeglio Vicini è unanimemente considerata una delle squadre azzurre tra le più forti e più spettacolari di sempre. La finale che tutti attendono la sera dell’8 luglio a Roma è Italia-Germania Ovest. Ma l’Argentina, che non avrebbe dovuto superare neanche la fase a gironi, viene invece trascinata in semifinale dall’immenso Diego Maradona che ci elimina ai calci di rigore.
Il trofeo andrà nelle mani tedeschi, che vinceranno 1-0 al termine di una delle più brutte finali che si ricordino. A noi resta il volley, a cui pochi paiono interessati. Ma niente paura, il carro del vincitore è ampio, ci staremo tutti.

In realtà l’epoca d’oro del volley italiano è già iniziata da qualche anno, almeno a livello di club. Quasi tutti i migliori elementi giocano nel nostro campionato. Le tre principali squadre che contribuiscono a costituire l’ossatura del team che andrà a giocarsi le proprie chance in Brasile, dove si tiene la manifestazione iridata, sono Panini Modena, Sisley Treviso e Maxicono Parma, che si contendono campionati e coppe in quegli anni, a cui si aggiungono alcuni elementi di Milano, Padova, Macerata e Ravenna. I 12 che fanno parte della spedizione azzurra sono Andrea Gardini, Marco Martinelli, Ferdinando De Giorgi, Paolo Tofoli, Roberto Masciarelli, Andrea Anastasi, Marco Bracci, Lorenzo Bernardi, Luca Cantagalli, Andrea Zorzi, Andrea Lucchetta e Andrea Giani.

La squadra è guidata dal 1989 dall’argentino Julio Velasco, “il filosofo”, che dopo aver firmato per 5 anni i trionfi di Modena, lascia la panchina del club e si dedica a tempo pieno alla Nazionale italiana. E il primo anno di gestione Velasco si rivela subito molto brillante: vince il campionato europeo e arriva secondo nella Coppa del Mondo, perdendo soltanto contro Cuba. Sono risultati notevoli, i migliori fino ad allora conseguiti, dato che l’Italvolley non aveva mai colto alcun alloro. Le prospettive quindi per il campionato del mondo sono interessanti, quantomeno c’è la curiosità di sapere se questi ragazzi sapranno confermarsi ad alto livello, ma di lì a vincere…

Cantagalli, Gardini e Giani a muro

Nel girone eliminatorio l’Italia è in compagnia di Cuba, Camerun e Bulgaria. Si sbarazza facilmente delle ultime due, mentre ancora una volta perde contro Cuba. Il regolamento prevede 4 gironi eliminatori di 4 squadre: le prime di ogni gruppo accedono direttamente ai quarti di finale, mentre le seconde e le terze giocheranno un turno in più a eliminazione diretta, le cui vincenti raggiungeranno a loro volta i quarti. Agli Azzurri, secondi nel proprio girone, tocca la terza del girone A, la Cecoslovacchia, che viene travolta con un secco 3-0. Ai quarti, soccombe anche l’Argentina, ancora per 3-0. Nella altre partite Brasile e Urss passeggiano rispettivamente contro Francia e Bulgaria, mentre Cuba e Olanda giocano in pratica una finale anticipata, che i cubani si aggiudicano per 3-2. In semifinale ci sono tre delle squadre favorite per la vittoria finale: Cuba, Brasile e Urss insieme alla sempre più sorprendente Italia. Certo, Cuba a parte, il cammino dei nostri è stato abbastanza agevole, ma in ogni caso sono lì, tra le prime quattro squadre al mondo. Dove forse molti credono si fermerà. Soprattutto perché ci toccano in sorte i padroni di casa del Brasile, che al Maracanazihno avranno tutto il pubblico dalla loro parte.

Il primo set infatti è a favore dei verdeoro, che schiantano gli azzurri per 15-6. Poi 15-8 e 15-9 per l’Italia, che passa a condurre per 2 set a 1. Nel quarto set c’è il ritorno dei brasiliani, che vincono con un parziale di 15-8. Occorre giocare il quinto set o tie-break, come veniva chiamato all’epoca. Ora, bisogna ricordare che a quel tempo le regole erano diverse, esisteva il cambio palla nei primi 4 set, le squadre segnavano un punto soltanto quando erano al servizio. Ma non al quinto, dove ogni azione vincente è un punto. Nonostante questo, la partita resta in totale equilibrio. L’Italia conduce 14-13. Ha il suo primo matchball, ma a servire è il Brasile. Cantagalli riceve la battuta col bagher, la palla giunge a Tofoli che alza per Lucchetta, che con una veloce schiaccia all’interno del rettangolo di gioco avversario. Vittoria per 3 set a 2 e Azzurri in finale. Il palazzetto ammutolisce. Jacopo Volpi, giornalista Rai notoriamente pacato e composto, ha la stessa voce di Giampiero Galeazzi quando commentò la gara dei fratelli Abbagnale alle Olimpiadi di Seoul. Ma ancora non ha visto nulla. E neanche noi.

Il giorno seguente si gioca la finale e sulla nostra strada troviamo nuovamente Cuba, che nell’altra semifinale batte 3-1 l’Unione Sovietica. Inutile nasconderlo, ci avevano già battuto due volte, sono i naturali favori. Dopo l’incontro disputato nel girone eliminatorio, Lucchetta aveva commentato: «Non ci hanno soltanto battuti, ci hanno massacrati». I caraibici non si smentiscono neanche nel primo set della finale, che si aggiudicano con apparente facilità, facendo valere la loro supremazia fisica. In attacco sono guidati dal loro leader Joel Despaigne, niente sembra poterli fermare. Dirà di lui Zorzi «quando si apprestava a schiacciare lo sentivi arrivare».

Ma così come era accaduto il giorno prima, gli l’Italia si aggiudica secondo e terzo set, passando così a condurre la partita. I nostri avversari paiono frastornati. Il quarto set è come un incontro di pugilato, a ogni botta corrisponde una risposta. Serviamo sul 15-14 la palla del match e del Mondiale. Sulla battuta di Zorzi i cubani difendono bene, Diago alza per Despaigne che prova la veloce, ma il muro azzurro ribatte. Sembra fatta ma la palla termina fuori. «Nonostante fossimo a un punto dalla sconfitta, eravamo ancora sicuri di vincere quel set ed andare al tie-break» dirà Despaigne. Mentre sul versante italico Zorzi ricorda:

Sul 15-14 per noi la palla della vittoria non cadeva mai, continuavamo a perdere il servizio.

La partita sembra più volte sul punto di decretare il successo degli Azzurri, ma ogni matchball viene annullato dai cubani, che a loro volta però perdono il servizio anziché mettere a segno il punto del pareggio. Finché, sull’ennesimo attacco, al termine di un azione al cardiopalma dove Lucchetta sventa per ben due volte la riconquista della battuta da parte dei nostri avversari, Bernardi colpisce da dietro linea dei tre metri, il muro cubano tocca, ma la palla è troppo veloce, si impenna e termina fuori. Jacopo Volpi è incontenibile, non smette di esclamare «Campioni del mondo».

Quel giorno nasce una delle squadre più forti di sempre, dell’intero movimento sportivo azzurro. Alla fine di quel meraviglioso e forse irripetibile ciclo durato all’incirca 10 anni il palmares si arricchirà, volendo menzionare solo i successi più importanti, di tre Mondali, una Coppa del Mondo, un argento e un bronzo olimpico, quattro Europei e ben otto World League. Più che una supremazia, una vera dittatura. Questo collettivo verrà soprannominato dallo stesso Jacopo Volpi, attingendo a una bellissima canzone degli Stadio, generazione di fenomeni. La federazione internazionale la inserirà nella Hall Of Fame, nominandola squadra di volley del secolo. L’unico alloro che sfuggirà sarà la medaglia d’oro olimpica, di cui nessuno componente di quella squadra farà mai mistero, soffriranno la mancanza. Come fosse stata la consacrazione che in realtà avevano già ampiamente conseguito.



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Giuseppe Di Girolamo
La passione per lo sport e la scrittura hanno tracciato un indelebile solco, che non ha solo segnato la mia vita, ma l'ha decisamente indirizzata e caratterizzata. Da due anni scrivo sul sito il corsivosportivo.it, portale di interviste ed editoriali. Da poco, all’interno del sito ho aperto la rubrica OFF PEAK, che tratta di argomenti vari, quali ad esempio, costume, politica, società, cultura e spettacoli. Nel corso degli anni alcuni dei miei articoli sono apparsi anche sul sito www.gazzetta.it, inoltre fino a due anni fa, ero un collaboratore del loro inserto cartaceo domenicale “FUORIGIOCO”. Ho recentemente conseguito un master in giornalismo sportivo, proprio presso Rcs-Gazzetta dello Sport. Ora mi sono felicemente lanciato a capofitto in una collaborazione con il blog The Pitch. Lo sport oltre a raccontarlo, lo pratico: sono infatti un podista a livello amatoriale, ho corso molte della maratone più importanti al mondo tra le quali: Boston, New York, Berlino, Londra, Roma, Valencia e Siviglia.