La questione degli albanesi d’Italia, gli Arbëreshë, continua a fornire spunti su vicende poco note del Mezzogiorno del nostro paese. Storie di luoghi remoti in grado di mettere in luce un periodo buio della nostra Storia nazionale.
Un esempio è quanto accaduto a Tarsia, un zona sperduta e paludosa della Calabria in provincia di Cosenza, protagonista di una straordinaria vicenda di umanità e fratellanza nel quadro della tragedia della Shoah.

In verde le comunità Arbëreshë del Meridione, Tarsia è uno dei principali centri d’influenza della cultura albanese in Calabria

Prima di tutto occorre inquadrare il contesto bellico in cui versava la Calabria durante la seconda guerra mondiale. Ad eccezione dei capoluoghi di provincia -Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria – e di un paio di luoghi strategici come Vibo Marina e Sibari che subirono pesanti bombardamenti, il resto della regione ebbe danni lievi. Parte della popolazione attribuì lo scampato pericolo a un miracolo di San Francesco di Paola ma, senza nulla togliere al santo, la principale giustificazione risiedeva nello scarso peso che aveva la Calabria all’interno del teatro bellico dell’invasione Alleata. Gli anglo-americani sbarcarono a Reggio Calabria nel 1943, mentre le forze dell’Asse battevano in una celere (e celebre) ritirata sulla linea Salerno-Adriatico per evitare di trovarsi circondati da una seconda ondata di sbarchi delle forze alleate a Salerno e Taranto.

Operazione Baytown: Sbarco di reparti di fanteria britannica a Reggio Calabria, il 3 settembre 1943 – Credits © Wikipedia

La Calabria non ha quindi conosciuto scontri importanti, pertanto a cavallo del secondo conflitto mondiale la popolazione residente aumentò: da 1.771.651 del censimento 1936 a 2.060.147 accertati il 31 dicembre 1947. Un incremento demografico, attribuibile sia all’impossibilità di emigrare che alle condizioni socio-economiche rimaste immutate nel corso del Ventennio, che portò a una sorta di “povero equilibrio”. Si può sostanzialmente affermare che l’arretratezza, dettata dalla mancanza di industrie strategiche e di infrastrutture, abbia salvato i calabresi dalle insidie del conflitto.

In questo scenario si colloca la storia di Tarsia: una cittadina agricola di 2000 abitanti adagiata su una collinetta, alla cui base è situato un lago con una diga che fornisce acqua a tutta la piana di Sibari. All’epoca dei fatti il paesaggio era però diverso.

Ai piedi del paese, nel 1940 venne costruito un campo di internamento per internare e concentrare gli ebrei stranieri e apolidi residenti in Italia dopo l’emanazione delle leggi razziali del settembre 1938. Dei 10 mila ebrei non cittadini italiani conteggiati nel censimento del Ministero dell’Interno nel 1938, buona parte riuscì ad abbandonare il paese mentre ai circa 3 mila che invece rimasero in Italia, sorpresi da un mandato di arresto, toccò una sorte peggiore: il Campo di internamento di Ferramonti di Tarsia.
Questo luogo, proprio a causa della sua posizione geografica, non diventò mai un campo di transito verso altre tragiche mete come i campi di sterminio (https://it.wikipedia.org/wiki/Soluzione_finale_della_questione_ebraica), perché si trovava a metà strada tra Castrovillari e Cosenza, in un territorio depresso e lontano da grandi centri urbani e strategici. Si trattava di una zona fortemente insalubre e malarica, già sottoposta a continue e inefficaci bonifiche da parte dell’imprenditore Eugenio Parrini.

È necessario analizzare meglio la controversa figura di Eugenio Parrini. Con lo scoppio della guerra, proprio nel 1940, le opere di bonifica in tutto il territorio nazionale vennero bloccate per dirottare tutte le risorse allo sforzo bellico.
Grazie a una serie di amicizie altolocate, il Parrini riuscì a superare tutti gli ostacoli burocratici, facendosi appaltare dal Ministero degli Interni la costruzione del Campo d’internamento di Ferramonti, il 9 dicembre del 1941 per la cifra di 7.419.905 lire (circa 5-6 milioni di euro attuali). L’imprenditore si spinse oltre, costringendo i primi ebrei, arrivati il 20 giugno del 1940, ai lavori forzati per costruire le strutture del campo, dove impose un proprio spaccio alimentare.
Eugenio Parrini non pagò mai per questi crimini. Nel 1936 venne nominato Cavaliere del Lavoro, costruì Chiese per il Vaticano, scrisse per le Edizioni Paoline e alla fine della guerra cambiò casacca.

Rara immagine di Eugenio Parrini tratta dall’Archivio Storico dei Cavalieri del Lavoro – Credits © Studi Umbri

Il campo di Ferramonti si contraddistinse per i meccanismi interni estremamente differenti da quelli dei più tristemente noti lager. Per quanto la struttura rispondesse a logiche detentive con baraccamenti circondati da palizzamenti di filo spinato e reti per evitare la fuga, la vita condotta dagli internati cercava di riflettere la quotidianità perduta, con la possibilità di ricevere cibo, vestiti, lettere dall’esterno, organizzazione di scuola per bambini e adolescenti, frequenti visite di personalità politiche e religiose nonché di istituzioni umanitarie tra cui il DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei), ente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, fondato il 1° dicembre 1939 con il consenso del governo di Mussolini.

Visita al campo di Moshe Sharett (futuro primo ministro di Israeliano) insieme alla brigata ebraica, Aprile 1944.
Credits © Comune di Tarsia (CS) – Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia

Una delle più importanti attestazioni archivistiche sul campo riguarda il funzionamento delle istituzioni scolastiche che, fin dal settembre 1941, accolsero studenti di differenti nazionalità (greci, jugoslavi, ebrei francesi, italiani e tedeschi) e furono capaci di riproporre una complessa organizzazione didattica che toccò più di 100 internati. Preziose sono le testimonianze attualmente custodite presso l’archivio del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano), tra le cui carte spiccano la figura di Erich Wittenberg, Eric Cohn e Jan Hermann, direttori della scuola del campo tra il 1940 e il 1943, i quali, nei costanti scambi epistolari con Israel Kalk (un membro del DELASEM), aggiornano l’organismo ebraico sulla situazione scolastica del campo, consegnandoci un spaccato significativo della vita quotidiana degli internati: il regolamento scolastico, gli annunci di corsi professionali, le statistiche di frequenza, le schede di valutazione dei gruppi classe e dei gruppi etnici in cui il campo era suddiviso.

Veduta del Campo di Internamento di Ferramonti di Tarsia da una collina circostante con un manipoli di militi della MVSN (1942) –Credits © Comune di Tarsia (CS) – Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia

Il campo era soggetto alla giurisdizione della Polizia di Stato e vi erano alcuni agenti e un maresciallo di polizia, in aggiunta a una milizia fascista reclutata localmente e inquadrata nella MVSN, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Una delle figure cardine in questa storia è quella del primo e più importante direttore Paolo Salvatore, che ebbe un atteggiamento tollerante nei confronti degli ospiti del campo unito ad un spirito collaborativo nei confronti delle comunità ebraiche, dove era presente un buon numero di professionisti di alto livello. Salvatore era un commissario di Polizia, arrivato a Ferramonti con una passata esperienza di direzione nella colonia di confino politico di Ventotene e di Ponza, dove incontrò Giorgio Amendola che lo ricorda e lo cita nel suo libro Un’Isola per le sue doti di tolleranza e umanità. Salvatore è uno dei ragazzi del ‘99, con un carattere forte e volitivo che lo porta ad arruolarsi come volontario nella prima guerra mondiale per poi partecipare con D’Annunzio all’impresa fiumana. 

Interno di una baracca – Credits © Comune di Tarsia (CS) – Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia

Salvatore si trovava in una evidente posizione di supremazia rispetto agli ospiti del campo, avrebbe potuto ucciderli e rendere la loro permanenza un inferno in terra, ma non lo fece. Se da una parte adottò un regolamento ferreo e molto restrittivo (tre appelli giornalieri, nessuna possibilità di leggere, nessuna possibilità di riunirsi, ecc.), dall’altra sostanzialmente lo disattese, attento a far sì che quanto realmente avveniva all’interno del campo non trapelasse all’esterno e non lo costringesse a un intervento più coercitivo. Adottò un‘intelligente strategia del “lasciar fare, nei limiti che quel luogo gli concesse, permettendo l’organizzazione di spettacoli, matrimoni, mantenendo in attività una scuola e consentendo agli ospiti di pregare e riunirsi, favorendo lo scambio culturale e artistico.

Paolo Salvatore sulla sua moto di servizio insieme a dei bambini del campo – Credits © Studi Umbri

Portò regolarmente i bambini in giro in macchina o in moto nella vicina Tarsia. La cosa che colpisce della sua figura è un costante atteggiamento volto a interpretare e poi applicare le norme nella maniera più umana possibile. Lasciò alla comunità ebraica la possibilità di auto-gestirsi, a patto che i detenuti non creassero problemi di cui eventualmente giustificarsi con i suoi superiori. Atteggiamento che gli viene riconosciuto da moltissime fonti e testimonianze ebraiche raccolte nel “Fondo Kalk” al CDEC di Milano, la fonte documentale ebraica più rilevante su Ferramonti.

Nel campo, che si contraddistinse per la miscellanea etnica e religiosa, Salvatore concesse la possibilità di riunirsi in assemblee rappresentative ribattezzate il Parlamento di Ferramonti, la struttura sociale e organizzativa più rilevante del campo: gli occupanti di ciascuna baracca eleggevano un proprio rappresentante e l’insieme di tutti i rappresentanti eleggeva un unico capo dei capi, che era il più alto in grado nel Parlamento e che aveva rapporto diretto con la direzione del campo. A pensarci bene fu la cosa più democratica mai capitata in quel periodo storico in Italia.

L’avventura di Salvatore finì a Ferramonti quando, per difendere un ebreo che non si era fermato ad ammainare la bandiera, picchiò l’unico fascista ortodosso presente nel campo: il centurione Alberto Zei, fiorentino appartenente alla banda Dumini, quella del delitto Matteotti. Un gesto imperdonabile, punito con il trasferimento nel nord Italia.

Altra storia di spicco, che si incrocia con Ferramonti, è quella del Maresciallo Gaetano Marrari. Nel mezzo della ritirata dei tedeschi verso Salerno e Taranto, il Maresciallo, con la collaborazione dei locali, fece scappare tutti gli ospiti in direzione del fiume Crati, nei vari casolari e nei vicini comuni Arbëreshë. Marrari rimase nel campo insieme al Cappellano Callisto Lopinot, ad aspettare i tedeschi issando una bandiera gialla per comunicare la presenza del colera nel campo.

Ha dell’incomprensibile e del tragicomico la presenza di Parrini nell’Albo d’Oro degli italiani e il quasi totale oblio delle storie del Maresciallo Marrari e di Paolo Salvatore, anche se quest’ultimo mai nessuno dei suoi “ospiti” – così Salvatore chiama gli internati nel suo diario – l’ha dimenticato. Molti documenti attestano l’umanità e la tolleranza nella gestione del campo.

Ovviamente, il campo di Ferramonti fu un luogo di detenzione, segregazione e, dopo la privazione dei diritti civili, rappresentò il punto intermedio del piano fascista di eliminazione del popolo ebraico. Paura per un possibile arrivo nazista, assenza di comunicazione per parenti dispersi, timore costante di un possibile trasferimento altrove e la malaria sempre in agguato: questa fu la drammatica quotidianità degli internati. In questo panorama di detenzione particolare, anche la comunità Arbëreshë, stanziata nei comuni limitrofi, ebbe un ruolo di primo ordine, sostentando e contribuendo fattivamente alla salvezza di queste persone. Al contrario di quello che avvenne Auschwitz, dove la popolazione locale si mostrò miope e sorda -quando non collusa- rispetto a quello che stava avvenendo, a Ferramonti ci furono tante occasioni di scambi sia culturali che commerciali fra gli ebrei e i locali, oltre che veri e propri tentativi di salvataggio.

Un Cattolico Yugoslavo, un prete Ortodosso e un Rabbino attorno alla Bibbia. – Credits © parchiletterari.com

Il campo venne liberato dalla truppe Inglesi la mattina del 14 settembre del 1943, con gran stupore degli stessi.

Fra gli internati di Ferramonti, alcuni di loro divennero molto famosi in vari campi:

  • Allan Herskovic, rappresentò la Jugoslavia in tre campionati mondiali di tennistavolo. 
  • Imi Lichtenfeld, è in assoluto fra i più famosi personaggi delle arti marziali e fondatore del metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga.
  • Michel Fingesten, è considerato il più grande artista degli ex-libris della storia e il più rilevante incisore del 1900. 
  • Evangelos Averoff-Tossizza, faceva parte del gruppo dei greci non ebrei internati a Ferramonti. Nel dopo guerra fu un importante uomo politico greco e ricoprì per molti anni la carica di ministro della difesa.
  • Ernst Bernhard, berlinese, divenne medico e psichiatra e fu un importante allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo. Fu lo psichiatra di molti personaggi di spicco della cultura italiana: Federico Fellini, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli, Cristina Campo e Roberto
  • Bazlen fondatore della casa editrice Adelphi.
  • Moris Ergas, ebreo greco, fu uno dei più importanti produttori cinematografici degli anni 1960. Fra i suoi film più famosi “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini con Vittorio De Sica, “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini.
  • David Mel, medico jugoslavo, fu più volte candidato al premio Nobel della medicina per il proprio paese per la scoperta del vaccino per la dissenteria.
  • Alfred Wiesner, ingegnere jugoslavo che alla fine della guerra, per la sua collaborazione, gli alleati regalarono a Wiesner due macchine per produrre gelati. Iniziò così la sua attività in questo campo che lo portò, nel settembre del 1953, alla fondazione della ditta Algida dove introdusse il suo sistema di produzione di gelati.
  • Richard Dattner, ebreo di origine polacca, fu internato con la sua famiglia a Ferramonti. Dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti d’America dove diventò fra i più rilevanti e famosi architetti statunitensi.
  • Oscar Klein. Fuggito con la famiglia dall’Austria, fu imprigionato a Ferramonti dove ebbe possibilità di sentire per la prima volta della musica jazz. È molto conosciuto per la sua musica swing e dixieland.
Visita al campo del Rabbino Capo Riccardo Pacifici – 1941 – Credits © Comune di Tarsia (CS) – Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia

Nell’ambito della storia della II Guerra Mondiale, il Campo di Ferramonti di Tarsia presenta numerose peculiarità che ne descrivono la sua rilevanza mondiale:

  • Fu l’unico campo appositamente costruito dal Fascismo a seguito delle leggi razziali.
  • Fu il più grande campo di concentramento per Ebrei in Italia.
  • Fu il primo campo di concentramento ad essere liberato durante II guerra mondiale.
  • Dopo la liberazione rimase aperto come campo a conduzione ebraica e fu chiuso dopo la fine della guerra.
  • Per la peculiarità della sua organizzazione sociale e per il trattamento umano ricevuto dagli internati, il Jerusalem Post lo definì “un paradiso inaspettato” e lo storico ebraico Steinberg lo ha definito “the largest kibbutz on the European continent”.

Il campo per molto tempo fu abbandonato e usato come stalla o locali agricoli dai contadini. Per non parlare dell’opera di demolizione attuata per costruire un pezzo dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, che passa proprio lì. Quello che rimane del campo è il Museo. Esso si trova nei pressi dalla autostrada A3 all’uscita di Tarsia ed è visitabile tutto l’anno. Nel corso degli anni molti storici mondiali hanno dimenticato queste storie, riscoperte solo nel nuovo millennio, grazie al lavoro di studiosi locali. Mentre nel 2004 è stato fondato il Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia che raccoglie foto e documenti inediti, di recente nel 2020 il campo venne candidato a Patrimonio Europeo.

In conclusione il campo di Ferramonti fu un “paradiso inaspettato” come lo definì il Jerusalem Post perché in pieno contesto bellico, grazie all’arte e alla cultura si mantenne accesa la fiamma della speranza dell’umanità fra i popoli.

In fine ci teniamo a ringraziare il Comune di Tarsia e il Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia per averci fornito materiale fotografico.

Fonti: