a cura di Diego Begnozzi e Andrea Sciotto

Una settimana. Tanto è bastato perché la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde tornasse clamorosamente sui suoi passi, chiedendo scusa e annunciando un programma di acquisto di titoli per 750 miliardi di euro, al grido di «tempi straordinari richiedono azioni straordinarie». D’altro canto, se anche fosse stato vero che il compito della Bce non era ridurre gli spread, certo non è mai stato neanche quello di farli schizzare alle stelle.

Il 12 marzo Lagarde commette la “gaffe”. In sei giorni lo spread Btp-Bund sale di più di 100 punti. Per fortuna, alla modica cifra di 750.000.000.000€, il 19 marzo torna tutto come prima. Grafico generato su mercati.ilsole24ore.com
Nota: i salti dal 13 al 16 marzo e dal 20 al 23 marzo sono dovuti al fatto che le borse sono chiuse nel weekend.

Una questione resta comunque aperta: è mai possibile che dopo dieci anni non siamo ancora riusciti a liberarci dell’incubo dello spread? E soprattutto, questo incubo doveva proprio tornare nel bel mezzo di una pandemia globale? Prima di rispondere, ripassiamo velocemente che cos’è lo spread, perché è così dannoso e cosa è stato fatto per contrastarlo nell’ultimo decennio. Scenderemo un po’ nel tecnico, ma se avete già letto anche gli altri articoli di Risikonomia non avete motivo di spaventarvi.

Propriamente, uno spread è la differenza tra i rendimenti di due titoli finanziari. Nell’accezione comune (quella del telegiornale, per intenderci), si fa riferimento a due titoli di Stato decennali: il Btp (Buono del tesoro poliennale) italiano e il Bund (abbreviazione di Bundesanleihe) tedesco. I due titoli sono apparentemente simili: semplificando molto, lo Stato promette il pagamento di un valore nominale tra dieci anni e, nel frattempo, di una somma fissa più piccola (detta cedola) ogni sei mesi. Ad esempio, lo Stato promette di pagare 1000€ tra dieci anni e 5€ ogni sei mesi per i dieci anni di vita del titolo.

Ma chi compra un Btp e a che prezzo? Gli scambi avvengono su due mercati: nel mercato primario lo Stato emette i titoli tramite un’asta, a cui partecipa un gruppo selezionato di banche e investitori privati. Questi ultimi rivenderanno poi i titoli sul mercato secondario, dove il prezzo sarà di volta in volta concordato tra venditori e acquirenti e inizierà quindi a fluttuare in base all’esito delle trattative. Tornando all’esempio di prima, una banca si aggiudica il Btp all’asta per 980€ e poi lo rivende a 990€. Il prezzo di emissione (980€) è quanto viene effettivamente incassato dallo Stato, ma ciò che accade sul mercato secondario è molto importante. I titoli di stato decennali sono infatti un classico esempio di investimento sicuro, che serve a proteggere i propri risparmi. Se viene messa in dubbio la capacità dello Stato di pagare quanto promesso, l’investitore scapperà a gambe levate, vendendo il titolo e comprandone uno più affidabile. Se questo comportamento non è adottato da un singolo ma da una massa di investitori, il prezzo del primo titolo scenderà e quello del secondo aumenterà.

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Il movimento del prezzo dei titoli impatta direttamente sul loro rendimento: dato che la cifra promessa alla scadenza non cambia, più basso è il prezzo a cui oggi compro il titolo, più alto è il suo rendimento. Ad esempio, se oggi compro a 90€ un titolo che tra un anno mi promette 100€, il rendimento è dell’11,11%. Se lo compro a 80€, il rendimento è del 25%. Viceversa, se il prezzo di un titolo aumenta vuol dire che il suo rendimento scende.

Ecco, il Bund tedesco è universalmente considerato l’investimento sicuro per eccellenza, con rischio e rendimento praticamente nulli (a dire il vero, in questo momento la domanda di titoli tedeschi è talmente alta che il loro rendimento è negativo, cioè chi presta soldi alla Germania paga per poterglieli prestare – ma non complichiamo il discorso e facciamo finta, per ora, che questa cosa abbia senso). Perciò esso viene usato come punto di riferimento nel calcolo dello spread. La domanda «quanto rende di più il mio titolo rispetto a quello più sicuro di tutti?» equivale a chiedersi «quanto alto è percepito dal mercato il rischio che io vada in bancarotta?». E dunque, l’aumento dello spread Btp-Bund corrisponde a un aumento del timore degli investitori sulla tenuta dei conti pubblici dell’Italia.

Non solo: se lo spread aumenta, indebitarsi costa di più (non subito, ma al momento delle nuove emissioni di titoli). E per uno stato già fortemente indebitato come l’Italia, anche pochi punti percentuali in più nel costo del debito possono essere fatali. Facendo due conti molto grossolani, se per magia tutto il debito pubblico italiano (circa 2.400 miliardi di euro lordi) improvvisamente costasse l’1% in più, saremmo costretti a reperire 24 miliardi non si sa dove, considerando che nell’ultima manovra è stato difficile trovarne sette.

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(Nota: l’11 marzo il rendimento dei Btp a 10 anni era 0,98%. Il 18 marzo era 1,98%. Dire la frase sbagliata al momento sbagliato può costare miliardi. Per questo sarebbe meglio se a capo delle istituzioni nazionali ed europee ci fossero persone dotate di un minimo di savoir faire).

Perciò, da quando è entrato nelle nostre vite nel 2011, cosa abbiamo fatto per combattere il numero più odiato di tutti? Per quanto riguarda la politica fiscale, i paesi più lontani dai parametri di Maastricht hanno dovuto ingoiare l’amara pillola dell’austerità, senza però vedere gli effetti sperati in termini di miglioramento dei conti pubblici. Sul fronte della politica monetaria, le operazioni non convenzionali della Bce sotto la gestione Draghi (e c’è da chiedersi se dopo dieci anni possano ancora definirsi non convenzionali, o straordinarie, come dice la Lagarde) hanno tenuto alti i prezzi dei titoli ed evitato il peggio. Ma nonostante anni di Quantitative easing, la nomina del governo gialloverde nel 2018 e il recente timore sugli effetti economici della pandemia ci hanno fatto capire che le montagne russe dello spread sono tutt’altro che finite.

Si poteva, e si può ora, fare di più? In teoria sì, ma all’atto pratico non è chiaro quanto siano percorribili le strade alternative. Con il decreto cura Italia, il governo ha stanziato quel che poteva per sostenere l’economia italiana nel pieno dell’emergenza Coronavirus, ma se questa situazione dovesse durare più a lungo, o i danni all’economia dovessero essere più gravi del previsto, sarà impossibile per l’Italia fare fronte senza ricorrere alla spesa in deficit e a un aumento del debito. Come sarà gestito allora lo sforamento dei parametri di Maastricht? Rischiamo una procedura per disavanzo eccessivo? O dovremo fare ricorso al Meccanismo europeo di stabilità, con le conseguenze politiche che esso comporta?

Una delle possibili soluzioni potrebbe essere finanziare le maggiori spese dei paesi europei attraverso l’emissione di Eurobond (oggi detti anche Coronabond), cioè titoli di debito pubblico non di un singolo stato ma dell’intera eurozona, il cui costo sarebbe una media di quelli pagati da ciascuno stato. Ma è facile intuire chi sia più contrario a una soluzione simile: i Paesi che oggi pagano meno per indebitarsi (o quelli che addirittura si fanno pagare per indebitarsi, come la Germania) non sono mai stati disposti, durante la crisi dei debiti sovrani, ad accollarsi i debiti degli altri.

Allo stato attuale, un’ultima domanda resta senza risposta: per evitare che alla diffusione del Coronavirus si aggiunga il ritorno di un contagio sui mercati finanziari, che ci farebbe ripiombare dritti nell’incubo del 2008-2010, abbiamo sviluppato nell’ultimo decennio gli anticorpi necessari?

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Ecco la lista delle puntate di Il valore dei soldi:
1. Parole
2. Il lavoro di Draghi
3. Il prezzo del movimento dei prezzi
4. Un’incompetente alla guida della BCE
5. Blocca i contagi, close the spreads!
6. Chi siete? Dove andate? Un fiorino!
7. In marcia verso un’economia di guera?
8. MESsage in a bottle